INTRODUZIONE DI FUORITEMPO
– La “sfida” rivolta a tutti i
movimenti cosiddetti “pacifisti” ad indignarsi per ogni ingiustizia. Riuscire a
organizzare manifestazioni per ogni guerra. Questa in Cecenia poi sta
acquisendo dimensioni tragiche. Veramente un bellissimo articolo!
In fondo ho inserito il collegamento al sito del partito Radicale che sta
raccogliendo sottoscrizioni per un appello rivolto al Segretario generale e ai
Capi di Stato e di Governo dei paesi membri delle Nazioni Unite. Francesco
LA REPUBBLICA
di ADRIANO SOFRI
Non la si nega a nessuno,
ormai, una manifestazione enorme: facciamone una contro un genocidio in Europa,
contro la degradazione di una fiera lotta per l´indipendenza in un capitolo del
terrore internazionale. Scrivo per una volta non per esporre delle opinioni, ma
per invitare a indire una grande manifestazione sulla tragedia russo-cecena. Mi
rivolgo a tutti. Ai movimenti amanti della pace e dei diritti. Alle diplomazie
parallele, come Sant´Egidio. Ai partiti del centrosinistra, a Rutelli, a
Fassino, a D´Alema, a Cofferati, a Bertinotti e agli altri dirigenti.
Ai partiti di governo, compresi quelli che augurano un´intimità crescente fra
Unione europea e Russia di Putin, e non vedono come, al di là di ogni
valutazione politica, l´auspicio suoni indecente fino a che non si cancelli
l´infamia della guerra cecena. Ai direttori di giornali e telegiornali. Al
Campidoglio di Veltroni, tribuna mirabile per chi non ha voce. Le orribili
stragi degli scorsi giorni - annunciate, annunciatissime - provano ancora, se
ce ne fosse bisogno, che non ci sarà pacificazione di quel martoriato piccolo
paese attraverso la repressione o la resistenza militare.
Le stragi suicide sono detestabili, in Cecenia e dovunque, e sono condannate
dai capi militari della resistenza indipendentista, come Aslan Maskhadov. Esse
sono ispirate da signori della guerra, come Shamil Basaev o suoi nuovi emuli,
passati ormai da un patriottismo caucasico a un irredentismo islamista, e
embrionalmente legati attraverso uomini e denaro al terrorismo islamista arabo
e asiatico. (Tuttavia, nonostante le voci di allora, non un ceceno fu trovato,
né vivo né morto, fra i combattenti afgani). Ma le stragi suicide non sono
affatto l´opera di infiltrati arabi o di qualche internazionale del fanatismo:
non ce n´è bisogno, e anzi una proverbiale fierezza cecena ripudierebbe questa
eventualità. Bastano le "vedove nere" (che trista espressione) e nere
figlie e figli di combattenti, pronti a immolarsi, anche solo per la passione
di vendetta antirussa. I fatti dicono chiaro il fallimento e la menzogna di
Putin, che costruì la propria ascesa al potere sulla promessa spavalda di
liquidare l´infezione cecena.
L´irredentismo ceceno contro i russi è vecchio di secoli. Da nove anni - con
brevi intervalli - tornano di nascosto dalla Cecenia le bare dei soldati russi
uccisi, ormai decine di migliaia. Non c´è giorno in cui i militari russi non
mettano a ferro e fuoco qualche quartiere o villaggio ceceno, non irrompano
nelle case a saccheggiarle, non sequestrino civili per farli scomparire, o
estorcere il riscatto per il loro rilascio, e più spesso per la riconsegna dei
loro cadaveri. La tragedia della Cecenia è la tragedia della Russia. Dall´altra
parte, c´è una minuscola e irriducibile popolazione - poco più di un milione di
persone, all´inizio dell´ultima guerra, sì e no 700mila oggi - ben più che
decimata, deportata, torturata e offesa con una vera tentazione genocida.
Qualunque intenzione di negoziato e di impegno non violento è frustrata dalla
violenza brutale della repressione russa, e dall´oltranzismo suicida-assassino,
fanatico e cinico, dell´estremismo islamista, fino a poco fa estraneo e inviso
alla tradizione del Caucaso. La liberazione della Cecenia è ormai una
condizione decisiva della liberazione della Russia. E nessuna liberazione
avverrà se non deponendo tutte le armi, e restituendo una voce alla popolazione
civile. La popolazione civile cecena - cacciata di forza nei miserabili campi
di profughi in Inguscezia e Ossezia e altrove, e ora rimpatriata di forza in
città e villaggi fatti solo di macerie e terrore; o riparata nelle rovine come
un popolo di topi - è un volgo disperso cui anche il nome viene rubato, un
ostaggio dell´odiata e ubriaca violenza di mercenari e militari russi, e
dell´usurpazione dei propri combattenti invasati di eroismo e stravolti dalle
proprie rivalità.
I ceceni aspirano all´indipendenza. Il loro desiderio ha resistito a mille
guerre e a obbrobri come l´estirpazione totale dalla loro terra verso le più
inospitali regioni siberiane o kazake. Ma oggi, dopo più di 200mila morti in
neanche un decennio, dopo più di 300mila rifugiati fuori dal paese, desiderano
un po´ di pace e un po´ di vita. Bisogna che per la prima volta nella loro
strenua storia siano interpellati, ascoltati, protetti.
