INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  Un confronto alla pari tra la visione Israeliana e quella Palestinese Francesco

 

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Medio Oriente. Tom Segev e Nabil Amer: «E se ripartissimo da Oslo?»

di Umberto De Giovannangeli

 

La sua lucidità intellettuale è pari alla passione civile con cui è capace

di raccontare verità amare. I suoi libri, le sue inchieste sul campo non

sono mai compiacenti verso il potere, da chiunque esso sia rappresentato in

Israele. Tom Segev, storico ed editorialista di punta del quotidiano

«Ha’aretz», è l’uomo giusto per aiutarci a capire dove va Israele; così come

Nabil Amer, fine intellettuale e membro autorevole del Consiglio legislativo

palestinese, rappresenta un punto di vista critico nei confronti

dell’attuale leadership palestinese. Intrecciando le loro considerazioni -

che sono state al centro di un affollato dibattito a Milano - è possibile

dar conto delle paure e delle speranze di due popoli in trincea.

 

Il fattore tempo innanzitutto. «La verità - afferma Segev - è che stiamo

sprecando tempo. Finchè ci saranno Sharon e Arafat a dominare la scena

politica, il processo di pace non farà mai passi in avanti. Sono due leader

prigionieri del passato, assolutamente non in grado di trovare un accordo».

«Sarà pure così - ribatte Nabil Amer - ma ciò non può portare ad un

ribaltamento dei ruoli in questa tragica vicenda storica: ad essere

oppresso, occupato, è il popolo palestinese, mentre Israele esercita il

ruolo dell’oppressore. La violenza non può cessare finchè ci sarà

l’occupazione israeliana e sette milioni di palestinesi senza carta di

identità, destinati ad una vita disperata. Bisogna aprire, e al più presto,

una nuova fase del processo di pace: Israele è pronto per questo? Noi lo

siamo».

 

Israele, le sue paure, la sua ricerca di identità, il suo voler difendere,

anche in trincea, l’essenza democratica che lo distingue nel panorama

mediorientale. Segev è impietoso nei confronti del passato governo di unità

nazionale: «Ha fatto molti danni, ci ha portato indietro nel tempo e creato

una chiusura tribale, contribuendo alla frammentazione dell’identità

nazionale. I due anni di impossibile convivenza, hanno macerato la sinistra

israeliana, dividendola, facendole perdere cognizione di se stessa, dei suoi

valori fondanti che sono vissuti in altri momenti cruciali per Israele». Ed

una delle colpe più gravi che Segev attribuisce al governo Sharon-Peres è

quello di aver di fatto cancellato gli accordi di Oslo: «E invece - spiega -

è proprio da quegli accordi del ‘93 che occorre ripartire, recuperandone non

solo i contenuti ma lo spirito che li ispirava: la gradualità

nell’applicazione e la certezza che alla fine del percorso negoziale lo

sbocco sarebbe stato quello di due popoli e due Stati». Una tesi che trova

concorde Nabil Amer: «Se c’è un errore di fondo che io imputo ad Arafat -

afferma - è quello di non aver sottoposto a verifica ogni passaggio

dell’intesa di Oslo. Pensiamo, ad esempio, alla questione cruciale degli

insediamenti: gli accordi di Oslo-Washington ne prefiguravano il blocco, ma

mentre ne discutevamo, gli insediamenti crescevano a dismisura, soprattutto

quando a governare era un premier laburista».

 

Tornare al tavolo negoziale è il modo migliore, più incisivo per isolare i

gruppi terroristi. Un concetto su cui Nabil Amer insiste con forza: «Certo -

sostiene - i terroristi vanno emarginati, ma per farlo abbiamo bisogno di

una controparte israeliana disposta realmente al compromesso. E,

soprattutto, abbiamo bisogno di un intervento esterno. Da soli i due popoli

non riusciranno a riannodare i fili del dialogo. Deve essere messa in campo

una iniziativa internazionale, che veda in prima fila il “Quartetto” (Usa,

Russia, Ue, Onu, ndr.); un’iniziativa internazionale che marci di pari passo

con un dialogo interno, sulla base di linee chiare, di sicurezza, di

garanzia sia per i palestinesi sia per gli israeliani».

