INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Un dibattito sulle manifestazioni di Teheran ripropone la
scommessa di non accontentarci delle notizie che più facilmente ci vengono
proposte, anche dagli ambienti che più frequentiamo. Questo per non cadere
nella trappola delle ideologie che fa dimenticare gli “orrori” di casa. Francesco
IL CORRIERE DELLA SERA
Ma qui nessuno
manifesterà per gli studenti di Teheran
Di Paolo Mieli (che
risponde al lettore Luigi Corno)
Ho preso la decisione di scriverle dopo aver letto sul Corriere due interventi:
l’articolo di Paolo Conti in cui si diceva che il regime iraniano ha definito
gli studenti che manifestano a Teheran e a Mashad «teppisti al soldo di
provocatori stranieri»; poi le parole del lettore Davide Romano che le ha scritto
di non volersi ritrovare un giorno nella condizione di doversi rimproverare per
non aver fatto nulla, quando avrebbe potuto, a favore dei ragazzi persiani che
si stanno battendo per la loro democrazia. D’un tratto mi sono ricordato di
trenta e passa anni fa quando i giovani della Primavera di Praga furono
anch’essi calunniati, poi repressi e il tutto avvenne nella nostra sostanziale,
colpevole indifferenza...
Luigi Corno, Milano,
Caro signor Corno, credo che scrivendomi per manifestare pubblicamente i suoi dubbi e i suoi rimorsi, lei abbia fatto il massimo consentito oggi, qui da noi, in Italia. Vivessimo in un altro Paese europeo, le suggerirei di scendere in piazza e far sentire la sua voce assieme a quella di tante persone che hanno i suoi stessi sentimenti. Ma non lo faccio perché ritengo che quel giorno si ritroverebbe da solo, al massimo affiancato da un pugno di radicali che negli anni sono stati gli unici a dar vita a questo genere di cortei non destinati a concludersi con grida (o peggio) all’indirizzo di Stati Uniti o Israele.
A metà febbraio la Corte suprema iraniana ha revocato la condanna a morte di Hashem Aghajari, l’universitario che da un tribunale era stato condannato alla pena capitale per «oltraggio all’Islam». La condanna emessa nel novembre 2002 aveva provocato due mesi di manifestazioni quotidiane nelle università. Ma a chi, da noi, era venuto in mente in quei due mesi di esprimere una qualche solidarietà ad Aghajari? Ora è lo stesso: a parte lei e pochi altri, nessuno pensa a una manifestazione di appoggio a quegli studenti che hanno l’aggravante di simpatizzare per il mondo a stelle e strisce. Se ne è stupito Massimo Gramellini sulla Stampa ; ha mostrato sorpresa il Riformista che ha poi riposto ogni speranza in un prossimo viaggio di Massimo D’Alema a Teheran («Vediamo se D’Alema riuscirà a ridare voce alla sinistra afona sull’Iran» si è letto sul quotidiano diretto da Antonio Polito).
Il tema ha scosso anche Michele Serra: sarebbe bello, ha scritto su Repubblica , «che i nostri più animosi movimenti giovanili riconoscessero come fratelli questi ragazzi che chiedono libertà e organizzassero almeno uno straccio di manifestazione per l’Iran libero, e liberato dagli iraniani, non dal Pentagono». Il giorno successivo, sullo stesso giornale, si è pronunciato Adriano Sofri che ha raccolto l’esortazione di Serra e ha lamentato la «contumacia reale o apparente (in questo caso è lo stesso) dei movimenti» nei confronti di quanto sta accadendo in Iran e nella regione mediorientale. Stavolta Sofri non ha invocato una «enorme manifestazione» come aveva fatto qualche tempo fa per la Cecenia. Forse anche per il fatto che, ancorché a quel suo precedente appello avessero aderito Francesco Rutelli, Piero Fassino, Walter Veltroni (vale a dire l’intero centrosinistra o quasi), non se ne era fatto niente.
E non si può neanche sperare nei cattolici. Domenica 11 maggio il direttore di Avvenire , Dino Boffo, ha chiesto una manifestazione per il Sudan dalla prima pagina del suo giornale. «Attualmente assommano a trentadue le guerre aperte - scrisse Boffo - perché per gli iracheni si manifesta e per gli altri no? Che senso ha selezionare gli obiettivi dell’indignazione? O non è forse l’ultima, più raffinata tentazione di razzismo quella in cui stiamo cadendo, il razzismo informativo e di mobilitazione? Diamoci una mossa, per favore; basta imbrogliarci». Quella mossa, a quel che mi risulta, non se l’è data nessuno. Ecco perché, caro signor Corno, considero che scrivere lettere come la sua sia oggi l’unica cosa fattibile, qui in Italia. Purtroppo.
(20/06/03)