INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Un documento denso di significato. L’attuale pontefice
riprende il documento “Pacem in terris” scritto dal predecessore Papa Giovanni
XXIII e lo attualizza. Veramente un ottimo spunto di riflessione per chiunque
voglia decidere di impegnarsi per un mondo migliore. E’ un po’ lungo, ma
credetemi… va letto tutto d’un fiato! Francesco
MESSAGGIO
DI GIOVANNI PAOLO II PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2003
1. Sono trascorsi quasi quarant'anni da quell'11 aprile
1963, in cui Papa Giovanni XXIII pubblicò la storica Lettera enciclica Pacem in
terris. Si celebrava in quel giorno il Giovedì Santo. Rivolgendosi «a tutti gli
uomini di buona volontà», il mio venerato Predecessore, che sarebbe morto due
mesi più tardi, compendiava il suo messaggio di pace al mondo nella prima
affermazione dell'Enciclica: «La pace in terra, anelito profondo degli esseri
umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno
rispetto dell'ordine stabilito da Dio» (Pacem in terris, introd.: AAS, 55
[1963], 257).
Parlare di pace ad un mondo diviso
2. In realtà, il mondo a cui Giovanni XXIII si rivolgeva
era in un profondo stato di disordine. Il XX secolo era iniziato con una grande
attesa di progresso. L'umanità aveva invece dovuto registrare, in sessant'anni
di storia, lo scoppio di due guerre mondiali, l'affermarsi di sistemi
totalitari devastanti, l'accumularsi di immense sofferenze umane e lo
scatenarsi, nei confronti della Chiesa, della più grande persecuzione che la
storia abbia mai conosciuto.
Solo due anni prima della Pacem in terris, nel 1961, il «
muro di Berlino » veniva eretto per dividere e mettere l'una contro l'altra non
soltanto due parti di quella Città, ma anche due modi di comprendere e di
costruire la città terrena. Da una parte e dall'altra del muro la vita assunse
uno stile differente, ispirato a regole tra loro spesso contrapposte, in un
clima diffuso di sospetto e di diffidenza. Tanto come visione del mondo quanto
come concreta impostazione della vita, quel muro attraversò l'umanità nel suo
insieme e penetrò nel cuore e nella mente delle persone, creando divisioni che
sembravano destinate a durare per sempre.
Inoltre, proprio sei mesi prima della pubblicazione
dell'Enciclica, mentre a Roma si era da pochi giorni aperto il Concilio
Vaticano II, il mondo, a causa della crisi dei missili a Cuba, si trovò
sull'orlo di una guerra nucleare. La strada verso un mondo di pace, di
giustizia e di libertà sembrava bloccata. Molti ritenevano che l'umanità fosse
condannata a vivere per tanto tempo ancora in quelle precarie condizioni di «
guerra fredda », costantemente sottoposta all'incubo che un'aggressione o un
incidente potessero scatenare da un giorno all'altro la peggior guerra di tutta
la storia umana. L'uso delle armi atomiche, infatti, l'avrebbe trasformata in
un conflitto che avrebbe messo a repentaglio il futuro stesso dell'umanità.
I quattro pilastri della pace
3. Papa Giovanni XXIII non era d'accordo con coloro che
ritenevano impossibile la pace. Con l'Enciclica, egli fece sì che questo
fondamentale valore – con tutta la sua esigente verità – cominciasse a bussare
da entrambe le parti di quel muro e di tutti i muri. A ciascuno l'Enciclica
parlò della comune appartenenza alla famiglia umana e accese per tutti una luce
sull'aspirazione della gente di ogni parte della terra a vivere in sicurezza,
giustizia e speranza per il futuro.
Da spirito illuminato qual era, Giovanni XXIII identificò
le condizioni essenziali per la pace in quattro precise esigenze dell'animo
umano: la verità, la giustizia, l'amore e la libertà (cfr ibid., I: l.c.,
265-266). La verità – egli disse – sarà fondamento della pace, se ogni
individuo con onestà prenderà coscienza, oltre che dei propri diritti, anche
dei propri doveri verso gli altri. La giustizia edificherà la pace, se ciascuno
concretamente rispetterà i diritti altrui e si sforzerà di adempiere pienamente
i propri doveri verso gli altri. L'amore sarà fermento di pace, se la gente sentirà
i bisogni degli altri come propri e condividerà con gli altri ciò che possiede,
a cominciare dai valori dello spirito. La libertà infine alimenterà la pace e
la farà fruttificare se, nella scelta dei mezzi per raggiungerla, gli individui
seguiranno la ragione e si assumeranno con coraggio la responsabilità delle
proprie azioni.
