Il regno e
l'emancipazione della donna
(dal libro "Camminando s'apre
cammino" di Arturo Paoli)
La mia grande scoperta è
stata il lavoro produttivo. Ho sempre lavorato, fin da bambina, perché sono
nata in una famiglia povera che si è potuta sostenere solo col lavoro di tutti.
A noi, qui in Venezuela, hanno inculcato l'idea che ci sono dei lavori per gli
uomini e dei lavori per le donne. I lavori delle donne sono lavare, preparare i
pasti, andare a far legna nel bosco, occuparci noi sole dei bambini, assumerci
tutti i lavori di manutenzione, quelli «che non rendono». Così, pur non avendo
orario, pur essendo continuamente in servizio, il nostro lavoro è
improduttivo. Se mi sentisse mio padre direbbe: ‑ Che improduttivo?
Senza il vostro lavoro non potremmo far niente noi ‑. Ma di fatto
concretamente, l'uomo fa ogni sforzo per mantenerci lontane da un lavoro che
servirebbe per la nostra emancipazione. Piuttosto che lasciarci dedicare a un
lavoro produttivo, l'uomo di qua preferisce che, quando abbiamo terminato il
lavoro di casa, ce ne stiamo senza far nulla a prendere il fresco. Quando una
donna si propone di fare un certo lavoro come cucire per gli altri,
riparare scarpe o che so io ‑l'uomo storce il naso e glielo proibisce
sostenendo che in casa c'è talmente da fare che a guadagnare ci pensa lui.
Antonio mi ha raccontato
l'esperienza che ultimamente avete fatto in uno dei «barrios» più poveri di
Cartagena, dove ci sono tante giovani ragazze poverissime. Il loro uomo, che
spesso ha due o tre donne con bambini da mantenere, si oppone con tutte le forze
a che la donna lavori. Preferisce vederla morire di fame con i suoi bambini.
Antonio diceva che questo fatto non riesce a spiegarselo; io sì, io me lo
spiego perfettamente. Il giorno in cui la donna guadagna qualcosa, esce dalla
dipendenza dell'uomo e non è più la sua schiava. Voi uomini non avrete mai
l'idea di quella che è la nostra schiavitù: voi create una situazione di
schiavitù, ma non ve ne rendete conto, perché la schiava vi sorride, vi
accoglie, pare risponda alla vostra amicizia, ma di fatto obbedisce come
schiava. Anche quando l'unione sessuale a noi non dice nulla, è quasi un atto
ripugnante che paghiamo con la maternità, di fatto non possiamo rifiutarci.
Dobbiamo accettare che l'uomo non ci appartenga, che nemmeno corporalmente sia
nostro, perché è solito cercare le sue soddisfazioni con chi vuole e quando
vuole, lo sappiamo o no. Le sue idee le comunica solo agli amici. Osservate
attentamente il nostro uomo: quando sta in casa? Quando comunica con la sua
donna? Se però viene a trovarlo un amico, è peggio che se arrivasse la
fidanzata o il fidanzato: si polarizza su di lui e fanno insieme i loro
progetti ‑ dove andranno il sabato, come passeranno la domenica ‑
ignorando la donna come se non esistesse, come se fosse un bambino che dorme
nella culla. E se passa una bella ragazza davanti a casa? Gli occhi, la faccia,
il corpo, tutto del nostro uomo va dietro a lei. Siccome le donne di casa sono
sicure, possiamo andare a caccia di altre: questo è il loro modo di ragionare.
Un titolo del giornalino che mi ha ‑mandato il nostro amico messicano
dice «Guerra dei sessi»; ma fra noi non c'è guerra: siamo delle schiave che non
hanno ancora preso coscienza della loro schiavitù.
