INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  14 anni fa la brutale repressione della dittatura cinese contro gli studenti che dimostravano per la democrazia in piazza Tienanmen: centinaia di morti sotto i colpi dell'esercito. Francesco

 

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PIAZZA TIENANMEN

Roma, 4 giugno 2003 - La notte fra il 3 e 4 giugno 1989, nella capitale della Cina popolare, Pechino, l'esercito cinese intervenne con carri armati e mitragliatrici pesanti contro la folla radunata in Piazza Tienanmen, occupata per sette settimane da migliaia di studenti che reclamavano la democrazia: 320 morti secondo le fonti ufficiali, circa 1300 secondo Amnesty International.

Il 9 Deng Xiao Ping ricomparve in pubblico per la prima volta dopo tre settimane e lodò il ruolo dell'esercito nella repressione. Il 13 la polizia arrestò due dei 21 leader studenteschi ricercati per "crimini controrivoluzionari" e il 15 la televisione cinese annunciò le prime tre condanne a morte contro persone che avevano preso parte alle dimostrazioni antigovernative a Shangai. il 21 e 22 vennero già eseguite altre 50 condanne a morte. Il 24, il Comitato centrale del Pc nominò Jang Zemin segretario generale del partito in sostituzione di Zhao Ziyang, accusato di aver sostenuto il movimento di protesta.

Il 18 aprile 1989 un piccolo gruppo di studenti, diventati nel corso delle settimane alcune migliaia, aveva occupato piazza Tienanmen, lanciando slogan come "Abbasso la rivoluzione, viva la democrazia, viva la Cina". Le richieste erano precise: lotta alla corruzione, risanamento dell'economia, che già dall'anno precedente era disastrata, e avere più voce nelle scelte future del paese.

Era da poco morto Hu Yaobang, l'ex segretario del partito licenziato per aver appoggiato le rivolte studentesche del 1987, ma il 4 maggio anche Zhao Zyiang aveva affermato: "Gli studenti sono patrioti. Vogliono solo denunciare i nostri errori". In tutta risposta, il 20 maggio veniva introdotta la legge marziale, mentre Zhao veniva progressivamente estromesso dai vertici del partito.

Gli studenti, ormai sfiniti dalla lunga e incruenta sfida al potere, avevano iniziato lo sciopero della fame il 20 maggio, chiedendo un dialogo con le autorità. Intanto le proteste al centro della piazza proseguivano con la costruzione di una provocatoria statua della Libertà in polistirolo. Il 4 giugno, il primo carro armato, e per tutta la notte i manifestanti tentavano invano di opporsi all'avanzata dei mezzi corazzati, con lanci di pietre, barricate e bottiglie molotov. Il mattino dopo la protesta era annientata in un bagno di sangue.

Il ricordo di Tienanmen oggi è vietato

Quasi 200 persone sono in carcere ancora oggi e centinaia di famiglie continuano a piangere di nascosto i loro morti: sono gli unici forse che in una Cina sempre più solidamente affermata nella comunità internazionale ricordano la repressione di Tiananmen di 14 anni fa. La polizia sarà all'erta sulla Tiananmen, nel timore di dimostrazioni commemorative che già negli scorsi anni si sono ridotte ad apparizioni di una o due persone, perse nella vastità della piazza.

Il Grande Balzo in avanti, la collettivizzazione forzata nelle campagne alla fine degli anni Cinquanta, o della Rivoluzione culturale degli anni Sessanta, che fecero decine di milioni di morti, hanno trovato un colpevole, Mao, e in qualche modo sono stati 'digeriti', ma Tiananmen resta un'ombra scura.

Le 'madri di Tiananmen', alcune delle quali sono state presentate alla Commissione del Nobel perché ne consideri la candidatura per il premio per la pace, anche questa notte piangeranno i figli uccisi da sole nelle loro case. Il Partito non ha il coraggio di permettere neanche che il loro cordoglio sia pubblico.

Le analisi sui quotidiani dell'epoca

Tra l'1 e il 3 giugno

Nei primissimi giorni di giugno, tra l'1 e il 2, la situazione era tranquilla in piazza Tienanmen e i quotidiani italiani riportavano brevi corrispondenze sull'argomento nelle pagine interne, con difficili tentativi di decrittare lo scontro di potere al vertice del partito comunista cinese, mentre i titoli delle prime pagine erano destinati ad altri argomenti.