Guardando al presente e al futuro con gli occhi della fede
e della ragione, il beato Giovanni XXIII intravide ed interpretò le spinte
profonde che già erano all'opera nella storia. Egli sapeva che le cose non
sempre sono come appaiono in superficie. Malgrado le guerre e le minacce di
guerre, c'era qualcos'altro all'opera nelle vicende umane, qualcosa che il Papa
colse come il promettente inizio di una rivoluzione spirituale.
Una nuova coscienza della dignità dell'uomo e dei suoi
inalienabili diritti
4. L'umanità, egli scrisse, ha intrapreso una nuova tappa
del suo cammino (cfr ibid., I: l.c., 267-269). La fine del colonialismo, la
nascita di nuovi Stati indipendenti, la difesa più efficace dei diritti dei
lavoratori, la nuova e gradita presenza delle donne nella vita pubblica, gli
apparivano come altrettanti segni di un'umanità che stava entrando in una nuova
fase della sua storia, una fase caratterizzata dalla « convinzione che tutti
gli uomini sono uguali per dignità naturale » (ibid., I: l.c., 268). Certo,
tale dignità era ancora calpestata in molte parti del mondo. Il Papa non lo
ignorava. Egli era tuttavia convinto che, malgrado la situazione fosse sotto
alcuni aspetti drammatica, il mondo stava diventando sempre più consapevole di
certi valori spirituali e sempre più aperto alla ricchezza di contenuto di quei
«pilastri della pace» che erano la verità, la giustizia, l'amore e la libertà
(cfr ibid., I: l.c., 268-269). Attraverso l'impegno di portare questi valori
nella vita sociale, sia nazionale che internazionale, uomini e donne sarebbero
diventati sempre più consapevoli dell'importanza del loro rapporto con Dio,
fonte di ogni bene, quale solido fondamento e supremo criterio della loro vita,
sia come singoli individui che come esseri sociali (cfr ibid.). Questa più
acuta sensibilità spirituale, il Papa ne era convinto, avrebbe avuto anche
profonde conseguenze pubbliche e politiche.
Davanti alla crescente consapevolezza dei diritti umani che
andava emergendo a livello sia nazionale che internazionale, Giovanni XXIII
intuì la forza insita nel fenomeno ed il suo straordinario potere di cambiare
la storia. Quel che avvenne pochi anni dopo soprattutto nell'Europa centrale ed
orientale ne offrì la singolare conferma. La strada verso la pace, insegnava il
Papa nell'Enciclica, doveva passare attraverso la difesa e la promozione dei
diritti umani fondamentali. Di essi infatti ogni persona umana gode, non come
di beneficio elargito da una certa classe sociale o dallo Stato, ma come di una
prerogativa che le è propria in quanto persona: «In una convivenza ordinata e
feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona,
cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto
di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla
sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili,
inalienabili» (ibid., I: l.c., 259).
Non si trattava semplicemente di idee astratte. Erano idee
dalle vaste conseguenze pratiche, come la storia avrebbe presto dimostrato.
Sulla base della convinzione che ogni essere umano è uguale in dignità e che,
di conseguenza, la società deve adeguare le sue strutture a tale presupposto,
sorsero ben presto i movimenti per i diritti umani, che diedero espressione
politica concreta a una delle grandi dinamiche della storia contemporanea. La
promozione della libertà fu riconosciuta come una componente indispensabile
dell'impegno per la pace. Emergendo praticamente in ogni parte del mondo,
questi movimenti contribuirono al rovesciamento di forme di governo
dittatoriali e spinsero a sostituirle con altre forme più democratiche e
partecipative. Essi dimostrarono, in pratica, che pace e progresso possono
essere ottenuti solo attraverso il rispetto della legge morale universale,
scritta nel cuore dell'uomo (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea
delle Nazioni Unite, 5 ottobre 1995, n. 3).
