INTRODUZIONE DI FUORITEMPO – Un interessante dibattito sulla globalizzazione tra Emma
Bonino e Vittorio Agnoletto. Dispiace leggere dalle parole della Bonino,
considerazioni non degni della sua indubbia intelligenza. Trovo invece molto
convincenti i pensieri di Agnoletto. Francesco
di Emma
Bonino
Cari
militanti no global, vi scrivo per riflettere insieme su un apparente
paradosso: come mai persone come me, che da sempre considerano un dovere
battersi contro la povertà e le ingiustizie, possono sentirsi tanto estranee
rispetto al movimento anti-globalizzazione da ritenere che il mondo - per
essere più vivibile - abbia bisogno non già di frenare la mondializzazione,
come voi auspicate, bensì di accelerarla e di estenderla?
Voi avete ragione quando denunciate l'accentuarsi nella nostra epoca delle
diseguaglianze sociali ed economiche, ma altrettanto innegabili mi sembrano i
progressi che in termini macroeconomici l'ondata contemporanea di
globalizzazione ha portato al mondo intero, producendo ricchezza e strappando
alla povertà intere regioni del pianeta. Permangono, è vero, grandi isole di
esclusione. Ma qualcuno davvero pensa che producendo meno ricchezza possa
diventare più facile combattere la povertà?
Io leggo con attenzione fin dai giorni di Seattle i testi, le dichiarazioni e
le arringhe che va producendo il vostro movimento e mi meraviglio che non
abbiate mai citato - fra i sintomi più preoccupanti dell'ingiustizia che
caratterizza il gap Nord-Sud - un fenomeno che a me sembra scandalosamente
esemplare: il fatto che mentre centinaia di milioni di esseri umani non
dispongono per sopravvivere che di un dollaro al giorno (sempre che riescano a
procurarselo), ogni bovino che nasce tra la Finlandia e la Sicilia ha diritto a
un dollaro quotidiano di sovvenzione da parte dell'Unione europea. Esiste forse
argomento più convincente per denunciare l'ipocrisia e la miopia con cui i
dirigenti europei (così come quelli statunitensi, peraltro) affrontano la
globalizzazione, predicandone lo sviluppo ma ostacolandone con il loro
protezionismo non solo agricolo la dinamica naturale?
C'é da chiedersi se i processi di mondializzazione trovino un ostacolo più
grave nella vostra «resistenza» o nelle barriere protezionistiche con cui i
paesi del Nord continuano a strangolare interi settori-chiave dell'economia del
Sud, ritardandone l'emancipazione.
Nato e cresciuto nel Nord del mondo, il movimento no-global dice di
rappresentare tutti i diseredati del Sud e afferma di difenderne gli interessi.
Benissimo.
Ma che ci fanno allora alla testa dei vostri cortei personaggi come il francese
José Bové, paladino del protezionismo agro-alimentare francese ed europeo? E
che ci fanno quei cattolici, seguaci della «teologia della liberazione», e
tuttavia fedeli a una Chiesa che (come l'Islam) benedice l'esplosione
demografica e di fronte alla pandemia dell'Aids continua a vietare l'uso del
preservativo e ogni forma di educazione sessuale? E che ci fanno gli
«integralisti dell'ambiente» che vorrebbero fermare la ricerca scientifica sugli
organismi geneticamente modificati e impedire ai paesi minacciati dalle
carestie di scegliere liberamente fra il rischio OGM e la morte per fame? E che
ci fanno gli esponenti della sinistra post-comunista che invocano aiuti
straordinari nei confronti dei paesi più poveri, nonché la remissione
unilaterale del debito, ma poi non battono ciglio quando i leader di questi
paesi trascinano i rispettivi popoli in costose e devastatrici guerre di
aggressione come avviene in Rwanda, Uganda, Etiopia ed Eritrea? Se io vivessi e
soffrissi nel Sud del mondo non potrei che diffidare di simili amici e
avvocati.
Il movimento no-global esige dal Nord un maggiore e immediato «traferimento di
risorse» verso il Sud, ma non sembra accorgersi di una realtà che ipoteca il futuro
degli aiuti: il sostanziale fallimento di quattro decenni di «politiche dello
sviluppo», incapaci fin qui di strappare un solo paese alla morsa del
sottosviluppo. Come mai?
