Non ammainate le bandiere

di Marco Revelli

14/03/2003

 

Già li sento i "realisti", quelli che ragionano solo in termini di potenza, di forza e di risultati immediati, e guardano solo "in alto", a chi ha i "mezzi", e può "decidere". Quelli del "si vis pacem, para bellum", detto magari incespicando sul latinorum - anche tra i "realisti", vivaddio, ci sono gli ignoranti -, ma con dogmatica certezza. Quelli che negli anni bui del Novecento chiedevano "quante divisioni ha il Papa", e che pensano sempre e comunque che "il fine giustifica i mezzi", quale che sia l'uno e quali che siano gli altri. Quelli, per venire a noi, che quando sono apparsi i primi frammenti di arcobaleno alle finestre con su scritto "pace" hanno alzato le spalle sogghignando con sufficienza, come di fronte al gioco di un bimbo. E che il digiuno lo concepiscono solo come cura dimagrante cui ricorrere su prescrizione medica. Già li sento, quando cadranno le prime bombe su Baghdad: "Credevate di fermare la guerra con uno straccio?". "Pensavate che ai signori del mondo importi qualcosa del vostro stomaco vuoto per un giorno?". Già vedo i loro sguardi irridenti, per quello che considerano un patetico segno d'ingenuità e di colpevole immaturità di fronte alla serietà dei "problemi del mondo", i quali richiederebbero ben altri strumenti, ben più "potenti" mezzi, per essere affrontati adeguatamente. Mentre loro - loro che sanno levare virilmente lo sguardo al volto severo del tempo, loro che conoscono le dure leggi della storia, e le responsabilità della politica (quanto l'una e l'altra siano impastate di sangue e di potenza) -, loro sì vedono lontano e possono aspirare a ordinare il mondo.
Si credono aquile, e sono talpe. Credono di poter scrutare e decidere il futuro, e sono ostaggio del peggiore passato. Non hanno colto - tra tanta retorica "nuovista" - il senso nuovo di una situazione globale che sta cambiando a una a una le "regole bronzee" dell'ordine e della storia, il rapporto tra i mezzi e i fini, il ruolo degli Stati e di ognuno di noi. L'aveva colto, con quasi un ventennio d'anticipo, grazie al suo sguardo "visionario" e alla sua capacità di scandalo, Ernesto Balducci quando dalla storia terribile del Novecento traeva l'unica lezione possibile: la consapevolezza della "fragilità ontologica" dell'umanità. Della sua esposizione al rischio totale (l'estinzione) nell'epoca in cui i mezzi di distruzione avevano raggiunto la propria estensione massima, planetaria. E l'unica risposta possibile: la necessità di un "salto antropologico". Di una mutazione radicale delle relazioni umane e del modo di convivere in un pianeta fattosi di colpo piccolo e "mortale", la quale implicava l'inefficacia (anzi la distruttività estrema) di ogni ricorso alla potenza, la rinuncia di ogni delega, e l'appello ad ognuno perché, col suo comportamento personale, contribuisca a "salvare il mondo".
Balducci definiva quel salto necessario come il passaggio dagli "uomini delle tribù" all'"uomo planetario". Ed è quanto ora, in embrione, sta accadendo - ora che quei "presagi" allora intravisti da pochi diventano chiari a chiunque abbia la capacità di sollevare il proprio sguardo dalla mattonella su cui poggia i piedi. C'è, in quelle macchie di luce comparse alle finestre di chi mostra di avere "buona volontà", il segnale - quale che sia l'esito immediato di questo agire - che il messaggio cammina: che l'appello è ascoltato. C'è un mettersi in gioco personalmente, senza affidarsi alla Forza e alla Decisione di un qualche potere, da parte di chi si sente chiamato a "fare", per piccolo che sia il proprio gesto. Valido proprio perché "piccolo", "debole", collocato su quella soglia per eccellenza tra "pubblico" e "privato", che è la finestra di casa. Come nella disponibilità al digiuno, c'è il segno di un impegno "personale", giocato tra sé e il proprio corpo, consapevole assunzione di responsabilità (un termine che i realisti usano molto ma praticano poco), rottura della continuità quotidiana.

Per questo non ho dubbi: se un futuro c'è, è incarnato da quei segnali "ingenui". Se qualcuno si colloca oltre lo spartiacque del tempo, non sono certo i supponenti teorici delle estenuate Ragion di stato, o Ragion di partito, o Ragion di potenza, ma quel popolo di formiche che testimonia che questo mondo è "impossibile". Che occorre iniziarne un altro, partendo da sé (dai propri comportamenti quotidiani). Sono loro gli "uomini planetari". Agli altri, ai realisti che incarnano il vecchio "uomo delle tribù", l'autocompiacimento di chi crede di vedere più lontano, ed è cieco.