INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Un’intervista ad uno studioso di fondamentalismi. Gli
attentati di Riyad credo che siano una prova che il terrorismo con la guerra
non può essere combattuto… anzi! Francesco
L’UNITA’
Al Qaeda firma così il suo ritorno
alle origini
Il ritorno di Al-Qaeda, la sfida mortale rinnovata agli Usa,
le ricadute sui fragili equilibri interni al regime saudita. Sono questi i temi
al centro del nostro colloquio con il professor Renzo Guolo, studioso dei
fondamentalismi contemporanei.
I tre sanguinosi attentati che hanno sconvolto Riyad a
poche ore dall’arrivo del segretario di Stato Usa Colin Powell, segnalano il
ritorno alle origini di Al Qaeda?
«C’è indubbiamente un motivo di continuità nel’azione di Al
Qaeda: la tematica dell’avversione nei confronti degli americani per la loro
occupazione della Terra dei luoghi santi, è infatti una classica istanza del
network terrorista di Osama Bin Laden. Allo stesso tempo, questi attentati
segnalano ad un potenziale, e tutt’altro che ristretto, bacino di reclutamento
che il modo di colpire gli americani resta quello fissato dall’organizzazione.
Per Al Qaeda non è possibile combattere gli americani su un terreno
convenzionale, come pensavano anche gli islamisti accorsi in Iraq per
contrastare l’occupazione anglo-americana; il campo scelto resta quello del
terrorismo che permette di far fronte e rimettere in discussione le asimmetrie
sul terreno della forza».
I kamikaze che hanno seminato morte e devastazione sono i
portatori di una sfida mortale «Grande Satana» americano, oppure i massacri di
Riyad hanno anche ragioni interne alla realtà saudita?
«Sicuramente gli attentati sono un monito al regime saudita.
Essi avvengono dopo che la famiglia reale e gli Usa hanno deciso di chiudere le
basi statunitensi in Arabia, come da molti anni reclamavano gli stessi
islamisti sauditi e Al Qaeda. Ma questo non è bastato a preservare quello che
Osama Bin Laden considera un regime empio dai colpi del jihadismo. Gli
attentati comunque rivelano la profonda penetrazione dell’organizzazione di Bin
Laden nell’ambiente saudita. È difficile pensare che Al Qaeda abbia potuto
colpire simultaneamente a Riyad in luoghi molto sorvegliati, senza contare su
complicità diffuse ad ogni livello».
Gli attentati di Riyad avvengono mentre è in corso la
missione in Medio Oriente del segretario di Stato Usa, volta a rilanciare il
negoziato di pace israelo-palestinese. Le bombe di Riyad sono anche legate a
questo scenario?
«Lo sono in quanto la questione palestinese, nel momento in
cui si discute dell’attuazione della “road map”, torna ad avere una sua
centralità. Ma va rilevato che Al Qaeda agisce autonomamente per rivendicare la
guida del campo islamista in funzione antiamericana. Da questo punto di vista,
la causa palestinese rappresenta un elemento della propaganda armata della rete
terroristica di Osama Bin Laden».
Il ritorno alle origini di Al Qaeda può essere il segno
che il saudita Bin Laden è ancora in vita?
«Può esserlo, ma proprio la forza di questi attentati indica
che indipendentemente dalla sorte di Bin Laden, l’Arabia Saudita resta comunque
un focolaio diffuso di terrorismo. Quel che appare certo è che la guerra in
Afghanistan non è riuscita a distruggere interamente la rete di Al Qaeda. E non
solo perché, ad oggi, non vi è certezza alcuna sulla sorte di Bin Laden, ma
anche perchè il carattere di movimento diffuso e transnazionale di Al Qaeda,
toccato relativamente dalla sconfitta militare afghana, fa sì che possa
riorganizzarsi e riprendere la Jihad globale. Gli attentati di Riyad ne sono la
tragica e incontestabile conferma».
Questi attentati possono influenzare la discussione
all’interno dell’Amministrazione Bush?
«Certamente. Prenderà più forza la linea Wolfowitz-Perle, che
ritiene impossibile giungere alla soluzione del problema del terrorismo se non
si esporta, anche con la forza militare, la democrazia in tutto il mondo
islamico, mentre questi attentati mettono più in difficolatà il partito degli
“stabilizzatori”, guidato da Donald Rumsfeld, che puntava all’Iraq come alternativa
militare e petrolifera all’Arabia Saudita. La linea “Wolfowitz-Perle”, riceverà
da questi attentati l’indicazione che Al Qaeda, in quanto attore globale della
sfida terroristica, può portare i suoi colpi ovunque. Ne deriva, per i
sostenitori di questa linea interventista permanente, la considerazione che non
è sufficiente abbandonare l’Arabia Saudita, che, anzi, da un minore controllo
americano potrebbe incubare ulteriormente il radicalismo armato islamico».
14.05.2003