INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  Un’ottima riflessione sul conflitto in MediOriente. Francesco

 

 

LA REPUBBLICA

 

Il silenzio dell'Occidente

di SANDRO VIOLA

 

DOPO un mese e mezzo, i kamikaze palestinesi sono rientrati in scena. Chi s´era illuso che le imponenti misure di sicurezza dell´esercito e della polizia israeliani, le "esecuzioni mirate" di capi della Jihad e di Hamas, la costruzione del "muro Sharon" tra Israele e la Cisgiordania, potessero sventare nuovi attentati, sa adesso che la furia dei fondamentalisti palestinesi non conosce ostacoli. I 22 morti e il centinaio di feriti provocati ieri a Tel Aviv dalle bombe di due attentatori-suicidi, costituiscono l´ennesima conferma che la faida israelo-palestinese è per ora, in assenza d´una vera, energica iniziativa politica, inarrestabile. I due kamikaze non hanno fatto strage solo di israeliani, ma anche di immigrati stranieri: povera gente dei paesi poveri che era andata a guadagnarsi la vita in Israele, e vi ha trovato invece una morte orrenda.

L'apparato di sicurezza israeliano e le violente rappresaglie condotte dall´esercito in Cisgiordania e a Gaza, non possono nulla contro il fanatismo di centinaia di giovani palestinesi che scelgono il suicidio pur d´ammazzare quanti più ebrei sia possibile. Perché l´odio straripa, da una parte e dall´altra, in Palestina. E la colpa della comunità internazionale è di lasciare - dato che gli Stati Uniti non intendono muoversi - che straripi. Di lasciare che i cadaveri s´ammassino sui cadaveri, senza pretendere dai governanti americani un intervento decisivo.

L´intervento, tutti sappiamo quale forma dovrebbe avere. Poiché al momento non c´è alcuna possibilità d´un dialogo tra i contendenti, poiché persino l´avvio d´una trattativa in sede internazionale non potrebbe fermare in un primo tempo la carneficina, il solo modo d´intervenire è l´invio in Palestina d´una forza d´interposizione. Forza multinazionale sotto l´egida dell´Onu o della Nato, e se gli israeliani non intendessero accettarla, truppe soltanto americane. Altra soluzione, se non questo diaframma d´osservatori e militari in armi sui confini del 1967, non esiste. A Washington, gli uomini di George W. Bush lo sanno bene. Ma in mente adesso hanno altro (l´Iraq, le elezioni di fine gennaio in Israele, la Corea del Nord), e di fronte alla catastrofe di Palestina non battono ciglio.

Mentre dura rivoltante, imperdonabile, questo stallo, pensiamo per una volta soltanto ad Israele e agli israeliani. Non alla contesa nel suo complesso, non alla tragedia dei trentacinque anni d´occupazione militare vissuta dai palestinesi (ai loro morti, alle loro terre espropriate, al loro sentirsi senza più speranze), ma soltanto ad Israele. In quale pauroso vicolo cieco, è stata spinta infatti la società israeliana dai suoi governanti. Il paese è irriconoscibile. Era prospero, e oggi attraversa una crisi economica devastante. Era sicuro di sé, della sua forza militare, del prestigio che gli veniva dalla grande impresa sionista, ed oggi - nonostante lo scudo americano - è moralmente isolato, vulnerabile, quotidianamente in pericolo.

La sua vita politica (la più simile, sotto vari aspetti, a quella italiana) si fa ogni giorno più rissosa e confusa. Gli scandali si susseguono, ultimo quello delle elezione primarie del Likud, dove la vittoria di Sharon sarebbe stata pagata quasi voto per voto. I laburisti, che ebbero tanta parte nella fondazione dello Stato, sono allo sbando. Attraverso i partiti religiosi e quelli d´estrema destra, la voce dei coloni - che nella maggior parte rifiutano qualsiasi compromesso territoriale, e moltissimi di loro parlano anzi di "espulsione" dei palestinesi - è oggi la voce che echeggia più forte sulla scena politica del paese. E intanto il capo di Stato maggiore, Shaul Mofaz, avverte: se in caso d´una guerra americana all´Iraq, Saddam Hussein dovesse lanciare un missile non convenzionale su una città d´Israele, un esodo di popolazione verso altri paesi può essere dato per sicuro.

Questo è Israele, dopo anni e anni d´occasioni perdute (prima ancora che le occasioni le gettasse a mare Yasser Arafat) per giungere a un qualche regolamento della contesa, e poi alla pace. Un paio di giorni fa, Doron Rosenblum ha descritto su Haaretz l´atmosfera che pesa sullo Stato ebraico: "La mentalità del ghetto sta trionfando, Israele è oggi il ghetto più vasto, più minacciato e più pericoloso che sia mai esistito". L´"israelità", l´identità israeliana - continuava Rosenblum-, si sta disgregando sotto i colpi dei partiti religiosi, dei coloni e di Sharon.

Quest´atmosfera, e i sondaggi elettorali, promettono ad Ariel Sharon una facile vittoria alle elezioni del 28 gennaio. E a dire che Sharon è "un uomo di pace", è stato soltanto George W. Bush, sbalordendo con quella sua frase di qualche mese fa mezzo mondo. Il principio del politico intransigente, quasi sempre di destra (come De Gaulle, come Begin), che può giungere a compromessi vietati al governante flessibile, quasi sempre di sinistra, non vale infatti per l´artefice della disastrosa invasione del Libano nell´´82. Dal secondo governo Sharon non verranno quindi aperture e proposte accettabili dai palestinesi. Tutto resterà com´è, e a noi toccherà scrivere, chi sa per quanto tempo ancora, gli stessi articoli degli ultimi vent´anni.

 

(lunedì 6 gennaio 2003)