Il corrispondente Renato Ferraro (Corriere della Sera) scriveva che ormai il popolo di Pechino aveva smesso di portare cibo e coperte agli studenti accampati. La maggiore provocazione, la statua simbolo dell'America, avrebbe irritato "non solo il governo ma anche lo spirito nazionalista dei cittadini favorevoli alla democrazia. Questi ultimi osservano che le bravate degli ultrà possono favorire solo i falchi del regime e la repressione". Il Giornale riportava però che per gli studenti non si trattava di un'imitazione, ma di una rappresentazione allegorica della "dea della democrazia".

Il quotidiano di Montanelli inoltre avanzava l'ipotesi di un compromesso ai vertici del partito e dello stato cinesi, "profondamente divisi sul modo di affrontare la protesta giovanile e sulle risposte da dare alle richieste di rinnovamento espresse da gran parte della popolazione nella manifestazioni dei giorni scorsi. […] Il comitato centrale, si dice, si limiterebbe ad accettare le dimissioni di Zhao e di alcuni suoi stretti collaboratori, sancendone così la sconfitta politica, ma evitando di creare ulteriori fratture in un partito nel quale lo stesso Zhao ancora conta molti appoggi".

Su Repubblica, il 1° giugno, una corrispondenza dell'inviato Marco Panara descriveva l'istituzione all'interno della più grande università di Pechino di un "governo parallelo" formato da studenti, che si occupava della gestione dell'occupazione e dell'amministrazione dei fondi giunti a sostegno delle organizzazioni studentesche.

Il Giornale e L'Unità si concentravano sulla censura nei confronti della stampa locale e straniera, cui era stato proibito di dare qualsiasi copertura giornalistica delle manifestazioni in piazza Tienanmen o delle operazioni di polizia per far rispettare la legge marziale introdotta dodici giorni prima, cosa che rendeva sempre più credibili le voci di un imminente intervento militare contro gli studenti.

Il primo tentativo di sgombrare la piazza

Infatti, nella notte tra il 2 e il 3 giugno, un maldestro tentativo dell'esercito per sgombrare la piazza dagli studenti falliva, con la folla che fraternizzava con i soldati disarmati tra gli applausi della gente. Il Corriere della Sera raccontava: "Dopo venti giorni di attesa il regime cinese tenta la resa dei conti e la popolazione torna compatta nelle strade. Ma nella notte un milione di persone impedisce ai soldati di espugnare la Tienanmen. L'offensiva è scattata da quattro diversi punti della città con truppe apparentemente disarmate. La gente canta l'inno nazionale e lancia slogan di amicizia verso i soldati. Una dura resistenza".

Secondo il quotidiano l'intervento militare era stato deciso dal governo nel timore che operai e studenti potessero saldarsi in un fronte unico. Infatti, nei giorni precedenti nella piazza erano state alzate tende della federazione sindacale dalle quali si erano levati slogan antigovernativi. Per questo motivo "si ritiene che sia stata la presenza degli operai a convincere le autorità a lanciare l'attacco notturno", che peraltro si risolveva in un nulla di fatto. Sembra infatti che gli studenti, avvisati preventivamente da soldati simpatizzanti, non si siano lasciati cogliere di sorpresa.

Beppe Severgnini, appena rientrato da Pechino, raccontava su il Giornale che una soluzione pacifica pareva a portata di mano, perché la protesta era ormai allo stremo delle forze e "presto o tardi anche gli ultimi studenti lasceranno piazza Tienanmen, diventata centro del mondo per un mese, alle cure di spazzini e disinfestatori. Avrebbe potuto andare meglio, dal loro punto di vista: se i 'riformisti' avessero vinto la battaglia per il potere, la piazza sarebbe stata abbandonata in trionfo. Avrebbe potuto andare peggio, però: se l'esercito fosse arrivato in armi nei giorni caldi dell'insurrezione, e tutti eravamo convinti che arrivasse, dal selciato sarebbero stati portati via non sacchetti di immondizie ma morti a dozzine".

