INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Questa bella testimonianza di Anna
Marchesi mi è stata spedita dal mio amico Luigi di Bergamo
. Francesco

 

Per il Notiziario della Fraternità Secolare

 

Harb, “guerra” in arabo, è una parola che nella mia vita purtroppo ho sentito pronunciare sovente, specialmente nei paesi di lingua araba, dove ho trascorso più di dieci anni. Nei conflitti in cui mi son trovata a vivere e ad operare questa parola assumeva un significato diverso secondo le situazioni. Durante la mia prima missione in Algeria, dal 1964 al 1967 (con Interteam, organizzazione svizzera di volontariato laico),  Harb risuonava come una parola liberatrice: “grazie a Dio la guerra è finita ed ora possiamo vivere in pace, pensare alla ricostruzione del nostro paese e al benessere delle nostre famiglie”. In Algeria ebbi la possibilità di approfondire le mie conoscenze su Charles de Foucauld, visitando i luoghi dove lui aveva vissuto e frequentando le diverse fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù. Nel 1973 a Gerusalemme, quando iniziò la guerra dello Yom Kippur, vi erano nell’aria stupore ed  incredulità da ambedue le parti, rabbia da parte israeliana e speranza da parte palestinese. In quei giorni mi trovavo là a dirigere la sala operatoria dell’ospedale S. Giuseppe. Nel 1977-78 ancora a Gerusalemme, dove lavoravo nell’orfanotrofio dell’Ospizio S. Vincenzo de Paoli, non vi fu nessuna guerra dichiarata, ma essa era latente e presente ovunque, salvo uno sprazzo di luce nel novembre 1977, con il viaggio a Gerusalemme del Presidente Egiziano Sadat. Nel tempo trascorso a Gerusalemme ebbi un fruttuoso contatto con le diverse Fraternità del paese. Rimasi poi alcuni anni in Svizzera, nei quali frequentai il corso di dirigente sanitaria e per qualche anno diressi  la clinica chirurgica (270 letti) del maggior ospedale d’Aarau.

La voglia di ripartire si faceva sempre più insistente, così nel 1986 fui inviata dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a dirigere un ospedale di guerra nel conflitto Afgano, a Quetta. Qui potei toccare con mano cosa è veramente la guerra e misurarne tutto il suo orrore. Già la sera del mio arrivo, giunsero in ospedale quattro feriti da mina. Non avevo mai visto simili ferite. In Europa avevo visto feriti per incidenti stradali o con il parapendio, ma le membra e i corpi dilaniati che ebbi a curare nei due anni e mezzo che rimasi in quel posto, superano ogni immaginazione.

 Nel 1989 su richiesta del CICR scelsi di tornare a Gerusalemme, dove però rimasi solo un mese, poiché per ragioni logistiche fui trasferita a Gaza, dove rimasi 15 mesi. La prima Intifada era in pieno sviluppo. La parola “guerra” era udibile ovunque. A Gaza vi era molto da fare. Il mio compito consisteva nel visitare i prigionieri politici nei campi di detenzione, nell’occuparmi della loro salute e dell’igiene dei campi, nonché nel visitare e registrare i feriti nei diversi ospedali di Gaza, nel portare aiuti materiali agli ospedali e nell’essere presente per la popolazione. Sono stati mesi durissimi. A Quetta potevo assistere i feriti e con tutta l’equipe medica salvare la maggior parte dei degenti. A Gaza, invece, si poteva fare poco o nulla. E’ stato un periodo frustrante per me. Gli unici bei momenti passati a Gaza furono quelli trascorsi nella fraternità delle Piccole Sorelle di Charles de Foucauld. Tre di loro abitano a Gaza da 28 anni e sono di aiuto e conforto alla popolazione locale specialmente in questo tempo. Tutto il 1991 lo trascorsi a Nablus, nei Territori Occupati. Il compito era il medesimo che a Gaza. Ad aggravare il tutto soggiunse la guerra del Golfo. Per due mesi la popolazione non poté uscire di casa. Bisognava occuparsi degli ammalati cronici, portar loro le medicine, chiedere alle autorità israeliane il permesso di trasferirli in ospedale, chiedere i permessi affinché la popolazione potesse attingere acqua alle fontane fuori casa dato che i loro pozzi si erano prosciugati. Vi assicuro che quando si vivono certe situazioni si ha difficoltà ad accettare l’ipocrisia dei politici, ad abituarsi di nuovo al benessere ed a capire l’indifferenza di tanti di noi riguardo alle guerre che si svolgono anche ai giorni nostri.