Il bene comune universale
5. Su di un altro punto l'insegnamento della Pacem in
terris si dimostrò profetico, precorrendo la fase successiva dell'evoluzione
delle politiche mondiali. Davanti ad un mondo che stava diventando sempre più
interdipendente e globale, Papa Giovanni XXIII suggerì che il concetto di bene
comune doveva essere elaborato con un orizzonte mondiale. Ormai, per essere
corretto, il discorso doveva far riferimento al concetto di «bene comune
universale» (Pacem in terris, IV: l.c., 292). Una delle conseguenze di questa
evoluzione era l'evidente esigenza che vi fosse un'autorità pubblica a livello
internazionale, che potesse disporre dell'effettiva capacità di promuovere tale
bene comune universale. Questa autorità, soggiungeva immediatamente il Papa,
non avrebbe dovuto essere stabilita attraverso la coercizione, ma solo
attraverso il consenso delle nazioni. Si sarebbe dovuto trattare di un
organismo avente come «obiettivo fondamentale il riconoscimento, il rispetto,
la tutela e la promozione dei diritti della persona» (ibid., IV: l.c., 294).
Non sorprende perciò che Giovanni XXIII guardasse con
grande speranza all'Organizzazione delle Nazioni Unite, costituita il 26 giugno
1945. Egli vedeva in essa uno strumento credibile per mantenere e rafforzare la
pace nel mondo. Proprio per questo espresse particolare apprezzamento per la
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, considerandola «un
passo importante nel cammino verso l'organizzazione giuridico-politica della
comunità mondiale» (ibid., IV: l.c., 295). In tale Dichiarazione infatti
venivano fissati i fondamenti morali sui quali avrebbe potuto poggiare
l'edificazione di un mondo caratterizzato dall'ordine anziché dal disordine,
dal dialogo anziché dalla forza. In questa prospettiva, il Papa lasciava
intendere che la difesa dei diritti umani da parte dell'Organizzazione delle
Nazioni Unite era il presupposto indispensabile per lo sviluppo della capacità
dell'Organizzazione stessa di promuovere e difendere la sicurezza
internazionale.
Non solo la visione precorritrice di Papa Giovanni XXIII,
la prospettiva cioè di un'autorità pubblica internazionale a servizio dei
diritti umani, della libertà e della pace, non si è ancora interamente
realizzata, ma si deve registrare, purtroppo, la non infrequente esitazione
della comunità internazionale nel dovere di rispettare e applicare i diritti
umani. Questo dovere tocca tutti i diritti fondamentali e non consente scelte
arbitrarie, che porterebbero a realizzare forme di discriminazione e di
ingiustizia. Allo stesso tempo, siamo testimoni dell'affermarsi di una
preoccupante forbice tra una serie di nuovi «diritti» promossi nelle società
tecnologicamente avanzate e diritti umani elementari che tuttora non vengono
soddisfatti soprattutto in situazioni di sottosviluppo: penso, ad esempio, al
diritto al cibo, all'acqua potabile, alla casa, all'auto- determinazione e
all'indipendenza. La pace richiede che questa distanza sia urgentemente ridotta
e infine superata.
Un'osservazione deve ancora essere fatta: la comunità
internazionale, che dal 1948 possiede una carta dei diritti della persona
umana, ha per lo più trascurato d'insistere adeguatamente sui doveri che ne
derivano. In realtà, è il dovere che stabilisce l'ambito entro il quale i
diritti devono contenersi per non trasformarsi nell'esercizio di un arbitrio.
Una più grande consapevolezza dei doveri umani universali sarebbe di grande
beneficio alla causa della pace, perché le fornirebbe la base morale del
riconoscimento condiviso di un ordine delle cose che non dipende dalla volontà
di un individuo o di un gruppo.
