INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  Un’ interessante analisi della situazione economica dell’Italia vista in prospettiva con le implicazioni penali del nostro presidente del Consiglio. Un articolo proposto da Caterina. Francesco

 

LA REPUBBLICA

Tutti i fronti del Cavaliere

di MASSIMO GIANNINI

 

Il personale "bollettino di guerra" di Silvio Berlusconi contro la magistratura segnala da ieri una "ritirata" parziale imposta dal presidente della Repubblica e un appoggio imprevisto offerto dal presidente della Confindustria. Carlo Azeglio Ciampi, martedì pomeriggio, gli ha lanciato un chiaro altolà: "Sulla sospensione dei processi in corso non accetterò colpi di mano o forzature costituzionali: né decreti legge, né estensione dei benefici ai co-imputati".

Antonio D'Amato, ieri mattina, gli ha lanciato un mezzo salvagente: "Basta con la dialettica politica nelle aule giudiziarie: l'uso politico della giustizia danneggia sia la classe politica che la magistratura...".

Dalla puntata di "Porta a porta" su Raiuno e l'assemblea annuale della Confindustria all'Eur il Cavaliere esce malconcio, ma più battagliero che mai. Nel salotto amico di Bruno Vespa il premier annuncia: "Non faremo un decreto legge sul Lodo Maccanico, ma un semplice emendamento che sospenderà i processi solo per le alte cariche dello Stato". Nel suo Vietnam privato contro le "toghe golpiste", nel quale ha trascinato l'intera nazione, questo è il riconoscimento implicito di una momentanea sconfitta. Berlusconi teme che Cesare Previti sia riconosciuto colpevole al processo Sme. È sicuro che lo "stralcio" della sua posizione deciso dal tribunale di Milano sia solo una "trappola" dei giudici per accelerare i tempi della sentenza a suo carico, o per far sì che gli esiti giudiziali dell'eventuale condanna di Previti producano comunque effetti politici per lui insostenibili. Per questo ha provato a calcare la mano, con la sua maggioranza e con le istituzioni.

Con un decreto legge, o con una legge ordinaria che sospenda "quel" processo non solo per lui, ma anche per "chi ha concorso nello stesso reato".

Se questo era il piano, per ora è saltato. Grazie al veto del Quirinale. Ancora una volta, il metodo della "persuasione preventiva" ha dato i suoi frutti. Ancora una volta, il Capo dello Stato ha esercitato la sua funzione discreta ma ferma di custode costituzionale e di contrappeso istituzionale. Se crede, a questo punto il premier potrà riprovare a battere la strada dell'immunità parlamentare: sapendo che si tratta di riforma costituzionale, soggetta alle procedure di garanzia previste dell'articolo 138. Ma la guerra è solo agli inizi, e sarà ancora lunga.

Mentre accenna alla ritirata, il Cavaliere moltiplica i fronti di battaglia. Commissione d'inchiesta sull'affare Sme, nel quale ha taciuto a lungo "per non toccare la posizione personale del presidente della Commissione europea". Piena luce sull'affare Telekom Serbia, che "fu una gigantesca tangente". Separazione immediata delle carriere tra giudici e pm. È la consueta strategia dell'intimidazione, la solita sèmina del sospetto. Una pentola di miasmi e veleni, che il premier tiene in continua ebollizione minacciando di buttarci dentro le istituzioni nazionali e sovranazionali: dallo stesso Ciampi (che ai tempi dell'operazione Telekom Serbia era ministro del Tesoro) al "nemico" Prodi (che all'epoca della cessione Sme era presidente dell'Iri).

L'orologio dell'aula di giustizia corre veloce. Stavolta Berlusconi inventerà qualunque cosa per fermarlo.

In questa corsa contro il tempo, incassa il sostegno della Confindustria. Anche dall'assemblea degli imprenditori il premier esce malconcio, ma solo fino a un certo punto. Antonio D'Amato, per la prima volta nella storia dell'organizzazione di Viale dell'Astronomia, entra a piedi pari nel dibattito sulla giustizia. Lo fa con astuzia, e non senza una ragione di fondo. Ha ragione, quando denuncia il "clima inquinato da uno scontro politico anomalo". Quando accusa il governo e l'opposizione di concentrarsi "su polemiche che riguardano solo il passato". Quando chiede ai Poli di smetterla con il "massacro continuo" e con una contesa politica regolata a colpi di dossier. Ma D'Amato ha torto marcio quando, pur riconoscendo il buono di Mani Pulite, contesta adesso "l'uso politico della giustizia".

E fa un'invasione di campo, quando invoca "strumenti per regolare il difficile rapporto tra il potere giudiziario e quello legislativo ed esecutivo". Non si tratta di fare concessioni gratuite a un centrosinistra di cui si può dire tutto il male possibile: diviso, confuso e inconcludente su tanti versanti. Ma la giustizia, oggi, è forse l'unico tema sul quale non c'è né ci può essere una posizione ambigua e falsamente "bipartisan".

C'è una maggioranza che per necessità propria usa la clava contro un potere dello Stato, c'è un'opposizione che assiste e che si ritaglia almeno il diritto minimo di difenderlo.
Con la sua sortita, il leader degli industriali sovverte le posizioni. E adotta implicitamente lo schema caro al Cavaliere: lui è la vittima, i comunisti forcaioli sono i carnefici. Probabilmente D'Amato fa questa mossa per compensare le insoddisfazioni degli imprenditori su tutto il resto. La relazione di D'Amato, infatti, certifica un doppio fallimento. C'è un fallimento del governo, che in due anni di legislatura non ha regalato al Paese il "miracolo economico" che aveva promesso. Le verdi vallate di Maastricht non si vedono. Al loro posto si espande la palude stagnante d'Italia. Il leader degli industriali non può nasconderlo: "La situazione dell'economia italiana è negativa". La crisi mondiale è un alibi: Usa e Gran Bretagna cresceranno quest'anno più del 2%, mentre da noi nel primo trimestre il Pil registra "un segno negativo".