Il movimento no-global esige che la cosiddetta comunità internazionale metta
fine allo «scandalo della povertà», ma non sembra dare grande attenzione al
fatto che oggi la forma più efficace di lotta alla povertà viene condotta -
sull'onda della globalizzazione - dai circa 150 milioni di emigranti
provenienti da una trentina paesi del Sud i quali, senza aspettare le ricette e
i programmi della Banca Mondiale, sono andati a cercare lavoro in una trentina
di paesi industrializzati. Forse bisognerebbe ragionare sul fatto che le loro
rimesse dirette alle famiglie, molto più efficaci di qualsiasi progetto
anti-povertà elaborato dalle Nazioni Unite, sono diventate per molti paesi
(dalla Tunisia all'Ecuador) il principale cespite di valuta pregiata.
Il punto dolente é che nemmeno le rimesse degli emigrati, destinate ad
aumentare nei prossimi decenni, riescono a dinamizzare le economie che le
ricevono, quando nei paesi beneficiari non esiste un livello minimo di
democrazia e non vige lo Stato di diritto.
Ne ho avuto la prova durante un recente e prolungato soggiorno in Ecuador, un
paese che ha «esportato» il 15% della sua popolazione e dove le rimesse degli
emigranti superano gli introiti provenienti dal petrolio, dalle banane, dalla
pesca, ma dove si trasformano spesso in «capitale morto» (come dice
l'economista peruviano De Soto) per l'inaffidabilità del sistema creditizio
locale, per l'alto tasso di corruzione che si riscontra, per la poca fiducia
che gli investitori nazionali e internazionali mostrano nei confronti di questo
paese.
Io sono certa che la globalizzazione potrà moltiplicare i suoi effetti benefici
(e non soltanto in termini macroeconomici) se e quando riuscirà a sconfiggere
entrambi i suoi maggiori nemici: a Nord la riluttanza di troppi dirigenti
politici ad abbattere le barriere contro la libera circolazione delle merci e delle
persone; a Sud la riluttanza di troppi leader a concedere ai propri cittadini
le libertà politiche ed economiche fondamentali che (come alcuni sostengono e
come conferma uno studio recente delle Nazioni Unite sul mancato sviluppo dei
paesi arabi) costituiscono una condizione necessaria per lo sviluppo: per
questo e non per altro molti paesi del Sud si sono trasformati in «pozzi senza
fondo», dove gli aiuti internazionali scompaiono senza lasciare traccia.
A me piacerebbe dar vita a un movimento alternativo al vostro, che chiamerei
«Globalizzazione? Sì grazie», che riuscisse a includere fra le priorità della
mondializzazione - quindi delle relazioni internazionali al Nord come al Sud -
la promozione su scala globale di regole e principi della democrazia (il meno
peggiore dei sistemi di governo conosciuti, come diceva Churchill) e dello
stato di diritto.
(23.01.03)
di
Vittorio Agnoletto
Per
rispondere alla lettera aperta che ci rivolge Emma Bonino sarebbe sufficiente
invitarla a partecipare all'imminente terzo Forum Sociale Mondiale a Porto
Alegre, lì troverebbe tutte le risposte alle domande che ci pone e molto di
più.
Ma forse questo sarebbe vissuto come un atteggiamento snobista e sfuggente;
provo quindi ad entrare nel merito del contenuto della lettera.
Innanzitutto il «movimento dei movimenti» non è contro la globalizzazione, ma
contro questa globalizzazione neoliberista che pone al centro della propria
azione gli interessi economici e finanziari di poche potenti multinazionali e
di uno sparuto gruppo di oligarchi della finanza.
Siamo contro una globalizzazione segnata dall'assenza della politica, di regole
certe, democraticamente definite e condivise capaci di porre degli argini ai
profitti di pochi in nome dei diritti di tutti.
Non desideriamo quindi tornare indietro nella storia, non rinunciamo ad
Internet o ai grandi mezzi di comunicazione e di trasporto che hanno
trasformato il mondo in un villaggio globale, ma pensiamo che questo non sia
l'unico sviluppo possibile, che sia possibile un mondo più giusto ed un futuro
degno di essere vissuto per tutti, non solo per una minoranza degli abitanti di
questo pianeta.
Non sono queste semplici parole: nel 1960 la differenza tra il 20% più ricco
del pianeta ed il 20% più povero era di 30 a 2, nel 1998 era di 82 a 1. Ma non
è peggiorato solo il divario tra ricchi e poveri, infatti, commenta il Rapporto
sullo sviluppo umano del 1998 dell'Undp: «Non meno di 100 paesi sia in via di
sviluppo che in transizione hanno conosciuto un serio regresso economico nel
corso degli ultimi trent'anni. Di conseguenza, il reddito per abitante è
inferiore a quello che era dieci, quindici, venti, a volte trent'anni fa»,
accusano gli esperti….. «Il consumo di una famiglia africana media è più basso
del 20% rispetto a 25 anni fa». Allo stesso modo, nell'Africa subsahariana, «il
numero di persone sotto alimentate è più che raddoppiato, passando da 103
milioni a 215 milioni nel 1990».
