INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  La situazione della popolazione civile in Irak Francesco

 

IL MANIFESTO

Iraq, piccole vittime della guerra che c'è

Baghdad si prepara al prossimo conflitto: il governo distribuisce razioni alimentari, i ricchi volano a Damasco o Amman. Mentre al «Saddam children hospital» si combatte il conflitto scorso: duecento bambini con lottano con il cancro, la malaria, la malnutrizione, le incubatrici che mancano, le medicine considerate armi (e quindi proibite) dall'accordo «oil for food»...

 

di GIULIANA SGRENA - INVIATA A BAGHDAD

 

Le immagini terribili di donne consumate dal dolore con in braccio i loro bambini malati e senza speranza di guarigione hanno fatto il giro del mondo, ma avvicinarsi a loro cercando di intuire quel che si nasconde dietro sguardi assenti diventa un esercizio straziante. Il Saddam children hospital è però una tappa inevitabile per verificare gli effetti devastanti dell'embargo all'Iraq, che per strada sono molto meno percettibili. Anche davanti all'ospedale, striscioni contro la guerra annunciata ricordano che la situazione potrebbe persino peggiorare. Duecento bambini, da pochi giorni di vita fino a 17 anni, sono ricoverati in corsie dignitose per lottare contro la morte. I casi ricoverati sono fra i più gravi: molti malati di cancro, soprattutto leucemie, effetto dei bombardamenti all'uranio impoverito durante la guerra del Golfo. Ci sono anche malattie come la malaria o altre causate da punture di insetti che potrebbero essere ridotte con la disponibilità di insetticidi. Anche molti casi di cancro potrebbero essere curati se fossero disponibili le medicine adeguate, ma all'interno del cocktail per la terapia alcuni prodotti vengono considerati di doppio uso - potrebbero essere utilizzati per la produzione di armi! - e così la commissione di verifica delle importazioni li blocca, come molti altri elementi indispensabili negli ospedali. In una corsia sono ricoverati diversi bambini affetti da malattie genetiche, tra le quali la talassemia. Tra le cause vi è sicuramente la diffusione di matrimoni tra consanguinei, una tradizione che non viene contrastata né con misure legislative e nemmeno con l'informazione. Peraltro in periodi difficili, come quello che sta attraversando l'Iraq, la tendenza è al rafforzamento dei legami tribali che passano anche attraverso i matrimoni.

 

Un'altra delle piaghe provocate dall'embargo è la malnutrizione con conseguenti anemie che colpiscono prima di tutto le donne incinta: il 50 per cento. Questo comporta spesso la nascita prematura dei bambini, sono numerosi quelli nati a 7/8 mesi e difficilmente recuperabili con delle incubatrici obsolete. E' vietata anche l'importazione di incubatrici? che pericolo possono rappresentare? chiediamo a un medico. «Teoricamente potremmo importarle ma finora di quelle richieste ne è arrivata solo una, cosa possiamo fare con una incubatrice nuova e tanti bambini che ne hanno bisogno?», risponde Mohammed Daham, un giovane pediatra che lavora nell'ospedale. E guarda sconsolato quei corpicini che non hanno nemmeno la forza di agitarsi. Quel che colpisce terribilmente infatti è che nell'ospedale non si sentono nemmeno strilli, come se la rassegnazione avesse colpito anche questi bambini fortunatamente ignari della loro sorte. Le madri invece lo sanno bene. E lo si vede nei loro sguardi. La situazione è aggravata dal fatto che molti medici hanno abbandonato il paese, qui non avevano nessuna possibilità di aggiornarsi, di lavorare, senza medicine e strutture sanitarie adeguate.

 

La mortalità infantile è salita dal 47 per mille (1985-89) al 107 per mille (1995-99), e per i bambini al di sotto dei cinque anni è passata dal 56 per mille al 131, secondo i dati Unicef. «Nell'83 quando l'Unicef ha iniziato l'intervento, allora si trattava di piccoli progetti, gli indicatori del paese erano molto buoni, in rapporto a Medioriente e Nordafrica l'Iraq era al secondo posto, dopo la Turchia», ricorda Christopher Klein Beekman, coordinatore dell'Unicef.

 

La malnutrizione si manifesta anche nel sottopeso dei bambini alla nascita. La percentuale dei bambini nati con un peso inferiore ai 2,5 chilogrammi è passata dal 4,5 per cento (media mensile) nel 1990 al 24,68 nel 2001. Il problema non riguarda però solo il momento della nascita. Sempre secondo i dati forniti dall'Unicef, la malnutrizione cronica nei bambini è passata dal 18,7 per cento nel 1991 al 32 nel 1996 per scendere al 20,4 nel 1999 e risalire al 30 nel 2000, come effetto della variazione della «oil for food» che permette all'Iraq una maggiore produzione di petrolio e quindi anche di approvvigionamento di cibo. Che tuttavia ha subito un calo nel secondo semestre del 2000. E, secondo le Nazioni unite, «per mancanze di fondi» sono state tagliate forniture di cibo per 688 milioni di dollari nel 2000. Una macabra beffa: secondo i dati forniti dal governo iracheno al 27 maggio 2002 ammontavano a 6.112,7 milioni di dollari i contratti di importazioni approvati ma rimasti inevasi e di questi 675,6 milioni di dollari riguardano alimenti e 649,1 la sanità. E sui proventi da petrolio iracheno depositati - per mesi e forse anni, con relativi interessi - nelle banche americane in attesa dell'approvazione dei progetti, viene trattenuto il 25 per cento per rimborso dei danni di guerra e vengono detratte tutte le spese sostenute dall'Onu per l'Iraq, personale e strutture compresi.

 

Il mancato arrivo di forniture alimentari costituiscono un ricatto pesante che ricade ancora una volta sulla popolazione irachena: il governo in previsione di una guerra ha già distribuito le razioni mensili fino a giugno, anche perché il 60 per cento degli iracheni dipende dal punta di vista alimentare completamente dalle razioni e se venissero a mancare sarebbe una catastrofe. Questa anticipazione ha comportato che la distribuzione mancasse di alcune alimenti, soprattutto cereali indispensabili per una alimentazione che non prevede carne. Le razioni sono comunque passate da 1.096 calorie a 2.200 giornaliere, con una parziale riduzione della malnutrizione. Qui a Baghdad, nonostante la popolazione ostenti sicurezza e fatalismo rispetto alla guerra, si sta preparando al peggio. Cominciano gli approvvigionamenti: cibo, gas e acqua, soprattutto e per chi può. Mentre i più facoltosi hanno già abbandonato l'Iraq: la settimana scorsa i voli per Damasco ed Amman - i due paesi confinanti che non richiedono visto - erano pieni, in questi giorni di attesa anche la fuga si è fermata. Ma intanto a Damasco i prezzi degli affitti sono già saliti alle stelle. E le possibilità di sistemarsi all'estero si riducono. In caso di guerra comunque non potrà essere evitata la tragedia di centinaia di migliaia di profughi, come previsto anche dall'Altro commissariato Onu per i rifugiati che prepara i piani per farvi fronte.

 

(18/02/03)