INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Bellissimo questo articolo. Ha ragione
Tobians Wolff quando dice che la Francia ha degli interessi dietro il suo no
alla guerra. Interessi di petrolio come anche la Russia visto che entrambe dal
1973 al 1980 sono stati i maggiori acquirenti di greggio in Iraq.
Bisogna allora lottare perché l’ONU sia riformata perché sia realmente guida
alla politica mondiale. Credo che come “gruppo” in futuro dovremo muoverci su
due fronti. Il primo per costruire un’alternativa energetica al petrolio. La
seconda per creare una seria discussione su “Un’altra ONU è possibile!”. Francesco
IL MANIFESTO
In chi sperare se l'Onu è vittima di
due follie?
di TOBIAS WOLFF*
Mi sono opposto a questa guerra fin dall'inizio. Mi è sembrata soltanto
l'ennesimo di una serie di gravi errori di un presidente la cui arrogante
sicurezza di sé e ignoranza sul mondo hanno isolato il mio paese come mai è
stato isolato prima - nemmeno negli anni della nostra guerra in Vietnam. Mentre
chiedeva agli altri paesi di stare con noi o contro di noi, Bush ha rifiutato
di firmare gli accordi di Kyoto, ha demolito il trattato Abm (Anti Ballistic
Missile), ha negato riconoscimento all'autorità del tribunale internazionale
per i crimini di guerra e - noncurante della sua stessa retorica sul libero
mercato - ha imposto dazi sull'acciaio straniero. L'immagine di questo
presidente quale leader di guerra - altro regalo dell'11 settembre - è
particolarmente irritante. Quando gli è stata data una possibilità di rischiare
la vita per il suo paese, si è imboscato nella Texas Air National Guard,
un'unità stanziata non lontano da casa e rifornita con i figli di influenti
politici e uomini d'affari. Quando erano anch'essi in età da Vietnam, tanto
Dick Cheney che Paul Wolfowitz, architetti originari di questa guerra, si sono
industriati per evitare del tutto il servizio militare. Donald Rumsfeld è il
solo uomo, in questo club di gente che parla da duri, che abbia mai vestito
un'uniforme - quale marinaio in tempo di pace. Ci ritroviamo con un gruppo di
persone quasi comicamente prive di qualifica per poter incitare altri uomini a
combattere.
Così ho firmato le mie petizioni. Ero a Roma il giorno della manifestazione per
la pace, ho marciato nelle strade e scosso la testa a ogni fasulla giustificazione
il mio governo avanzasse per questa guerra. Ma devo dire di avere scosso la
testa anche al cinico atteggiamento di molti fra coloro che più sonoramente si
sono opposti alla politica americana. Il fatto è che l'Iraq, che ha gassato i
propri cittadini e invaso due volte i suoi vicini al costo di più di un milione
di vite umane, è stato soggetto dal 1991 - per mandato delle Nazioni Unite -
all'ordine di smantellare i progetti relativi alle armi chimiche, biologiche e
nucleari. Perfino Hans Blix, uno che non sbava per la guerra, sostiene che
l'Iraq non ha offerto prove credibili di aver ottemperato agli obblighi. Il
lavoro degli ispettori è stato continuamente vanificato dall'ostruzionismo
iracheno. I colloqui con gli scienziati, una parte essenziale del processo
ispettivo, sono stati chiaramente ostacolati da pressioni dall'alto. Tuttavia,
le Nazioni Unite si sono rifiutate di prendere qualunque misura in risposta a
questa sfida alla sua stessa risoluzione. E la Francia, esibendo una morale
superiore, si è spinta così lontano da dire che non sarebbe stata permessa
alcuna nuova risoluzione che consentisse un effettivo adempimento.
È certamente vero che Bush ha trattato con le Nazioni Unite in modo borioso e
sprezzante. Ma non c'è un pericoloso disprezzo per questa organizzazione anche
nella posizione della Francia, che intendeva considerare le risoluzioni delle
Nazioni Unite come non vincolanti? Quale senso può avere una risoluzione delle
Nazioni Unite se sfidarla non comporta alcuna conseguenza? Inoltre, nelle sue
dichiarazioni bigotte, la Francia trascura bellamente di avere contribuito alla
costruzione di un impianto nucleare iracheno sul cui scopo si potrebbero
avanzare ragionevoli dubbi, visto che stiamo parlando del secondo produttore
mondiale di petrolio.
Si è girato attorno al problema più del necessario con discorsi ambigui, da
tutte le parti. Quasi avesse avuto un ripensamento, Bush ha ora inquadrato
questa guerra nei termini di una liberazione del popolo iracheno - e tutto
questo ci viene da un uomo che due anni fa si dichiarò contro qualunque
intervento mirato alla costruzione di un simile stato-nazione («nation-building»).
Quale sarà il prossimo paese a essere liberato? Il Tibet? E se non lo sarà,
perché non dovrebbe esserlo?