Il Giornale valutava però positivamente le manifestazioni. La volontà di protesta, la manifestazione alla luce del sole di un profondo disagio sociale, erano state le grandi vittorie degli studenti: "Resta un fatto. Il mondo è convinto che gli studenti abbiano perduto, e vuole sapere perché. Gli studenti non hanno perduto [...] Tutto quello che chiedevano era un pò di rispetto da parte di un partito che, combinando privilegi e cinismo, di rispetto per la gente comune non è sembrato averne mai molto". Severgnini constatava però l'incapacità del fronte riformista interno al Pc cinese di prendere il sopravvento sulla vecchia gerontocrazia e che quando studenti e intellettuali "scendono in piazza in Cina per dar manforte alla corrente riformista nel partito, finiscono invece con l'affondarlo".

La terribile notte tra il 3 il 4 giugno: è un massacro

Ma in un editoriale, Sandro Viola ci si chiede se non si sia trattato di un preludio "a un attacco violentissimo contro la folla di Pechino". Infatti, le immagini del massacro di piazza Tienanmen, scatteranno alle 0,30 locali, le 17 e 30 in Italia, trasmesse dai teleschermi dei telegiornali la sera del 3 giugno.

Il giorno successivo si leggeva sul Corriere della Sera che "la fallita spedizione di venerdì, invece di disperdere gli ultimi ribelli ha fatto scendere tutta la popolazione nelle strade e reso ancor più alta la contabilità del massacro di sabato. E forse il maldestro tentativo di venerdì potrebbe essere interpretato come una provocazione dei falchi del partito per far convergere più gente in piazza e giustificare così l'intervento armato". La sconcertante dichiarazione ambientalista rilasciata da Li Peng in televisione ("Salviamo l'ambiente e la fascia di ozono") veniva invece spiegata dal quotidiano di via Solferino come una metafora della situazione cinese, dove il pianeta minacciato è la Cina, gli inquinatori sono gli studenti e i lavoratori che protestano, mentre la fascia d'ozono da salvare sono le istituzioni e i capi del Pcc.

Nel fondo 'Sangue contro la storia' Franco Venturini scriveva che ancora una volta, come a Berlino, Budapest, Praga e Danzica era la paura del nuovo, abbinata al solito istinto di conservazione del comunismo, a venire fuori. Ora però "Deng non si è mosso soltanto contro il suo popolo. Si è mosso contro la storia, ha invertito il senso di marcia di un processo democratizzante che altrove nell'universo comunista si allarga a macchia d'olio", il sistema cinese dimostrava di essere incapace di provvedere a una sua riforma e che la scelta inevitabile che ormai si poneva ai dirigenti cinesi poteva essere solo quella "tra la libertà senza mezze misure e la tirannia senza falsi pudori".

Beppe Severgnini scriveva nell'editoriale su Il Giornale che "hanno perso tutti: Deng Xiaoping che voleva passare alla storia come colui che aveva fatto uscire il paese dal fanatismo maoista, Li Peng che è in fin di vita e ha ormai i mesi contati, i 'liberali' alla Zhao Ziyang che sono arrivati troppo tardi, e le forze armate che non sono riuscite a tenersi fuori dallo scontro politico. Solo gli studenti escono moralmente vincitori da questa repressione che non era ne prevedibile ne inevitabile. Le richieste degli studenti erano commoventi nella loro semplicità [...] e sarebbe bastato soltanto un pò di buon senso e di abilità per vederi partire cantando dalla piazza".

Su l'Unità diretta da Massimo D'Alema

L'Unità, all'epoca diretta da Massimo D'Alema, esprimeva il suo sdegno per quanto accaduto alla "lotta pacifica degli studenti per la democrazia e la libertà", così come il segretario Occhetto e i quadri del Partito comunista si dicevano solidali con gli studenti, ma i commenti denunciavano solo la dirigenza attuale e non il sistema che l'aveva generata, e il regime cinese non venne mai definito con l'aggettivo comunista.

Invece, Nicola Matteucci su il Giornale scriveva: "I massacri di Pechino non sono un accidente della storia, ma una conseguenza diretta del marxismo-leninismo, che solo con la violenza riesce ad incarnarsi nella realtà: è solo un'utopia sanguinaria. Per cui è insieme ridicolo e patetico l'on. Achille Occhetto, che va a protestare di fronte all'ambasciata cinese: il suo partito, che viene da lontano, porta nelle sue stesse origini questo male assoluto".

