IL MANIFESTO
La minaccia di una guerra
preventiva contro l'Iraq è una minaccia al futuro della convivenza civile sul
nostro pianeta fondata sul diritto internazionale. Più ancora delle altre
guerre del passato decennio, una simile guerra rappresenterebbe una violazione
vistosa della Carta dell'Onu. Non ricorre infatti «un attacco armato contro un
membro delle Nazioni Unite»: che è il solo caso in cui è consentito dalla Carta
l'esercizio del «diritto naturale di autotutela individuale o collettiva», in
deroga al divieto della minaccia e dell'uso della forza nelle relazioni
internazionali. Come hanno più volte affermato il Consiglio di Sicurezza e la
Corte internazionale di giustizia, la «guerra preventiva», e perfino singole
azioni militari intraprese contro l'astratto pericolo di un'aggressione, sono
radicalmente contrarie all'ordinamento delle Nazioni Unite. La stessa
espressione «guerra preventiva», del resto, è una formula contraddittoria,
idonea a legittimare la guerra di aggressione attraverso la trasformazione
dell'aggredito in aggressore. Ma il pericolo di un crollo del diritto
internazionale deriva soprattutto dall'aperta e insistente rivendicazione, che
accompagna la minaccia di questa guerra, della legittimità della guerra
medesima come strumento di soluzione dei problemi e delle controversie
internazionali. Questa riabilitazione della guerra equivarrebbe a una
dissoluzione dell'Onu, la cui ragion d'essere risiede precisamente nella messa
al bando della guerra e nel mantenimento della pace, attraverso un complesso
sistema di misure che include un uso regolato e controllato della forza sotto
la costante direzione del Consiglio di Sicurezza. La guerra, in quanto uso
sregolato, illimitato e incontrollato della forza, è d'altro canto la negazione
del diritto, consistendo il diritto nella regolazione e nella limitazione della
forza. E lo sono tanto più le odierne guerre aeree scatenate dalle potenze
occidentali, il cui tratto caratteristico è di svolgersi senza perdite di vite
umane dalla parte degli aggressori e di produrre la quasi totalità delle
vittime tra le popolazioni civili, innocenti delle colpe addebitate ai loro
governanti. Espressioni come «guerra giusta» o «guerra legittima» a proposito
di queste guerre hanno perciò un significato analogo a quello di espressioni
del tipo «giusto massacro», «giusta o legittima strage di innocenti», «giusta
carneficina», «tortura legittima» e simili.
Non meno incongruo e
irrazionale è il ricorso alla guerra come mezzo per battere il terrorismo
globale. Il terrorismo è una forma di violenza politica che si caratterizza per
la sua imprevedibilità e per il carattere indiscriminato delle sue vittime,
immancabilmente innocenti. La risposta ad esso con la guerra, che è parimenti
violenza indiscriminata, equivale a una sua omologazione ai metodi delle
organizzazioni terroristiche, e perciò a un abbassamento degli Stati che la
promuovono al loro livello. Ne risulterebbe una guerra altrettanto globale,
senza limiti di tempo e di spazio, che anziché sconfiggere il terrorismo
finirebbe per alimentarlo in una spirale senza fine. Al contrario il terrorismo
può essere battuto soltanto con la risposta, rispetto ad esso asimmetrica, del
diritto e della politica, cioè della scoperta e della cattura dei responsabili,
nonché della capacità dei governi di farsi carico delle sue cause politiche,
economiche e culturali.
La rilegittimazione della
guerra come strumento di governo del mondo, preannunciata dal documento
strategico americano del 17 settembre, produrrebbe inoltre una regressione
neo-assolutistica e imperiale dell'ordine mondiale che finirebbe per
compromettere le forme stesse dello stato di diritto e della democrazia. La
restaurazione di un potere di guerra insindacabile e imprevedibile in capo alla
superpotenza americana, e perciò al suo presidente, contraddirebbe infatti il
paradigma dello stato di diritto, che non ammette poteri assoluti e richiede la
soggezione alla legge di qualunque potere. E varrebbe a logorare profondamente
le nostre democrazie, sotto due aspetti: all'interno dei paesi occidentali, a
causa delle leggi liberticide, della disinformazione, della propaganda e
dell'intimidazione del dissenso che sempre si accompagnano all'emergenza
bellica; a livello mondiale perché di fatto l'intera popolazione della terra
risulterebbe virtualmente soggetta a un nuovo sovrano, rappresentativo nel
migliore dei casi del solo popolo del suo paese. Si avrebbe così il paradosso
che una guerra, promossa secondo il documento strategico statunitense per
difendere «libertà, democrazia e libero mercato», avrebbe raggiunto l'effetto
di affossarli. E questa contraddizione sarebbe drammaticamente aggravata dalla
crescita dell'odio e dello spirito di rivolta nei confronti dell'Occidente e
dalla totale perdita di credibilità, presso i popoli poveri della terra, del
suo intero sistema di valori.