Si deve dubitare della sincerità del mio presidente. Tuttavia non posso fare a
meno di chiedermi come mi sentirei oggi se stessi morendo di una morte lenta in
qualche prigione irachena, come sta capitando a molti. Scrivere un editoriale
come questo o fare una battutina sul comandante supremo sarebbe stato
probabilmente sufficiente a mettermi nella condizione di perdere tutto - casa,
famiglia, salute, libertà, la vita stessa. E sarei felice, sospetto, di sapere
che i carri armati britannici e americani stessero procedendo verso di me. Così
come lo sarebbero tutte le decine di migliaia di altri prigionieri e le vedove
e le madri e i padri e i bambini di coloro che sono stati uccisi nelle guerre e
nell'oppressione di Saddam Hussein. Il modello di Saddam è Stalin, e non perché
gli piaccia vedere la propria immagine riprodotta in grande scala. Egli ha
adottato il terrore quale deliberata politica di governo. Assassinio, violenza,
incarcerazione arbitraria e tortura sono gli strumenti abituali di quel
terrore, e per decenni sono stati amministrati in Iraq con una spietatezza che
Stalin stesso avrebbe ammesso e approvato. L'Iraq è sotto il governo del male e
quando questa guerra sarà finita, noi potremmo benissimo scoprire che il suo
popolo non ci biasimerà per il fatto di essere arrivati, ma per avere aspettato
tanto.
Questo pensiero mi ossessiona anche mentre firmo l'ultima protesta e cammino
con altri sotto le bandiere della pace. È una cosa meravigliosa vedere così
tanta gente unita dall'odio per la guerra. Io in guerra ci sono stato, ed è di
certo una cosa da odiare. Ma contro quali guerre non marciamo? Le guerre che
governi dispotici ingaggiano contro i loro stessi popoli, ora dopo ora, giorno
dopo giorno, anno dopo anno. Poiché non ci forniscono il dramma esasperato e il
comodo simbolismo di un effettivo combattimento, queste sono guerre alle quali
è più difficile resistere con il dramma e con i simboli dell'opposizione -
marce, disobbedienza civile, scritte rosse spruzzate sui cancelli di
un'ambasciata. Ma sono queste le guerre che infliggono le maggiori sofferenze
alla gente nel mondo.
Un osservatore distaccato potrebbe benissimo chiedere, vista la nostra
preoccupazione per il popolo iracheno, perché non ci siamo mai chiamati a
raccolta in egual numero per protestare contro le atrocità più che documentate
di Saddam Hussein o, nel caso, contro l'omicidio di massa perpetrato da
cambogiani ai danni di altri cambogiani negli anni di Pol Pot, oppure potrebbe
domandarsi perché non ci siamo mai opposti ai metodi con cui l'amante della Mercedes
nonché tracannatore di cognac e intenditore di pornografia di nome King Jong II
ha continuamente ridotto la sua gente - due milioni e passa - a morire di fame.
E ce ne sarebbe ancora.
Le persone civili si trovano d'accordo nel rispettare i diritti del proprio
vicino a vivere come desidera - a rispettare la sua sovranità, per così dire -
ma fino a un certo punto. Se questi comincia a picchiare i suoi bambini, noi
interveniamo. Prima discutiamo con lui, poi lo costringiamo a confrontarsi con
il biasimo del quartiere. E se tutto ciò fallisse ed egli continuasse a
infierire su coloro che dovrebbe proteggere e nutrire, noi somministreremmo
sanzioni legali e ordineremmo un provvedimento restrittivo. Ma per qualche
ragione ce ne stiamo seduti e non facciamo niente quando invece i cattivi padri
di altre nazioni abusano della loro gente.
Le Nazioni Unite sono la nostra unica speranza per promuovere sanzioni
finalmente significative e, se necessario, premere sui regimi tirannici e
illegali con la forza. A maggior ragione ci si deve lamentare per la duplice
follia del governo americano, e dei suoi oppositori guidati dalla Francia: la
follia di considerare le Nazioni Unite alla stregua di una sorta di
palcoscenico dove i popoli chiedono dichiarazioni di sostegno mentre già si
preparano a farne a meno, e approvano risoluzioni che non hanno alcuna
intenzione di applicare. Cosa ci rimarrà quando le Nazioni Unite avranno viste
spuntate tutte le proprie armi? Quale speranza offrirà la comunità
internazionale alla donna che è sul punto di uscire dalla cella solo per essere
sottoposta a un nuovo ciclo di tortura? Il suo destino dipenderà forse da noi
che adesso marciamo per le strade? Se così fosse, ho pietà di lei.
(Traduzione di Tommaso Pincio)
(26/03/03)
*Tra gli scrittori americani più interessanti, Tobias Wolff è stato affiliato dalla critica internazionale, sempre bisognosa di genealogie letterarie, alla tradizione del relismo, che va da Hemingway a Carver. A diciotto anni si arruolò: non certo per combattere in Vietnam, dove tuttavia fu spedito, traendone «una terribile catastrofe morale» che avrebbe contribuito al serbatoio di memorie e disillusioni confluite in molti racconti, e nel memoir di guerra tradotto da Einaudi con il titolo Nell'esercito del faraone. La sua scrittura inconfondibile è fatta di uno stile asciutto e quasi desolato, come lo sono i luoghi e i fatti, poco degni di nota e privi di eroismi, che muovono i suoi personaggi perfettamente acclimatati nella provincia americana, avara di sogni prima ancora che di eventi. In italiano, oltre al romanzo-memoria sul Vietnam, sono disponibili i racconti di Proprio quella notte, il racconto lungo Il Colpevole, usciti da Einaudi, che sta per ripubblicare anche le Memorie di un impostore, ora nel catalogo Mondadori.