Ma oltre alle dichiarazioni ufficiali e di circostanza, all'ampio spazio dedicato alla cronaca del sit-in di Occhetto davanti all'ambasciata cinese a Roma, alla segnalazione delle attività del Pci a favore degli studenti di Tienanmen, L'Unità pubblicava in seconda pagina un articolo di Siegmund Ginzberg, in cui si condannava la repressione e si denunciavano i crimini cinesi dalla Lunga Marcia in poi, le torture inflitte ai prigionieri politici, la dissennatezza delle comuni volute da Mao, gli assurdi esperimenti agricoli che portarono a ripetute carestie e alla morte milioni di cinesi: "È fin dal tempo della Lunga Marcia che comunisti cinesi uccidono altri comunisti cinesi, con tanto di processi farsa e confessioni fasulle, oppure con intrighi e complotti medievali. Otto milioni di proprietari terrieri e di 'controrivoluzionari' fucilati nei primi anni '50...".

Le analisi dei giorni seguenti

I quotidiani furono unanimi nel definire la Cina a un passo dal colpo di stato, dalla guerra civile tra fazioni diverse tra i militari e nei vertici del partito. Tiziano Terzani, nel fondo ("Il Dio due volte fallito") sul Corriere della sera del 6 giugno, sottolineava che "ora la Cina corre il rischio che l'unità datale dal comunismo si spezzi dando origine a regionalismi e a differenti centri di potere come era al tempo dei Signori della Guerra".

Su il Giornale Alberto Pasolini Zanelli scriveva che "la repressione è stata uno schiaffo all'Occidente, a quell'Occidente che aveva salutato con fiducia le riforme di Deng e chiuso gli occhi di fronte alla violazione dei diritti umani". Occorreva quindi chiedersi cosa aveva spinto la Cina a disperdere tutto il capitale di credibilità tanto faticosamente conquistato: "La spiegazione [...] è semplice: la disperazione. Solo una situazione che pareva sfuggita interamente di mano può aver spinto i governanti di Pechino a un gesto che ci appare, oltre che crudele, inconsulto".

Infatti, "il maggio cinese dell'89 era diventato una rivoluzione più di quanto noi fossimo disposti a credere. [...] Il 'riformismo' dei ragazzi della Tienanmen si è trasformato in sette settimane, come accade poi sempre nelle autentiche rivoluzioni, in un ripudio fondamentale del comunismo. Quelle bandiere scarlatte sulle barricate non debbono ingannare: il rosso è per i cinesi, da sempre, il colore della buona fortuna, appartiene a tutti".

L'ordine in Cina è ristabilito

Sabato 10 giugno l'ordine era ormai stato ristabilito a Pechino, l'esercito era a caccia dei capi della rivolta, il vecchio leader Deng annunciava in televisione il successo: "Abbiamo stroncato la controrivoluzione". Scriveva Vittorio Zucconi in prima pagina, sotto il titolo 'Dimenticare Tienanmen...': "Devono aver tirato un bel sospiro di sollievo i terribili vegliardi di Pechino nell'ascoltare il presidente americano George Bush, giovedì sera. Quando lo hanno sentito dire davanti a tutta la nazione americana [...] che la sua prima preoccupazione è la preservazione dei rapporti fra gli Usa e la Cina popolare, hanno capito di avercela fatta". Le sette settimane di proteste e i dieci giorni di repressione non erano riusciti a sconvolgere la Cina.

Tienanmen, il comunismo del XX secolo e il Pci di Occhetto

Ugo Tramballi, su Il Giornale del 2 giugno 1989, individuava, al di là delle interpretazioni politiche contingenti o degli esiti degli avvenimenti, alcuni punti di non ritorno. "[...] messo di fronte all'evidenza del suo fallimento storico, è proprio lo stato comunista che rigetta la necessità delle riforme. Nemmeno l'universo comunista può essere immune dai tre fattori politici che dominano la fine del nostro secolo: la democrazia, il mercato e la diffusione in tempo reale delle informazioni".