Un nuovo ordine morale internazionale
6. Resta comunque vero che, nonostante molte difficoltà e
ritardi, nei quarant'anni trascorsi si è avuto un notevole progresso verso la
realizzazione della nobile visione di Papa Giovanni XXIII. Il fatto che gli
Stati quasi in ogni parte del mondo si sentano obbligati ad onorare l'idea dei
diritti umani mostra come siano potenti gli strumenti della convinzione morale
e dell'integrità spirituale. Furono queste le forze che si rivelarono decisive
in quella mobilitazione delle coscienze che fu all'origine della rivoluzione
non violenta del 1989, evento che determinò il crollo del comunismo europeo. E
sebbene nozioni distorte di libertà, intesa come licenza, continuino a
minacciare la democrazia e le società libere, è sicuramente significativo che,
nei quarant'anni trascorsi dalla Pacem in terris, molte popolazioni del mondo
siano diventate più libere, strutture di dialogo e di cooperazione tra le
nazioni si siano rafforzate e la minaccia di una guerra globale nucleare, quale
si profilò drasticamente ai tempi di Papa Giovanni XXIII, sia stata
efficacemente contenuta.
A questo proposito, con umile coraggio vorrei osservare
come l'insegnamento plurisecolare della Chiesa sulla pace intesa come
«tranquillitas ordinis» – «tranquillità dell'ordine», secondo la definizione di
Sant'Agostino (De civitate Dei, 19, 13), si sia rivelato, alla luce anche degli
approfondimenti della Pacem in terris, particolarmente significativo per il
mondo odierno, tanto per i Capi delle nazioni quanto per i semplici cittadini.
Che ci sia un grande disordine nella situazione del mondo contemporaneo è
constatazione da tutti facilmente condivisa. L'interrogativo che si impone è
perciò il seguente: quale tipo di ordine può sostituire questo disordine, per
dare agli uomini e alle donne la possibilità di vivere in libertà, giustizia e
sicurezza? E poiché il mondo, pur nel suo disordine, si sta comunque
«organizzando» in vari campi (economico, culturale e perfino politico), sorge
un'altra domanda ugualmente pressante: secondo quali principi si stanno
sviluppando queste nuove forme di ordine mondiale?
Queste domande ad ampio raggio indicano che il problema
dell'ordine negli affari mondiali, che è poi il problema della pace rettamente
intesa, non può prescindere da questioni legate ai principi morali. In altre
parole, emerge anche da questa angolatura la consapevolezza che la questione
della pace non può essere separata da quella della dignità e dei diritti umani.
Proprio questa è una delle perenni verità insegnate dalla Pacem in terris, e
noi faremmo bene a ricordarla e a meditarla in questo quarantesimo
anniversario.
Non è forse questo il tempo nel quale tutti devono
collaborare alla costituzione di una nuova organizzazione dell'intera famiglia
umana, per assicurare la pace e l'armonia tra i popoli, ed insieme promuovere
il loro progresso integrale? È importante evitare fraintendimenti: non si vuol
qui alludere alla costituzione di un super-stato globale. Si intende piuttosto
sottolineare l'urgenza di accelerare i processi già in corso per rispondere
alla pressoché universale domanda di modi democratici nell'esercizio
dell'autorità politica, sia nazionale che internazionale, come anche alla
richiesta di trasparenza e di credibilità ad ogni livello della vita pubblica.
Confidando nella bontà presente nel cuore di ogni persona, Papa Giovanni XXIII
volle far leva su di essa e chiamò il mondo intero ad una più nobile visione
della vita pubblica e dell'esercizio della pubblica autorità. Con audacia,
spinse il mondo a proiettarsi al di là del proprio presente stato di disordine,
e ad immaginare nuove forme di ordine internazionale che fossero a misura della
dignità umana.
Il legame tra pace e verità
7. Contestando la visione di coloro che pensavano alla
politica come ad un territorio svincolato dalla morale e soggetto al solo
criterio dell'interesse, Giovanni XXIII, attraverso l'Enciclica Pacem in
terris, delineò una più vera immagine dell'umana realtà e indicò la via verso
un futuro migliore per tutti. Proprio perché le persone sono create con la
capacità di elaborare scelte morali, nessuna attività umana si situa al di
fuori della sfera dei valori etici. La politica è un'attività umana; perciò
anch'essa è soggetta al giudizio morale. Questo è vero anche per la politica
internazionale. Il Papa scriveva: «La stessa legge naturale che regola i
rapporti tra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive
comunità politiche» (Pacem in terris, III: l.c., 279). Quanti ritengono che la
vita pubblica internazionale si esplichi in qualche modo fuori dell'ambito del
giudizio morale, non hanno che da riflettere sull'impatto dei movimenti per i
diritti umani sulle politiche nazionali e internazionali del XX secolo, da poco
concluso. Questi sviluppi, che l'insegnamento dell'Enciclica aveva precorso,
confutano decisamente la pretesa che le politiche internazionali si collochino
in una sorta di «zona franca » in cui la legge morale non avrebbe alcun potere.
