INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Un commento sulla “defunta” legge 185/90 sul commercio
delle armi, appena modificata dal decreto legge 1927… lo scandalo continua! Francesco
IL MANIFESTO
Di ASTRIT DAKLI
Con bella scelta di tempi il parlamento italiano ha deciso che il giorno giusto per una poderosa deregulation del commercio di armi veniva proprio l'indomani dell'appuntamento di Evian, dove sia tra i «grandi» sia tra gli «anti» si è parlato della necessità di regolamentare di più , e non di meno, il mercato internazionale delle armi. Invece i nostri deputati hanno pensato bene che la ratifica di un pessimo accordo tra alcuni paesi europei (non una disposizione Ue, ma un accordo tra singoli governi) per aumentare la propria quota collettiva nel mercato internazionale degli armamenti fosse l'occasione buona per affossare le più stringenti e positive norme previste in materia dalla legge italiana. Gli appelli di una lunghissima serie di organizzazioni della società civile - compresa la Cgil, che pure si è trovata nella difficoltà di tener presente anche gli interessi dei lavoratori della nostra fiorente industria delle armi - sono dunque rimasti del tutto inascoltati. Non solo i deputati della maggioranza di centrodestra hanno votato compatti a favore della deregulation (il che è politicamente coerente, anche se eticamente orribile), ma come al solito anche l'opposizione di centrosinistra ha trovato l'opportunità di dividersi, con astensioni, distinguo e tutti gli altri strumenti usualmente adottati per scomparire. Il risultato è il peggiore possibile.
E sì che tutto sommato la legge 185 non aveva finora affatto azzoppato la nostra industria delle armi: al contrario, nei tredici anni in cui è stata in vigore, ha consentito un maggiore controllo sulla destinazione e l'uso finale delle armi che le aziende italiane hanno prodotto e venduto all'estero, senza con questo mandarle in malora. Ma evidentemente questo non bastava. Il nuovo clima internazionale dopo l'11 settembre e dopo la guerra americana in Iraq ha reso ancor più «normale» per tutti i governi del mondo l'ipotesi della guerra; e ha dunque reso molto più ricettivo e affascinante per i produttori il mercato degli armamenti. Era chiaro che anche a casa nostra la lobby dei produttori e dei mercanti avrebbe cercato in tutti i modi di inserirsi in questo meraviglioso trend positivo mondiale. La sinistra, noi compresi, non ha fatto abbastanza per impedirlo.
Altri governi hanno deciso di puntare su questo mercato in maniera
pesantissima (inutile citare le cifre galattiche stanziate da George W. Bush
per le spese militari), facendone in alcuni casi il proprio terreno favorito
per la ricerca dello sviluppo economico: la Russia di Vladimir Putin, per
esempio. L'Italia avrebbe potuto dare un esempio diverso, restando ancorata a
un qualche principio etico in materia di commercio internazionale: non ci ha
nemmeno pensato un momento. I nostri buoni e affezionati clienti - paesi come
il Pakistan, la Siria, l'Arabia saudita; ma l'elenco è lunghissimo - non possono
certo essere lasciati senza le nostre armi; e i paesi che non le hanno avute
finora, come quelli africani dilaniati dalle guerre civili, sarebbe ora che le
avessero.
(04/06/03)