| «Gli Usa: sorpresi sì, ma dai turchi»
Alessandro Politi, esperto di questioni militari: «Il
gioco politico di Ankara è molto più sofisticato, mentre gli
americani pensavano che fosse solo questione di soldi». «Ora
un altro grave errore dell'amministrazione Bush sarebbe quello
di "punire" la Turchia».
di Piero Fornara
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"Mamma, li Turchi!" Anche se il vecchio detto
popolare non serve alla diplomazia, aiuta a far capire
l'ingombrante presenza della Turchia nel conflitto iracheno.
Non era in effetti questo lo scenario auspicato dagli Stati
Uniti, che avevano spedito più di 60mila uomini al largo delle
coste turche con l'intento di attaccare l'Irak anche da Nord,
in cambio di 6 miliardi di dollari di aiuti, più altri 20
miliardi di prestiti, al governo di Ankara. Il clamoroso "no"
del Parlamento turco ha mandato all'aria il progetto e così
Ankara si è limitata a concedere agli americani il diritto di
sorvolo a guerra iniziata. Come se non bastasse, circa 1.500
soldati turchi sono entrati nel Kurdistan iracheno e
altri10mila sarebbero pronti a seguirli, mentre
l'Amministrazione Bush aveva promesso ai curdi che non avrebbe
consentito al governo di Ankara di mandare i suoi soldati nel
Nord Irak.
"Gli americani hanno commesso anzitutto
l'errore di pensare che fosse soltanto una questione di soldi
- spiega al Sole 24 Ore on line Alessandro Politi, analista
strategico ed esperto di problemi militari - mentre il gioco
politico della Turchia è molto più sofisticato; in secondo
luogo non hanno capito la novità del governo Erdogan, che ha
sì un'etichetta religiosa (islamica), ma è molto più "laico" e
quindi libero e pragmatico nelle sue scelte rispetto ai
governi turchi del passato: quando si è data libertà di voto
ai parlamentari per il passaggio delle truppe americane era
già evidente - dati i sentimenti dell'opinione pubblica
interna - che la mozione non sarebbe passata".
Secondo
Politi "non rappresenta invece una sorpresa il fatto che il
governo di Ankara preferisca vedere i pozzi petroliferi di
Mosul e di Kirkuk ancora in mano irachena, piuttosto che
essere inglobati in un Kurdistan semi-indipendente: sotto
questo aspetto le cose non sono cambiate rispetto al primo
conflitto del 1991, quando soltanto l'allora presidente Ozal
era favorevole all'intervento in guerra della Turchia. Di
fronte alla volontà degli Stati Uniti di attaccare Saddam e
quindi, in qualche modo, di riaprire la questione curda il
governo Erdogan si è trovato sottoposto a pressioni
contradditorie, non soltanto verso gli Usa, ma anche verso
l'Europa: infatti proprio ieri c'è stato "l'alto là" di
Germania e Belgio - due Paesi contrari a questa guerra - che
hanno ammonito la Turchia a stare fuori dal Kurdistan, se non
vuole compromettere la candidatura all'ingresso nella
Ue".
Anche nel Kurdistan dunque la partita è aperta a
più di una soluzione: "Il fronte Nord, dove avrebbero dovuto
arrivare le truppe americane può restare relativamente calmo -
aggiunge Politi - se prevarrà la saggezza e se i turchi si
limiteranno a presidiare una fascia di una ventina di
chilometri lungo la frontiera, ma la situazione può diventare
veramente esplosiva come ha sottolineato proprio oggi in
un'intervista il presidente della Commissione europea Romano
Prodi". Stando alle difficoltà finanziarie in cui versa, non
rischia il governo di Ankara di voler giocare troppo al
rialzo? Politi conferma le voci di corridoio sulle intenzioni
dell'Amministrazione Bush di voler "punire" la Turchia facendo
pressioni sul Fmi perché blocchi la concessione dei prestiti:
"ma non mi sembrerebbe una decisione saggia - conclude -
perché aumenterebbe la frustrazione di un Paese che è un
fattore importante della sicurezza europea e occidentale,
favorendo gli estremisti islamici che per, quanto minoritari,
esistono anche in Turchia".
24 marzo
2003 |