Forse non c'è un altro luogo in cui si avverta con uguale
chiarezza la necessità di un uso corretto dell'autorità politica, quanto nella
drammatica situazione del Medio Oriente e della Terra Santa. Giorno dopo giorno
e anno dopo anno, l'effetto cumulativo di un esasperato rifiuto reciproco e di
una catena infinita di violenze e di vendette ha frantumato sinora ogni
tentativo di avviare un dialogo serio sulle reali questioni in causa. La
precarietà della situazione è resa ancor più drammatica dallo scontro di
interessi esistente tra i membri della comunità internazionale. Finché coloro
che occupano posizioni di responsabilità non accetteranno di porre
coraggiosamente in questione il loro modo di gestire il potere e di procurare
il benessere dei loro popoli, sarà difficile immaginare che si possa davvero
progredire verso la pace. La lotta fratricida, che ogni giorno scuote la Terra
Santa contrapponendo tra loro le forze che tessono l'immediato futuro del Medio
Oriente, pone l'urgente esigenza di uomini e di donne convinti della necessità
di una politica fondata sul rispetto della dignità e dei diritti della persona.
Una simile politica è per tutti incomparabilmente più vantaggiosa che la
continuazione delle situazioni di conflitto in atto. Occorre partire da questa
verità. Essa è sempre più liberante di qualsiasi forma di propaganda,
specialmente quando tale propaganda servisse a dissimulare intenzioni
inconfessabili.
Le premesse di una pace durevole
8. C'è un legame inscindibile tra l'impegno per la pace e
il rispetto della verità. L'onestà nel dare informazioni, l'equità dei sistemi
giuridici, la trasparenza delle procedure democratiche danno ai cittadini quel
senso di sicurezza, quella disponibilità a comporre le controversie con mezzi
pacifici e quella volontà di intesa leale e costruttiva che costituiscono le vere
premesse di una pace durevole. Gli incontri politici a livello nazionale e
internazionale servono la causa della pace solo se l'assunzione comune degli
impegni è poi rispettata da ogni parte. In caso contrario, questi incontri
rischiano di diventare irrilevanti e inutili, ed il risultato è che la gente è
tentata di credere sempre meno all'utilità del dialogo e di confidare invece
nell'uso della forza come via per risolvere le controversie. Le ripercussioni
negative, che sul processo di pace hanno gli impegni presi e poi non
rispettati, devono indurre i Capi di Stato e di Governo a ponderare con grande
senso di responsabilità ogni loro decisione.
Pacta sunt servanda, recita l'antico adagio. Se tutti gli
impegni assunti devono essere rispettati, speciale cura deve essere posta nel
dare esecuzione agli impegni assunti verso i poveri. Particolarmente frustrante
sarebbe infatti, nei loro confronti, il mancato adempimento di promesse da loro
sentite come di vitale interesse. In questa prospettiva, il mancato adempimento
degli impegni con le nazioni in via di sviluppo costituisce una seria questione
morale e mette ancora più in luce l'ingiustizia delle disuguaglianze esistenti
nel mondo. La sofferenza causata dalla povertà risulta drammaticamente
accresciuta dal venir meno della fiducia. Il risultato finale è la caduta di
ogni speranza. La presenza della fiducia nelle relazioni internazionali è un
capitale sociale di valore fondamentale.