Per fortuna, ora abbiamo con
' mincinato a lavorare in cooperativa ed io sto scoprendo che è questo un vero
cammino di liberazione. Molte ragazze hanno trovato mille scuse per non far parte
della cooperativa: il marito non vuole, la famiglia non le lascia uscire, hanno
troppo da fare in casa. Il lavoro non è solamente fonte di guadagno e
d'autonomia, è l'occasione di se derci accanto agli uomini, di ragionare
insieme, di confrontarci con loro. Adesso sappiamo finalmente come funziona il
mercato, che cos'è la speculazione, quali prodotti si vendono meglio. Si sta
aprendo davanti a noi un mondo sconosciuto. Il lavoro che facevo prima per mantenere
i miei due bambini era il solito lavoro della donna: lavare, stirare,
rammendare; era già un lavoro pagato, ma non mi faceva uscire dal mondo in cui
è chiusa la donna. Ora siamo entrate nel vero mondo del lavoro, e siccome
lavoriamo in cooperativa, gli uomini devono per forza ascoltarci e lasciarci
pensare con la nostra testa. Nei primi tempi è stato difficile; proprio come
quando certi signori ‑ come mi hanno detto ‑ si decidono ad
ammettere a tavola le persone di servizio (me lo ha raccontato un'amica che è
a servizio presso un avvocato cattolico di Caracas; i primi tempi non sapevano
di che parlare, poi... così è successo a noi, la schiava comincia a parlare con
i signori).
Ora le cose vanno meglio; le
riunioni sono veramente piene di sugo; come quella dell'altra notte in cui
abbiamo parlato dell'ingiustizia del reclutamento, una vera vergogna per il
Venezuela. Sono sicura che ora che ce ne occupiamo noi donne, le cose
cambieranno. Si dice che la colpa è della donna che non sa parlar d'altro che
di bambini, di pettegolezzi da comare, dei piatti da preparare. Ma ognuno parla
dell'esperienza della propria vita. Volete che vi parli di Roma che non ho mai
visto? Un uomo politico, venuto per aver dei voti, diceva che il lavoro
mascolinizza, che a lui piace la donna che sta in casa, la donna gentile,
femminile, che pensa a farsi bella e a piacere. Quando questo signore parlava,
io vedevo in lui il maschilista perfetto che, per difendere i suoi interessi,
parla con dolcezza, dice che dobbiamo essere amici perché nel mondo non c'è
cosa più bella dell'amicizia, perché essere avversari? Poi eccolo tirarti la
pietra. Questo signore non conti sul mio voto. L certo che il lavoro ci fa
schiavi, che gli uomini sono alienati ~ ho imparato bene questa parola? ‑
ma la nostra condizione è ancora peggiore: perché noi siamo schiave di schiavi.
Se fossimo schiave di uomini liberi, con il gusto della libertà, potrebbero
insegnarci qualcosa loro; ma siamo schiave di persone che non aspirano affatto
alla libertà.
A me sembra che in questo
lavoro della cooperativa noi donne portiamo non solamente le nostre braccia, ma
una forza liberatrice. Il lavoro che per gli uomini è normale, un'abitudine,
per noi è una novità. E lo sentiamo come un mezzo per uscire dalla dipendenza.