L'imprudenza politica ha di
solito conseguenze catastrofiche non soltanto per chi la subisce ma anche per i
politici imprevidenti. Se poi l'imprudenza è un'imprudenza armata, la
catastrofe acquista i caratteri della tragedia collettiva. Quando infine
l'appello moralistico ai valori umanitari è utilizzato per occultare gli
effetti perversi di una guerra, l'imprudenza politica ha la tendenza ad
acquistare, come scrisse Hume, i caratteri della veemenza e a contribuire alla
rapida distruzione dei medesimi valori che si invocano a sostegno
dell'intervento armato. E' probabile che in futuro l'uso sempre più frequente
di un pensiero bellicista indebolisca i freni della prudenza e favorisca il
trattamento veemente, cioè irriflessivo, dei problemi politico-giuridici.
Questo contribuirà anche a formulare false giustificazioni a sostegno del raggiungimento
egoista e violento di interessi nazionali, a imporre la pratica di una
diplomazia coercitiva informata alla legge del più forte, a rafforzare gli odii
e i pregiudizi ideologici e, last but not least, a ridurre la fiducia nella
possibilità che le relazioni internazionali siano basate su principi e regole
morali di carattere universale. Quando la guerra si rende accettabile
attraverso lo schermo retorico dell'umanitarismo armato dei «moralisti
politici», come li chiamò Kant, l'uscita dal labirinto della violenza diventa
impossibile.
Noi non ci illudiamo, con
questa dichiarazione, di convincere i potenti della terra dai quali dipendono i
destini del mondo. Ciò che intendiamo affermare è che la guerra attualmente
annunciata sarebbe giuridicamente illecita, moralmente ingiustificabile e
politicamente inefficace. Il suo terribile effetto, oltre alle vittime e alle
devastazioni che seguono ad ogni guerra, sarebbe la distruzione dell'attuale
ordine internazionale nel tentativo, a nostro parere irrealistico, di
sostituirlo con un nuovo ordine basato sulla forza e sull'arbitrio. Contribuire
a privare questo nuovo ordine del consenso necessario alla sua legittimazione è
il principale scopo di questo appello.
Suheir
Azzouni (Giordania), ex direttrice generale del Women's Affairs Technical
Committe Palestine
Estela
Barnes de Carlotto (Argentina), presidente Aduelas de Plaza de Mayo
Luciana
Castellina (Italia), giornalista, ex parlamentare italiana e europea
Dalmo
de Abreu Dallari (Brasile), professore di Diritti Umani all'Università di San
Paolo
Richard
Falk (Usa), docente di Dirirtto Internazionale all'Università di Princeton e di
Santa Barbara
Luigi
Ferrajoli (Italia), professore di Diritto all'Università di Camerino
Ernesto
Garzòn Valdès (Argentina-Germania), professore emerito di Filosofia del Diritto
all'Università di Mainz
Francois
Houtart (Belgio), professore di Sociologia all'Università di Lovanio
Perfecto
Andrés Ibanez (Spagna), giudice alla Corte Suprema di Madrid
Franco
Ippolito (Italia), consigliere alla Corte di Cassazione
Raniero
La Valle (Italia), giornalista e scrittore
Freda
Messner-Blau (Austria), giornalista, sociologa, ex parlamentare
Adolfo
Perez Esquivel (Argentina), premio Nobel per la pace
François
Rigaux (belgio), professore di Diritto internazionale all'Università di
Louvain-La Neuve
Leo
Spitzer (Usa), professore di Storia al Darmouth College
Salvatore
Senese (Italia), presidente di sezione della Corte di Cassazione, ex
parlamentare
Lea
Tsemel (Israele), avvocata.
(06/02/03)