INTRODUZIONE DI FUORITEMPO: Anche la Croce Rossa critica la scelta del
nostro governo sulla missione in Iraq.
Andrea
La Croce rossa accusa: l'Italia fa propaganda
«L'ospedale
da campo di Baghdad è un'azione unilaterale della sezione nazionale che compromette
la credibilità di tutta l'organizzazione». Parla Giuseppe Renda, delegato del
Comitato internazionale per la Croce rossa in Iraq
STEFANO
LIBERTI
L'arrivo
della delegazione italiana della Croce rossa con la scorta dei carabinieri è
un'operazione di propaganda, frutto di un accordo negoziato dal governo prima
della guerra». Delegato del Comitato internazionale per la Croce rossa in Iraq,
Giuseppe Renda ha parole di fuoco per la missione umanitaria armata giunta a
Baghdad nei giorni scorsi, e definisce «inutile» l'ospedale da campo allestito
ieri dai suoi colleghi e elogiato con grande enfasi da gran parte dei media
nazionali. Renda si trova in Iraq da un anno, con compiti di assistenza e di
coordinamento, e conosce assai bene la situazione del paese. Da Erbil, dove lo
contattiamo per telefono, ci esprime tutta la sua indignazione per
un'operazione che, ci dice, «getta un'ombra pesante sull'operato e sulla
rispettabilità della nostra organizzazione».
Perché è così critico nei confronti della missione della
Croce rossa italiana?
Quella messa in piedi dalla sezione italiana è un'azione
unilaterale che viola tutte le normali procedure della nostra organizzazione.
Le singole sezioni nazionali possono infatti operare in due modi. O si muovono
all'interno del meccanismo di coordinamento del Comitato internazionale per la
Croce rossa presente in Iraq - cioè noi -, oppure agiscono in base ad accordi
bilaterali con l'organizzazione consorziata presente nel paese, nella
fattispecie la mezzaluna rossa irachena. In questo caso, nessuna delle due cose
è avvenuta: con l'ospedale da campo di Baghdad, la sezione italiana ha agito in
modo autonomo, compromettendo la rispettabilità di tutta l'organizzazione.
Come mai la Croce rossa italiana ha agito in questo modo?
Probabilmente quest'operazione è parte di un progetto del
governo italiano negoziato prima della guerra. La sezione nazionale, con il suo
ospedale da campo, si è prestata a questa strumentalizzazione.
L'ospedale da campo non sarebbe quindi altro che una
copertura per giustificare l'invio dei carabinieri?
Io questo non posso dirlo. Posso dire solo che si tratta di
un episodio gravissimo, che ci indigna profondamente.
Cosa pensa di fare il comitato internazionale?
Noi ci dissociamo completamente da quest'azione e rifiutiamo
di assumerci qualsiasi responsabilità sulle azioni della Croce rossa italiana.
D'altronde, il problema non è solo la violazione dei normali meccanismi di
coordinamento, ma anche e soprattutto il fatto che questa delegazione gira con
una scorta armata di carabinieri. Si tratta di un'evoluzione preoccupante, del
tutto contraria a quelle regole di neutralità, imparzialità e indipendenza che
costituiscono i principi cardine della nostra organizzazione. Intervenendo in
questo modo, la Croce rossa si mostra schierata da una parte ben precisa. Il
che comporta un'enorme perdita di credibilità del nostro emblema, anche
rispetto ai nostri partner. Noi ci muoviamo sempre disarmati. E la gente ci
consente di lavorare perché ci riconosce e perché ha rispetto del nostro
simbolo. D'ora in poi, la Croce rossa verrà invece associata a camion con
mitragliatrici e, nella percezione generale, sarà considerata a tutti gli
effetti una parte in causa nel conflitto.
Al di là della metodologia con cui è stata attuata, che
utilità può avere questa operazione dal punto di vista sanitario?
Noi riteniamo che, anche dal punto di vista dei contenuti,
l'iniziativa dalla Croce rossa italiana è una risposta del tutto inadeguata. Se
avessimo creduto necessario allestire un ospedale da campo, lo avremmo
richiesto esplicitamente e avremmo fornito tutta la struttura logistica
necessaria. In Iraq esistono invece strutture sanitarie piuttosto solide e uno
staff medico di tutto rispetto. Bisognava supportare queste strutture, aggiustare
gli ospedali bombardati, fornire i medicinali che mancano, coadiuvare i medici
locali - i quali, peraltro, potrebbero sentirsi piuttosto umiliati dall'arrivo
di staff medico esterno. Non è un caso che buona parte del personale umanitario
presente in loco ha accolto assai male l'arrivo della delegazione armata.
Alcune organizzazioni non governative hanno perfino abbandonato Baghdad per
protesta.