Vittorio Strada, sul Corriere della sera del 5 giugno: "Le interpretazioni rassicuranti, secondo cui tutte le disfunzioni del sistema sono colpa dello stalinismo, convincono ormai soltanto limitate schiere di 'credenti' del comunismo, nonostante gli sforzi degli ideologi ufficiali del sistema per fare di Stalin il responsabile unico di un fallimento le cui radici stanno nell'esperimento rivoluzionario stesso di Lenin e nelle sue basi marxiste".

Tesi opposte venivano da l'Unità. Enrica Colotti Pischel riusciva a trasformare il regime comunista cinese in fascismo: "Il regime cinese è da intendersi fascista per l'uso della repressione militare come atto dimostrativo, per il suo governo di minoranza, autoritario, privo di meccanismi democratici e pluralistici, volto alla conservazione del potere.... Ma né il regime di Mao né quello di Stalin erano fascisti perché avevano il consenso di ampi strati della popolazione povera e diseredata". Era quindi la profonda crisi del modello riformatore di Deng, sostenenva, il principale responsabile del disastro.

Una condanna senz'appelli del comunismo del XX secolo fu quella di Alberto Ronchey, su la Repubblica del 9 giugno, con un articolo intitolato 'Lo spettro cinese s'aggira per Mosca': "Per assurdo, l'intero mondo che veniva detto comunista era celebre un tempo a causa dei suoi 'piani' trionfali, ma ora da un capo all'altro di quel mondo non affiora un solo credibile 'piano' di ripiegamento. Non si scorge un'uscita di sicurezza dalle crisi che attanagliano gli eredi e gli amministratori di quel potere, mentre fallisce in tutte le sue varianti l'esperimento del secolo".

Ma i giudizi più forti furono quelli provenienti da il Giornale, il quotidiano di Indro Montanelli, anche contro il segretario del Pci e L'Unità. Scrive Montanelli sul Giornale del 7 giugno: "Il personaggio [Occhetto n.d.r.], parsoci fino a ieri annaspante, ficchino e farfuglione, comincia a soffondersi di patetico. Ha chiesto udienza all'ambasciatore di Cina per avere spiegazioni sui fattacci della piazza Tienanmen, e siccome gli hanno chiuso la porta in faccia (e non si capisce del resto di quali spiegazioni l'accaduto abbia bisogno), ha detto che rinunziava al 'visto' che gli avevano concesso a Pechino: così imparano".

Tuttavia Montanelli pose l'accento sulle difficoltà del compito contingente del segretario Occhetto: "Gli avvenimenti di Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, per non parlare di Vietnam e Cambogia così lontani da noi, hanno certamente collaudato le resistenze di quel partito [...] il Pci che Occhetto ha ereditato non è più quello di Togliatti, e nemmeno quello di Berlinguer che i carri armati li digerivano come bruscolini: bastava che vincessero. Il Pci di Occhetto è un partito che, per essersi scelto un capo come Occhetto, vuol dire che somiglia a Occhetto e lo considera tagliato sulla sua misura. È il comunismo, da qualunque parte lo si rigiri, l'errore. [...] Che può fare il povero Occhetto di fronte a cose tanto più grandi di lui? Gli auguriamo di essere all'altezza della situazione almeno come curatore del fallimento".

Per chiudere, ecco alcune parole di un'analisi dell'epoca ad opera del critico Geno Pampaloni, pubblicata su il Giornale il 10 giugno '89. In Cina si è avuto "l'evento finale, la contrapposizione armata, la guerra fratricida tra comunisti e comunisti. A me sembra secondario analizzare quale delle due parti in lotta incarni il comunismo autentico. Il fatto essenziale è che il Grande Fratello ha oggi un Sosia che alloggia nel suo stesso palazzo. La storia si è presa la rivincita, una rivincita tragica ma inevitabile, sull'Utopia. [...] L'uscita di sicurezza a coloro che nel comunismo hanno creduto chiudendo gli occhi di fronte all'evidente divorzio tra l'utopia e la realtà, può forse fornirla il lucido e disperato Leopardi: 'Ogni passo della sapienza moderna svelle un errore; non pianta mai alcuna verità'".

(05/06/03)