INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  E’ interessante leggere queste considerazioni su un quotidiano non certamente di sinistra. Francesco

 

IL SOLE 24 ORE

 

I piani Usa per il petrolio di Baghdad
MARIO PLATERO

 

Per rispondere alla prudenza che pervade molte compagnie petrolifere sia internazionali che americane nella programmazione di investimenti in un Irak liberato, sia il dipartimento di Stato che il Pentagono hanno messo a punto progetti che si dovranno occupare in modo diretto della gestione degli affari petroliferi subito dopo la presa di Baghdad. Fonti vicine all'amministrazione ammettono che il successo dei progetti che gli Stati Uniti hanno per il futuro democratico dell'Irak, dipenderà da come si imposterà la gestione delle risorse petrolifere, necessarie alla ricostruzione e all'investimento nel futuro economico del paese. Le stesse fonti insistono che la guerra, se ci sarà, non sarà combattuta per il petrolio, ma per portare stabilità e democrazia alla regione, ma prendono atto del fatto che i colossi americani del settore, esclusi negli ultimi anni da molti accordi siglati dal governo iracheno, non sembrano avere fretta. «Le aziende petrolifere richiederanno molte garanzie prima di impegnarsi anche nella prima fase» aveva detto qualche giorno fa, a margine di un incontro con gli analisti, Andrew Gould, il nuovo amministratore delegato della Schlumberger. È proprio questo atteggiamento prudente e distaccato da parte di chi dovrà investire - un atteggiamento che i pianificatori del dopoguerra avevano già rilevato nel corso di conversazioni riservate ben prima delle uscite pubbliche di ieri - ad aver convinto l'amministrazione Bush a impegnarsi in modo più diretto nell'impostazione di un nuovo sistema amministrativo in Irak dopo il cambiamento di regime, con particolare attenzione al settore petrolifero. E a programmare un periodo di permanenza che potrebbe essere più vicino ai due anni che ai sei mesi indicati come lasso di tempo necessario ad organizzare una transizione democratica in Irak nel post Saddam Hussein. Il dipartimento di Stato e il Pentagono avrebbero affidato ad esperti del settore che lavorano per l'amministrazione, l'incarico di elaborare progetti che dovranno affrontare e risolvere i problemi della gestione petrolifera subito dopo la presa di Baghdad. Fra gli obiettivi di questi progetti si considera la ricostituzione dell'Iraki National Oil Company, l'agenzia governativa preposta alla gestione e allo sfruttamento delle risorse petrolifere, chiusa da Saddam per sospette infedeltà politiche. Oggi il petrolio iracheno è gestito direttamente dal ministero per l'Energia, ma l'impostazione precedente era più efficace. Il piano prevede l'esame dettagliato della legalità dei contratti negoziati finora dal governo iracheno sullo sfruttamento di vasti giacimenti divisi fra numerose aziende del settore, tutte non americane. La parte del leone in questo momento è svolta dalla Francia e dalla Russia, ma le indiscrezioni anticipano che la legalità degli accordi preliminari sarà messa in dubbio e che molti dei contratti sarano comunque rinegoziati. Il dipartimento di Stato prevede che solo in un contesto di “riorganizzazione” degli attuali accordi le grandi compagnie petrolifere americane, finora escluse dai progetti in Irak, ma dotate di enormi risorse finanziarie (basti pensare che il colosso Exxon Mobil prevede investimenti per oltre 100 miliardi di dollari in esplorazione e produzione nei prossimi sette anni), potranno rivendicare un ruolo di partecipazione importante. Secondo gli esperti americani l'obiettivo finale sarà comunque quello di minimizzare conflittualità fra i contendenti. Per questo si anticipano due approcci. Il primo prevede una suddivisione dei contratti già assegnati attraverso formule di co-partecipazione già sperimentate, che consentiranno implicitamente una ripartizione del rischio. Il secondo riguarda l'identificazione di nuovi progetti di esplorazione e di sfruttamento ancora da assegnare. Anche se le autorità americane potrebbero essere tentate dall'occasione, quasi certamente l'Irak, anche sotto una gestione amministrativa americana, rispetterà gli accordi dell'Opec. Questo pone dei limiti alla produzione e potrebbe ridurre le proiezioni di reddito del «nuovo Irak» calcolate sulla base di stime da qui a dieci anni di 7,2 milioni di barili al giorno. Per questo i tempi si allungano. Per raggiungere quel livello ci vorranno dieci anni e investimenti di circa 10 miliardi di dollari. Si comincerà perciò con la prima fase, che prevede di passare dalla produzione di circa 2,5 milioni di barili al giorno di oggi ai 3,6 milioni di barili possibili in piena capacità operativa sulla base delle strutture esistenti. Ma già per far questo ci vorranno fra i 2 e i 3 anni, a un investimento stimato fra i 3 e i 5 miliardi di dollari. Chi metterà i soldi? Il problema è che la situazione irachena nel dopo guerra non sarà necessariamente brillante grazie al petrolio. Anche se i circa 3000 pozzi esistenti non saranno distrutti da Saddam, come ultima vendetta e se i danni della possibile guerra saranno contenuti, il fabbisogno per la ricostruzione in Irak è stimato sui 250 miliardi di dollari. Si aggiunga che l'Irak ha un debito di 40 miliardi di dollari nei confronti di Arabia Saudita e Kuwait, per prestiti durante la guerra contro l'Iran, e che vi sono esposizioni per dieci miliardi di dollari nei confronti della Russia e di 4-5 miliardi di dollari nei confronti della Francia: «Far quadrare il cerchio sarà un grattacapo - dichiara una delle fonti interpellate dal Sole 24 Ore - è essenziale che l'amministrazione annunci il giorno stesso della presa di Baghdad i suoi progetti per la gestione delle risorse petrolifere. Non ci sarà neppure un giorno da perdere, altrimenti il rischio sarà quello di aver fatto la guerra inutilmente».