Per l'uomo è mezzo per assicurare il proprio dominio: ‑ Io lavoro, ti dò
il denaro e tu donna devi dipendere da me per forza ‑. Con questo sfogo
di dominio su noi l'uomo si accorge meno di essere schiavo di un altro. Nel
fondo della donna c'è un altro concetto: ‑ lo lavoro, guadagno, e quindi
non devo dipendere da te ‑. Nell'uomo c'è un proposito di schiavitù,
nella donna c'è un proposito di libertà e di liberazione. Questa è la
differenza: e mi piacerebbe lo capissero tutte le donne o almeno le ragazze di
qua. Ma vedo che è molto difficile. Ho frequentato le donne che vengono qui per
motivi di lavoro: l'infermiera, le maestre e anche le assistenti sociali;
ebbene, sono schiave come noi. Parlare di politica con loro è tempo perso; se
fossero libere si sarebbero occupate di noi, della nostra condizione, ma non
hanno alcun interesse per noi. La peggior nemica della donna è la donna che ha
studiato. Sono stata al servizio di due professionisti: sono veramente caduta
male. Il signore, un medico, mi trattava bene, con educazione, con rispetto: ‑
Riposati, quando ti senti stanca ‑, mi diceva spesso. Lei era una
tiranna; non mi guardava mai in faccia, si ricordava di me solo per darmi degli
ordini. Giunta a casa, tutto il suo lavoro consisteva nel tenere il bambino in
collo e nel guardare la tv. Con il marito, che pure era gentile con lei, non
parlava mai, per lo meno in presenza mia. Questo mi fa pensare che il lavoro
non basta per liberarci, perché questa signora era schiava come me.
Alla cooperativa siamo in
condizione ottima perché dobbiamo lavorare con l'uomo e parlarci insieme. Il
risultato della cooperativa dipende dall'armonia che c'è fra noi. Ancora più
importante della produzione è infatti la relazione fra noi. Quando l'uomo riuscirà
a capire che è meglio vivere con una donna libera che con una schiava, avremo
fatto un bel passo avanti. Ma non vi si arriva con tanti discorsi; solo se
arriviamo a liberarci con i fatti potremo liberare anche l'uomo. Noi non
aspiriamo a lottare per essere superiori all'uomo, per «accantonarlo», ma per
fare coppia con lui. A me non piacerebbe davvero essere ricca, autonoma,.
libera senza avere un uomo accanto con cui poter parlare. Mi piacerebbe trovare
un uomo con cui vivere un amore profondo nella massima reciproca fiducia; un
uomo col quale si potesse leggere insieme, studiare, aprire gli occhi sul
mondo. Esiste su qualche pianeta un uomo del genere?
In questi ultimi anni mi
sento molto cambiata sotto il profilo religioso. Sono un po' diversa dalle
altre ragazze perché mio padre era un'eccezione; leggeva la Bibbia e me la
spiegava, ed io mi son sempre sentita una persona che crede fermamente. Poi è
venuto il movimento carismatico, poi i nostri gruppi di riflessione sul
Vangelo. Ho sentito come se Dio mi guidasse per un cammino a diverse tappe. Ora
mi sento bene. Non posso dire di essere arrivata, perché non si arriva mai; ma
sono contenta della fede che ho adesso. Ho visto chiaramente come sia alienante
la religione per noi e ho scoperto che il Vangelo è un progetto di liberazione.
Ciò che non capisco è perché tutti i poveri non vedano questo. Come si può
continuare a dire che la religione è per l'anima, per il paradiso, per l'altra
vita; e dire nello stesso tempo che Gesù è venuto a riconciliarci? La
riconciliazione è una cosa della terra, di questo mondo; nell'al di là non ce
n'è più bisogno. Nel campo religioso è avvenuto qualcosa di simile a quel che è
successo nel campo del lavoro. L'uomo ci ha impedito di lavorare per mantenerci
in condizione di schiave. E vogliono mantenerci in condizioni di schiave quelli
che dicono che la religione è una cosa e la politica un'altra. Me ne sono
accorta quando è venuto quel «musiù» (straniero ricco) a dirigere le nostre
riunioni carismatiche. Chiudeva gli occhi, parlava in inglese, in arabo, che so
io? Noi non capivamo niente e lui faceva una faccia beata. Finita la lunga
chiacchierata, ci faceva cantare, ci faceva battere le mani e voleva che
dicessimo ch'eravamo allegre. Diceva che Dio gli aveva toccato il cuore e gli
aveva fatto comprendere che tutti gli uomini sono suoi fratelli. Poi io me ne
tornavo a casa e spesso non trovavo nulla da mangiare, e lui partiva con
l'automobile per chissà dove. Da lui io non voglio niente: non voglio le sue
elemosine, voglio che se ne resti a casa sua mentre io resterò a casa mia, ma
che non venga a dirsi mio fratello, perché fratello mio non è in nessun modo.
