INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Un inviato speciale della CNN racconta la prima guerra
del golfo. Francesco
IL CORRIERE DELLA SERA
da The Guardian
(traduzione di Lura Toschi)
di PETER ARNETT
Tutto cominciò con la storia della fabbrica di latte in
polvere per bambini. Fino ad allora, l'amministrazione Bush era stata una
sostenitrice entusiasta di come la Cnn stava coprendo i bombardamenti su Bagdad
del ’91. I nostri notiziari in diretta dal 9° piano dell’Hotel al-Rashid
facevano pensare che i missili Cruise e le bombe stessero trovando i bersagli
designati, e cioè centrali di comando, caserme, palazzi e rifugi di Saddam. Ciò
che riportavamo pareva confermare la valutazione del Pentagono che le uccisioni
di civili fossero nulle. Ma un giorno piovvero quattro bombe su un impianto
industriale alla periferia di Bagdad, e la luna di miele finì. Venni portato
sul posto dal mio «guardiano» iracheno assieme a una troupe. Lasciammo
l'autostrada appena oltrepassato un grande manifesto sbiadito di Saddam Hussein
intento a consolare un bambino afflitto.
L'ingresso portava un cartello scritto rozzamente, che in
arabo e inglese diceva « baby milk plant » (fabbrica di latte per bambini). I
funzionari iracheni dissero che la fabbrica produceva 20 tonnellate di latte in
polvere al giorno per i bambini della capitale. Camminavo immerso fino alle
caviglie nella polvere bianca. I documenti che giacevano attorno descrivevano
il prodotto come un miscuglio di malto, estratto zuccherino e latte. Io presi
una bracciata di confezioni intatte per distribuirle ai bambini, una volta
rientrato in albergo. Mi sembrò un impianto innocuo.
Quella sera riferii alla Cnn col mio telefono satellitare
quello che mi era stato detto dagli iracheni: che lo stabilimento era l'unica
fonte a Bagdad di alimenti liquidi per l'infanzia, e che non si trattava di un
obiettivo legittimo. Me ne andai a letto. Quando mi svegliai il mattino dopo,
sintonizzai la radio sulla Bbc e scoprii di avere riportato una delle storie
più controverse della mia carriera. Il portavoce della Casa Bianca, Marlin
Fitzwater, mi diede del bugiardo. Lo stesso presidente George Bush aveva visto
il servizio, disse Fitzwater, «e non era stato contento». Lo stabilimento non
produceva latte in polvere, come dichiarato dagli iracheni, ma era «una
struttura per produrre armi biologiche», affermò Fitzwater. Quanto al
giornalista della Cnn Peter Arnett, era «un canale della disinformazione
irachena».
Cominciò così una guerra di parole. La fabbrica di latte
per bambini fu solo la prima di una valanga di immagini, provenienti
dall'interno dell'Iraq, che sembravano sbugiardare le ripetute vanterie del
Pentagono sulla loro nuova generazione di armamenti a prova d'errore. Il giorno
8, a Bagdad vennero distrutte tre case con i loro abitanti. Il 9, vennero
bombardati diversi isolati in una città a nord di Bagdad, con molte dozzine di
morti. Il 10, altri bombardamenti sulle case a Najaf. La Cnn divenne oggetto
della collera ufficiale perché precedeva regolarmente la concorrenza e attirava
con i suoi servizi moltissimi telespettatori.
Il comandante della coalizione militare, il generale Norman
Schwarzkopf, risolse il proprio dilemma morale spegnendo la Cnn nel suo bunker.
L'amministrazione Bush, ben sapendo che gli spettatori d'America erano maniaci
dei servizi sulla guerra, organizzò una complessa campagna per assassinare il
personaggio. Io venni denunciato davanti al Congresso. Il delegato della
Pennsylvania, Laurence Coughlin, disse: «Arnett è il Goebbels del regime
hitleriano di Saddam».
Le basi logiche di chi mi criticava erano che le mie
osservazioni fossero menzogne dirette oppure, se erano accompagnate da filmati,
che gli stessi incidenti fossero stati creati ad arte dai servizi iracheni.
L'insinuazione era che Saddam Hussein stesse radendo al suolo le proprie città
per ottenere immagini propagandistiche. Forse qualcuno avrebbe potuto perfino
crederci se glielo si fosse ripetuto abbastanza, e certo in quelle prime
settimane di guerra l'amministrazione Bush eludeva le critiche serie. Ma poi
arrivò il 13 febbraio, e il gioco del biasimo finì.
Quel mattino alle 4.50 un jet americano sganciò due missili
a guida di precisione su di un rifugio antiaereo civile nel quartiere Amariya,
a Bagdad. Donne, bambini e anziani erano pigiati all'interno; i morti furono
circa 400. Vi discesero i giornalisti, ed entro poche ore le immagini più
raccapriccianti della guerra scioccarono gli spettatori di tutto il mondo. Il
Pentagono cercò di spiegare che il rifugio era un obiettivo legittimo perché
c’erano antenne della radio, e avrebbe potuto essere utilizzato a fini
militari. Pochi la bevvero. Il ministro degli Esteri russo, venuto in visita
pochi giorni dopo, mi disse che il presidente Mikhail Gorbaciov l'aveva mandato
a Bagdad «perché questa carneficina deve finire».
Il dibattito sul bombardamento di Amariya spostò
l'attenzione dalla mia credibilità a quella del Pentagono. Le immagini erano
state così sconvolgenti che la gente cominciò a farsi domande sulla politica.
Molto dopo la guerra appresi che, in fin dei conti, la politica era stata
cambiata dal massacro nel rifugio, e che i cosiddetti «obiettivi
militari-civili» erano stati radiati dalla lista dei bombardamenti, almeno per
quanto restava della guerra del Golfo.
Però, da allora, la tolleranza verso immagini spiacevoli di
guerra sembra aver messo a dura prova la pazienza dei politici americani.
L'amministrazione Clinton approvò il bombardamento del centro televisivo di
Belgrado, durante la guerra del Kosovo, appena qualche ora dopo che la
maggioranza dei giornalisti televisivi occidentali aveva chiuso i notiziari
serali. L'ufficio di Kabul della controversa Al Jazira , la cosiddetta « Cnn
araba», venne spazzato via durante l'attacco a Kabul del 2001.
Senza dubbio i giornalisti bramosi di notizie si
piazzeranno di nuovo sui tetti degli alberghi di Bagdad, se dovesse scoppiare
un'altra guerra.
23 febbraio 2003