 

Ma ricostruire un dialogo interno è impresa difficile, quasi una «missione

impossibile» dopo oltre due anni segnati da una violenza e da un odio

insaziabili. Nessuna causa, anche al più giusta - concordano Segev e Amer -

può giustificare il massacro di donne, bambini, civili inermi. Ma questo non

vuol dire avallare il pugno di ferro esercitato nei Territori: «Abbiamo

esercitato - sottolinea Tom Segev - un’oppressione brutale nei confronti

della popolazione palestinese: l’occupazione prolungata delle città

palestinesi, le punizioni collettive, l’asfissiante coprifuoco, hanno finito

per alimentare l’odio verso Israele. C’è una generazione di bambini

palestinesi persa perchè, a causa di un coprifuoco che può durare per

settimane e mesi, non può andare a scuola. Questo non è necessario per la

sicurezza. Purtroppo i diritti umani sono morti in Israele». «L’occupazione

prolungata e la costante deligittimazione della dirigenza palestinese -

sostiene Amer - hanno finito per ostruire il cammino delle riforme

democratiche in ogni ambito della vita politica palestinese; riforme che

investono gli stessi poteri del presidente Arafat. Non è con i carri armati

e i diktat che Israele aiuterà le forze riformatrici che operano in campo

palestinese». E di queste forze Amer è uno dei leader riconosciuti: già

ministro dell’Anp, direttore di «Al-Hayat al Jadida», ambasciatore a Mosca,

Amer ha rassegnato le dimissioni dalla carica di ministro nel maggio 2002

richiedendo una profonda riforma del’Autorità palestinese. Nell’ottobre

scorso ha abbandonato la sessione del Consiglio Legislativo per protesta con

il nuovo governo, a suo avviso troppo in continuità con il passato.

 

Non esistono scorciatoie militari (o violente) per raggiungere l’agognata

pace. «Dobbiamo negoziare - insiste Segev - come se non ci fossero atti

terroristici, smantellare degli insediamenti, a cominciare da quelli nella

Striscia di Gaza, anche senza accordo, con una iniziativa unilaterale. I

palestinesi dovrebbero avere il proprio Stato come un punto fermo del

negoziato, e hanno bisogno di tempo, forse anche 30 anni, per farlo

funzionare. Poi forse saranno in grado di fare concessioni come le abbiamo

fatte noi, ma dopo 50 anni di sicurezza. Tutto ciò ci porterà alla pace? Non

lo so, nessuno può dirlo, ma di certo è un modo per gestire il conflitto».

Gestire il conflitto per evitare di seppellire definitivamente ogni speranza

di pace. È l’orizzone del possibile a cui si aggrappano i nostri

interlocutori: «Non esiste - sottolinea deciso Tom Segev - una vera

soluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese. Questo fu l’errore

strategico di Ehud Barak (l’ex premier laburista, ndr.), quando a Camp

David, col sostegno di Clinton, cercò di imporre ad Arafat la “pace di tutte

le paci”. Un errore strategico, perchè questo conflitto al meglio si può

amministrare, ma non risolvere definitivamente».

 

Un passaggio cruciale sarà comunque rappresentato dalle elezioni israeliane

del prossimo 28 gennaio. «A differenza delle autorità israeliane - riflette

Nabil Amer - noi palestinesi non interferiamo negli affari interni di

Israele...». «Purtoppo non è così - interlocuisce Segev - perché con le

ripetute stragi di innocenti, il terrorismo vota per Sharon, e questo ha

ricadute devastanti per la società e la democrazia in Israele». «Resta il

fatto - conclude Nabil Amer - che appaiono incoraggianti le posizioni

assunte dal nuovo leader laburista Amram Mitzna. Solo chi tra i palestinesi

punta allo sfascio può mettere sullo stesso piano un governo ostaggio dei

coloni e un esecutivo guidato da un politico che promette un ritiro

unilaterale da Gaza e la ripresa immediata del processo negoziale. Le forze

palestinesi più responsabili devono avere la capacità di aiutare Mitzna e il

campo della pace decretando la fine degli attentati contro civili

israeliani».

 

(24 novembre ’02)