Quante volte abbiamo
commentato fra noi il passo del Vangelo: ‑ Chi è mia madre, e chi sono i
miei fratelli? ‑. Poi, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse:
«Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà del Padre mio che è
nei cieli, egli è mio fratello e mia sorella e mia madre» (Mt 12,48-49). La religione ci faceva mansueti,
tranquilli: siamo tutti fratelli, dobbiamo volerci bene, attenti a non cadere
nell'odio... Con questi discorsi ci mantenevano schiavi rassegnati. Gesù non ha
paura di dire: ‑ Un momentino: prima di dirvi fratelli vediamo se fate la
volontà del Padre ‑.
Parlavo l'altro giorno con
Gladys, la suora che viene a visitarci e che piace a tutte. Le dicevo che tutti
coloro che si fanno chiamare «fratello» e «sorella» dovrebbero riflettere un
po' se meritano davvero questo titolo. là giusto che una persona che non
conosco e che viene qui per la prima volta si faccia chiamare «sorella» solo
perché è una «religiosa»? Perché ti chiami sorella? Vediamo un po' che c'è di
comune fra noi. Tu vivi bene, senza difficoltà, io vivo male perché devo
lottare per mantenere i miei bambini. Tu sei tutta medagliette, discorsini
buoni, benedizioni, e quando parliamo di cambiare le cose, capisco al volo che
non sei del nostro sindacato. Questa persona è forse schiava di una superiora,
ma non conosce la vera schiavitù della donna. Che c'è in comune fra me e lei?
Non me la sento di chiamarla sorella. Non è che io sia meglio di lei; ma i
nostri cammini sono tanto distanti che non mi viene dal cuore di chiamarla
sorella. Ho capito che Gesù vuole che ci facciamo fratelli, più che chiamarci fratelli.
Così, mi piace l'Eucarestia
da quando ho capito che è un incontro per farci fratelli e un'occasione
concreta di rivedere la nostra vita. Quando vado nel bosco a far legna, mi
piace isolarmi un po' dalle compagne. Mi pare di sentire Gesù molto vicino e allora
gli dico‑ Aiutami a essere libera ‑, e mi pare che Gesù mi dica: ‑
Bisogna lottare per essere liberi ‑, e sento una felicità grande che
vorrei trasmettere a tutti. Mia madre non mi capisce, ma io non discuto con
lei, la amo e la sentirò veramente madre fino alla morte perché ha sofferto e
lottato tanto per noi. Ora si è arresa, non ha più forze e io la lascio sola
con i suoi santi e le sue candele accese. Ma io sono in un altro cammino, ho la
vita davanti a me e devo lottare. Ho tutte le schiavitù della donna sopra di
me, quella dell'uomo, della povertà, della religione, ma ora ho scoperto la
ragione di vivere e mi sento contenta. Mi viene alla mente una frase del
Vangelo che mi piace molto e che rimugino fra me molte volte al giorno: «II
popolo che sedeva nelle tenebre ha veduto una gran luce» (Mt 4,16). Per noi
sarebbe impossibile tornare alla religione che ci hanno insegnato in famiglia.