Una cultura di pace
9. A voler guardare le cose a fondo, si deve riconoscere
che la pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e
procedure di pace – giuridiche, politiche ed economiche – sono certamente
necessarie e fortunatamente sono spesso presenti. Esse tuttavia non sono che il
frutto della saggezza e dell'esperienza accumulata lungo la storia mediante
innumerevoli gesti di pace, posti da uomini e donne che hanno saputo sperare
senza cedere mai allo scoraggiamento. Gesti di pace nascono dalla vita di
persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace. Sono
frutto della mente e del cuore di «operatori di pace» (Mt 5, 9). Gesti di pace
sono possibili quando la gente apprezza pienamente la dimensione comunitaria
della vita, così da percepire il significato e le conseguenze che certi eventi
hanno sulla propria comunità e sul mondo nel suo insieme. Gesti di pace creano
una tradizione e una cultura di pace.
La religione possiede un ruolo vitale nel suscitare gesti
di pace e nel consolidare condizioni di pace. Essa può esercitare questo ruolo
tanto più efficacemente, quanto più decisamente si concentra su ciò che le è
proprio: l'apertura a Dio, l'insegnamento di una fratellanza universale e la
promozione di una cultura di solidarietà. La «Giornata di preghiera per la
pace», che ho promosso ad Assisi il 24 gennaio 2002 coinvolgendo i
rappresentanti di numerose religioni, aveva proprio questo scopo. Voleva
esprimere il desiderio di educare alla pace attraverso la diffusione di una
spiritualità e di una cultura di pace.
L'eredità della «Pacem in terris»
10. Il beato Giovanni XXIII era persona che non temeva il
futuro. Lo aiutava in questo atteggiamento di ottimismo quella convinta
confidenza in Dio e nell'uomo che gli veniva dal profondo clima di fede in cui
era cresciuto. Forte di questo abbandono alla Provvidenza, persino in un
contesto che sembrava di permanente conflitto, non esitò a proporre ai leader
del suo tempo una visione nuova del mondo. È questa l'eredità che egli ci ha
lasciato. Guardando a lui, in questa Giornata Mondiale della Pace 2003, siamo
invitati ad impegnarci in quei medesimi sentimenti che furono suoi: fiducia in
Dio misericordioso e compassionevole, che ci chiama alla fratellanza; fiducia
negli uomini e nelle donne del nostro come di ogni altro tempo, a motivo
dell'immagine di Dio impressa ugualmente negli animi di tutti. È partendo da
questi sentimenti che si può sperare di costruire un mondo di pace sulla terra.
All'inizio di un nuovo anno nella storia dell'umanità, è
questo l'augurio che mi sale spontaneo dal profondo del cuore: che nell'animo
di tutti possa sbocciare uno slancio di rinnovata adesione alla nobile missione
che l'Enciclica Pacem in terris proponeva quarant'anni fa a tutti gli uomini e
le donne di buona volontà. Tale compito, che l'Enciclica qualificava come «immenso»,
era indicato nel «ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella
giustizia, nell'amore, nella libertà». Il Papa precisava poi di riferirsi ai
«rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le
rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui,
famiglie, corpi intermedi e comunità politiche, da una parte, e, dall'altra, la
comunità mondiale». E concludeva ribadendo che l'impegno di «attuare la vera
pace nell'ordine stabilito da Dio» costituiva un «ufficio nobilissimo» (Pacem
in terris, V: l.c., 301-302).
Il quarantesimo anniversario della Pacem in terris è
un'occasione quanto mai opportuna per fare tesoro dell'insegnamento profetico
di Papa Giovanni XXIII. Le comunità ecclesiali studieranno come celebrare
questo anniversario in modo appropriato durante l'anno, con iniziative che non
mancheranno di avere carattere ecumenico e interreligioso, aprendosi a tutti
coloro che hanno un profondo anelito a «superare le barriere che dividono, ad
accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare
coloro che hanno recato ingiurie» (ibid., V: l.c., 304).
Accompagno questi auspici con la preghiera a Dio
Onnipotente, sorgente di ogni nostro bene. Egli, che dalle condizioni di oppressione
e di conflitto ci chiama alla libertà e alla cooperazione per il bene di tutti,
aiuti le persone in ogni angolo della terra a costruire un mondo di pace,
sempre più saldamente fondato sui quattro pilastri che il beato Giovanni XXIII
ha indicato a tutti nella sua storica Enciclica: verità, giustizia, amore e
libertà.
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2002.