Paolo Garimberti ha qui spiegato come nello scorso marzo un referendum
organizzato da Mosca con la collaborazione del quisling filorusso, Akhmad
Khadirov - il bersaglio scampato dell´attentato di martedì della "vedova
nera" - abbia messo in scena la caricatura di questo pronunciamento della
gente. Teso solo ad accreditare una docilità alla soggezione russa, il
referendum ha fatto senz´altro votare ceceni e occupanti militari russi (ce ne
sono 80mila) e giornalisti di passaggio, più votanti che abitanti vivi. Chi
considera la Cecenia un affare interno del Cremlino deve accorgersi della più
spaventosa gravità di un mattatoio condotto in nome di una sovranità statale,
cento volte più sanguinoso di quello che tormenta Israele e Palestina. Se si
voglia riconoscere un diritto russo a conservare la Cecenia nei propri confini
federali, bisognerà per paradosso moltiplicare lo scandalo: perché i ceceni
sono cittadini russi, e il governo russo tratta propri cittadini massacrandoli
e torturandoli fino a desiderarne l´annientamento.
Tutto questo indicibile orrore si è svolto senza che in Italia ci sia stata una
sola manifestazione importante di denuncia dei crimini contro l´umanità del
governo e dell´esercito russo, di condanna delle stragi "suicide", e
di solidarietà con la popolazione cecena e le madri russe. Nessuna richiesta di
pace è venuta per quel piccolo paese violentato. È una di quelle distrazioni
delle quali a distanza di qualche anno, o di una generazione, o di un secolo,
non si saprà darsi una spiegazione, e ci si sentirà invasi dalla vergogna e
dallo smarrimento. Bisogna solo sbrigarsi un po´, e sentire già ora (già in
spaventoso ritardo) un dolore e una vergogna insopportabili. Questa è la
condizione. Poi bisogna superare gli ostacoli che hanno finora reso lo scandalo
russo-ceceno in Italia una pittoresca fissazione di una mezza dozzina di
persone, del partito radicale e poco più. Il primo ostacolo è come sempre
l´ignoranza. La Cecenia continua a essere una paroletta buffa e inesplorata. Il
secondo è la paura di fare il gioco della violenza e del terrorismo:
ragionevole paura, se non che contribuisce all´effetto opposto, di lasciare
all´oltranzismo armato il ruolo esclusivo di guida, e in realtà di confiscatore,
della causa cecena.
C´è un´iniziativa che fa appello alla sventura comune di russi e di ceceni, e
alla loro possibile fratellanza, e che ambisce non solo alla condanna del
crimine di guerra e del terrorismo, ma al ripudio delle armi. Discussa con
movimenti e personalità in Russia e fuori, essa è stata presentata negli Stati
Uniti da Ilyas Akhmadov, già ministro degli Esteri del governo Maskhadov,
regolarmente eletto nel gennaio 1997, e poi travolto dalle provocazioni
islamiste e dall´invasione russa. Essa condanna la barbarie dell´occupazione
russa e il suo intento genocida, e assimila loro il "coraggio
assassino" del terrorismo ceceno. Chiede il disarmo delle forze cecene e
il ritiro delle russe attraverso l´intervento delle Nazioni Unite e di una loro
Amministrazione provvisoria, insediata per un certo numero di anni, e
incaricata di ricostruire un ordine civile, politico e materiale in un paese
ridotto a macerie e fosse comuni. A questo fine chiede la nomina tempestiva di
un Rappresentante speciale del segretario generale dell´Onu per la Cecenia. Al
termine di questo processo i cittadini ceceni sopravvissuti sarebbero chiamati
a scegliere il proprio destino. La premessa di questo progetto di
"indipendenza condizionata" è che nessuno possa sperare di vincere
sul campo di battaglia, e che spetti all´Onu e alla comunità internazionale
"consentire a due popoli che stanno perdendo entrambi una guerra
vergognosa, di vincere insieme una pace onorevole". Quando si nomina la
comunità internazionale, bisogna ricordarsi che la Cecenia e il Caucaso sono in
Europa, e anzi ne furono la culla: e che se l´Europa cercasse un´anima, la
troverebbe là.
La Russia non può sentirsi offesa dalla possibilità di un intervento delle
Nazioni Unite, dal momento che la Russia stessa riconobbe un´indipendenza di
fatto alla Cecenia, sancita dalle elezioni del 1997, dopo la prima sanguinosa
invasione.
Questo appello è sostenuto finora da singole personalità, dai radicali
transnazionali, da comitati sorti in altri paesi europei: può diventare da noi
lo sfondo di una mobilitazione vasta di gente movimenti e partiti. Lo so, siamo
pieni di impegni. Abbiamo elezioni, referendum, finali di Coppa Campioni,
vacanze al mare, processi da fare, processi da disfare. Cose serie. La Cecenia è
piccola, lontana, strana, e tutti i problemi vi si riducono alla vita e la
morte: delle persone, del diritto, della libertà. Facciamola, una
manifestazione enorme. Mi sono rivolto, come posso da qui, a persone
responsabili di partiti e movimenti e li ho trovati sensibili. Le parole
d´ordine sono, per una volta, chiare e comuni: pace in Cecenia, no
all´occupazione russa, no al terrorismo, proposta di un´amministrazione
transitoria dell´Onu, appoggio del Parlamento europeo a questa prospettiva. E
del resto ciascuno può scegliere la parola d´ordine che crede, purché la dica,
una parola. Persone, giornali, partiti, movimenti, possono per una volta
contribuire senza gelosie a una testimonianza di solidarietà umana che riscaldi
l´anima buona di Cecenia e Russia, e riscatti l´anima nostra di italiani ed
europei.
(20/05/03)