 

Dopo i cinque anni trascorsi in mezzo alle guerre decisi che quanto avevo visto di crudeltà umane, di ipocrisie, di irragionevolezza e di assurdità da parte degli uomini, mi bastava. Credevo di aver toccato il fondo degli abissi umani, ma così non era.

Nel 1994 dal CICR fu richiesta la mia presenza in Ruanda. Io accettai, ignara di ciò che vi avrei trovato. I massacri degli Hutu contro i Tutsi erano ancora in corso. I mesi trascorsi in Ruanda furono un solo incubo. Vi era di che disperare del genere umano! Al mio ritorno presi la risoluzione di non partire più. Nel 1994 il Dottor Gino Strada, con il quale avevo lavorato nel conflitto afgano, fondò “Emergency”, un’organizzazione umanitaria per assistere le vittime delle guerre, in special modo quelle delle mine antiuomo.

I miei bei propositi di non partire andarono in fumo. Nel 1996 e 1997 lavorai per alcuni mesi nel Nord-Iraq, nell’ospedale di Suleimaniya, fondato da Emergency. Pure qui la parola guerra era di grande attualità. Guerra fra Iran-Iraq, guerra dell’Iraq contro i Kurdi iracheni, guerra della Turchia contro i Kurdi, guerre molto attuali, poiché i dieci milioni di mine antiuomo disseminate sul territorio kurdo provenivano proprio da quelle guerre. E purtroppo è risaputo che il 90% di quelle mine erano di fabbricazione italiana! Anche qui dolore, bambini  mutilati! Si arriva davvero al limite di perdere la speranza. Dal 1999 sino all’aprile del 2000 lavorai ancora per “Emergency” in un ospedale in Cambogia. Accanto ai feriti e ai mutilati dalle mine antiuomo, (pure qui 10 milioni) vi sono centinaia di bambini ed adolescenti che soffrono delle conseguenze della Poliomielite. A causa della guerra negli ultimi trent’anni nessun bambino è stato vaccinato. Sono chiamati “effetti collaterali” della guerra. Nel 2001 feci un sopralluogo per “Emergency” in Palestina, per appurare la necessità di un aiuto medico al popolo palestinese. Il progetto non fu realizzato per la mancata cooperazione del vice-ministro della sanità.

Il prossimo mese di maggio lo trascorrerò in Madagascar, ad Isoanala, per “L’associazione per l’Africa: sanità ed insegnamento”, in un ospedale tenuto dalle Suore Nazarene. Sarà una nuova esperienza con lebbrosi e malati di diverse malattie infettive.

Una delle mie maggiori occupazioni attuali è quella di cercare di sensibilizzare i giovani e meno giovani sul problema della guerra e sull’urgenza di promuovere una cultura di PACE onde evitare le disastrose conseguenze delle mine antiuomo e di ogni guerra, vero flagello dell’umanità, tenendo conferenze ed incontri in scuole, parrocchie e gruppi diversi. Una cosa bella accadutami dopo il mio trasferimento dalla Svizzera all’Italia, all’inizio degli anni novanta, è stato l’incontro con la Fraternità secolare Charles de Foucauld. Tutti voi mi state dando molto e mi aiutate a portare avanti quella che penso sia la mia missione.

Passando in rivista i miei ultimi 38 anni e alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni nel Medio Oriente, in Iraq in particolare, verrebbe spontaneo dire che per l’umanità non vi è più speranza e che il futuro è solo buio ed orrore. Eppure bisogna continuare a sperare.

Il Cardinal Martini in una sua catechesi diceva che ”Sperare è vivere, è dare senso al presente, è camminare e avere ragioni per andare avanti.” Il compito di “Emergency”, del CICR e di molte altre organizzazioni umanitarie è quello di comunicare ai propri assistiti questa speranza nella vita e di dare loro una ragione valida per continuare il cammino.

Anna Marchesi