Un'altra ingiustizia che
l'uomo commette verso di noi è quella di convincerci che la politica è una
«cosa da uomini», che le donne non c'entrano. Veramente qui a Monte Carmelo
tutti sono lontani, lontanissimi dal capire che cosa sia la politica. Si parla
di politica quando le elezioni si avvicinano; si formano i comitati dei due maggiori
partiti politici, si fanno alcune riunioni con una buona cena e molto «trago»
(alzate di gomito): questa sarebbe «la politica». Molti anni fa il nostro paese
fu zona di «guerriglia». I vecchi la ricordano bene, quella tettoia che si vede
da lontano indica il luogo della resistenza e là furono massacrate molte
persone. Il ricordo della «guerrilla» è tremendo per la gente di qua: ricordano
le fughe nel bosco, i furti di bestiame, le case bruciate e non vogliono più
saperne di politica: preferiscono obbedire al governo e tacere. Noi giovani
abbiamo invece capito che non possiamo essere cristiani se non accettiamo il
piano di Cristo che è quello di abolire le differenze sociali per instaurare la
fraternità. lo ho avuto la fortuna di parlare con i giovani che sono venuti qui
a Monte Carmelo e so perfettamente le scelte che devo fare. Ho capito che non
posso liberarmi come donna se non entro in una politica liberatrice. Le mie
compagne hanno invece un po' di paura. Io preferisco morire per una causa
piuttosto che far la fine della povera Adriana, ammazzata a coltellate dal
marito.
Questo episodio, accaduto la
mattina di Pasqua, ci ha aperto ancora di più gli occhi: abbiamo capito fino a
che punto la donna è schiava dell'uomo. Non sappiamo bene che fare, ma a poco a
poco lo capiremo. Già nelle riunioni mensili la donna osa sempre di più
parlare. Molte hanno vinto la timidezza iniziale che le rendeva‑ mute
davanti a gente sconosciuta. Ora bisogna fermarci perché... rischiamo di non
lasciare più la parola agli uomini. Sappiamo che oggi è necessario rovesciare
il capitalismo perché esso aumenta sempre più il numero dei poveri e la loro
sofferenza, sempre più approfondisce la distanza fra i ricchi e i poveri e
l'uomo e la donna. Non possiamo sperare che cambino le relazioni fra noi se non
cambiamo il sistema; questo l'ho capito bene dalle conversazioni con i giovani.
Alcune ragazze di qui sono
al servizio in un quartiere elegante costruito dall'Opus Dei. Raccontano che ci
sono due cappelle: una per i «Iiberi» e l'altra per le donne di servizio. Che
una cosa simile la facciano i pagani si può capire; ma che dei cristiani dopo
venti secoli siano a questo punto, mi rifiuto di ammetterlo. Si scandalizzano
se nella messa manca qualcosa, se ‑ come si chiama? ‑ sì, il
corporale non è inamidato, se tutto non è in regola; poi mandano le serve da
una parte e i padroni dall'altra. Si scandalizzano se noi parliamo di quando
loro fanno di tutto per dimostrare che le classi esistono, eccome, e senza
alcuna possibilità d'incontro, nemmeno davanti a Dio e nell'Eucarestia. lo in
quella cappella non potrei pregare; mi verrebbero in mente tutte le umiliazioni
che i poveri hanno dovuto sopportare e spesso in nome del cristianesimo. Forse
è meglio così, perché in una chiesa dove entrano tutti, ricchi e poveri, ci si
potrebbe illudere; nella cappella dell'Opus Dei la cosa è chiara: noi non siamo
della stessa razza. Lì il Vangelo non entra nemmeno come ricordo.
Vorrei dire a tutti quelli
cui arriverà il messaggio della povera Gaudy, che quel poco che ho capito l'ho
capito quando il Vangelo ha cominciato ad aprirmi gli occhi, a farmi vedere
molte cose che prima non vedevo. Sono felice di essere cristiana, ma non
cristiana come mia madre. Lei è immensamente più buona di me, più paziente; ma
se tutti seguissero il suo esempio il mondo non cambierebbe mai. lo ho vissuto
confusa tanti anni. Mi pareva che non si potesse pensare in altro modo. Ora la
luce è venuta. E mi sento contenta che io, l'ultima delle donne, da un «caserio»
di una trentina di focolari, possa dire a molte donne che essere cristiani
significa dare la vita per la liberazione della donna, e non solo della donna,
del mondo.