Le infrastrutture sono ferme: occorre che il 2004 sia "l'anno delle realizzazioni, dei cantieri che si aprono". La spesa per ricerca e sviluppo è al minimo storico, intorno allo 0,3% del Prodotto lordo, contro i 280 miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti. I conti pubblici peggiorano. D'Amato denuncia per l'ennesima volta la mancata "riforma strutturale delle pensioni", e boccia i soliti "provvedimenti una tantum".
Da un'organizzazione imprenditoriale che nella sua storia ha espresso presidenti del calibro di Guido Carli, e che ha sempre fatto del rigore finanziario un cardine delle sue relazioni con il potere politico, ci saremmo aspettati un'analisi più severa e dettagliata sul peggioramento dei saldi di bilancio di quest'ultimo biennio.

Avremmo voluto sentire alcune cifre eloquenti, come quelle che un economista di vaglia come Ferdinando Targetti ha snocciolato sull'ultimo numero della rivista del Mulino, mettendo in sequenza i valori percentuali delle previsioni sballate dal governo tra il luglio 2001, il luglio 2002 e a consuntivo. Crescita del reddito: 3,1; 1,3; 0,3. Rapporto deficit/Pil: 0,5; 1,1; 2,3. Rapporto debito/Pil: 103,2; 108,5; 106,7. Avremmo voluto sentire un grido d'allarme più vibrante, in vista della gravosa Finanziaria del prossimo anno, che secondo lo stesso Targetti dovrà far fronte a un deficit del 3/4% del Pil: tra i 30 e i 40 miliardi di euro, pari all'incirca a 60/80 mila miliardi di vecchie lire. Avremmo voluto ascoltare una denuncia esplicita, per le privatizzazioni e le liberalizzazioni non fatte dal primo governo di manifesta ispirazione thatcheriana, che in 730 giorni è riuscito a dismettere sul mercato solo una quota del 3,5% di Telecom Italia.

E invece, in questa Confindustria il modesto scatto di indipendenza di oggi trova il suo limite fisiologico nella cattiva coscienza di ieri. Nel 2001 D'Amato ha "investito" troppo avventatamente su questo governo, per potersene affrancare liberamente nel 2003. E qui sta il secondo fallimento, che la relazione del leader degli imprenditori attesta ma non può ammettere. È il fallimento di questa Confindustria, che in due anni di collateralismo con il Polo ha portato a casa solo il "Patto per l'Italia". La Cgil di Cofferati sbagliò ad osteggiare con tutte le sue forze quell'accordo, come se fosse un bieco esperimento di "macelleria sociale", quasi un "male assoluto". La Confindustria di D'Amato sbagliò a salutarlo come "una svolta epocale nella storia di questo Paese". Ieri ha dovuto ammettere che nonostante i 4 miliardi di euro destinati dal Patto alla riduzione dell'Irpef "nella speranza che si creasse fiducia e si sostenessero i consumi", l'obiettivo è sostanzialmente mancato.

Lo dimostra il calo dello 0,8% del Pil nel primo trimestre di quest'anno, "cioè proprio nel periodo in cui la riduzione dell'Irpef avrebbe dovuto dare i suoi effetti".

Così, dopo apprezzabili dissertazioni sul "nuovo ordine internazionale" e sulla "recrudescenza del conflitto arabo-israeliano", sulla solitudine della "superpotenza americana" e sulla prevalenza dell'"Europa intergovernativa", al dunque questa Confindustria è costretta a ripresentarsi davanti al premier con il cappello in mano. D'Amato si rivolge personalmente al "signor presidente del Consiglio", per chiedergli di "ridurre la pressione fiscale sulle imprese", di ridurre l'aliquota Irpeg, di applicare subito la riforma Tremonti, di mettere mano all'Irap, "la tassa odiosa" lasciata in eredità dall'Ulivo.

Per rammentargli (sia pure con un vistoso salto logico, dato che il disavanzo pubblico sta crescendo costantemente) che "sono soprattutto le imprese che stanno sostenendo l'impegno del Paese di mantenere basso il deficit".
L'avvertimento finale, "le imprese non votano, signor Presidente, ma fanno lo sviluppo e l'occupazione", è troppo blando per apparire credibile. Questa Confindustria è sfibrata e sfiduciata, ma è costretta a rinnovare la cambiale al Cavaliere. Spaccia un grande orgoglio di categoria economica e una profonda consapevolezza di ruolo sociale. Ma né l'uno né l'altra trovano riscontro nella dinamica degli investimenti privati, che invece di crescere diminuiscono. Poche settimane fa Ciampi ha chiesto "uno scatto d'orgoglio" alla classe imprenditoriale, chiedendo alle aziende di investire di più, di fare più innovazione, di accettare a viso aperto le sfide della crescita dimensionale e della Borsa.

La risposta che arriva da Viale dell'Astronomia è disarmante. Il capitalismo italiano continua a celebrare se stesso e a nascondere le sue debolezze. Non avverte neanche il bisogno di dedicare un ricordo all'unico uomo-simbolo, che per mezzo secolo gli ha dato forza nel Paese e lustro nel mondo, e che oggi non c'è più. Nell'Italia di Berlusconi e D'Amato, non finiremo mai di rimpiangere l'Avvocato Gianni Agnelli.

(23 maggio 2003)