Di fronte a simili dati non invochiamo generici aiuti ai Paesi poveri, ma
misure concrete tra le quali la fine di ogni politica protezionistica da parte
del nord del mondo, a cominciare da quella agricola. Può essere che José Bovè
avesse inizialmente un atteggiamento protezionista in difesa del formaggio
roquefort, da lui direttamente prodotto, ma, grazie all'elaborazione collettiva
di un movimento sempre più maturo, oggi anche lui condivide la proposta della
«Sovranità Alimentare» elaborata da Via Campesina. La sovranità alimentare è il
diritto di ogni popolo a definire le sue politiche agrarie in materia di
alimentazione, a regolare la produzione agraria nazionale e il mercato locale
al fine di ottenere risultati di sviluppo sostenibile, e decidere in che misura
vogliono essere autosufficienti senza rovesciare le loro eccedenze in paesi terzi
con la pratica del dumping.
L'opposizione agli OGM si fonda innanzitutto sul «principio di precauzione» in
campo sanitario, secondo il quale prima si verifica la sicurezza di un prodotto
e poi lo si immette sul mercato, ma anche sulla constatazione che l'uso degli
OGM implica produzioni di monoculture estensive con il risultato che
l'agricoltura dei Paesi produttori non è più finalizzata a soddisfare le
necessità di quelle popolazioni ma ad esportare i prodotti alimentari nei
mercati ricchi, cancellando così ogni possibilità di sovranità alimentare.
Provo ad affrontare un altro tema proposta da Emma Bonino, ma francamente la
critica al movimento per un supposto disinteresse nel campo dell'AIDS non mi
sembrerebbe nemmeno degna di risposta: non solo sul piano personale, da
quindici anni sto spendendo la mia vita nella lotta contro il virus HIV
attraverso la militanza nella LILA (la Lega Italiana per la Lotta contro
l'AIDS), ma nemmeno quando tale critica viene rivolta alle componenti
cattoliche del movimento: è sufficiente ricordare l'impegno del gruppo Abele e
di don Ciotti che, per le sue posizioni a favore di una prevenzione consapevole
che potesse includere anche il profilattico è stato fortemente criticato ed
attaccato dalle gerarchie vaticane. Pongo io invece una domanda ad Emma Bonino:
cosa pensa della posizione del WTO (l'Organizzazione Mondiale del Commercio) e
degli USA che,attraverso la difesa della durata oltre che ventennale dei
brevetti sui farmaci, rendono impossibile la disponibilità dei trattamenti
anti-AIDS in Africa?
Concordo pienamente sull'importanza delle rimesse economiche degli immigrati,
ma questa constatazione non può prescindere dalla richiesta del rispetto dei
diritti universali che quindi integrano e superano i diritti di cittadinanza
legati alla terra ove si è nati; tra questi diritti vi è anche quello della
libera circolazione delle persone umane, in un mondo che invece autorizza la
libertà di spostamento dei capitali alla ricerca del miglior profitto e non
quella delle donne e degli uomini alla ricerca di un (migliore ?) lavoro. Da
qui l'opposizione alla legge Bossi/Fini mi pare un passaggio naturale che non
necessità di ulteriori spiegazioni.
Non vi è dubbio che il sud del mondo, come il nord, non possa essere
rappresentato come una realtà omogenea; ed infatti il movimento sta aiutando lo
sviluppo di movimenti antiliberisti nei Paesi del sud del mondo in
contrapposizione sia alle oligarchie localmente dominanti, fortemente corrotte
e subalterne alla politica delle potenze occidentali, sia ai movimenti
integralisti religiosi. In questo quadro la nostra opposizione alle guerre,
comprese quelle svolte per procura, ossia per interesse di Paesi terzi per lo
più del nord del mondo, e quelle finalizzate al controllo delle fonti energetiche
quali ad esempio il petrolio, è assolutamente totale, «senza se e senza ma».
Anche in questo caso ribalto la critica alla stessa Bonino: sarà in piazza con
noi il 15 febbraio quando in decine di capitali in tutto il mondo il movimento
dei movimenti manifesterà contro la guerra all'Iraq e contro ogni altra guerra?
O in quel caso la certezza di altre decine, se non di centinaia, di migliaia di
morti innocenti, già oggi sofferenti sotto la dittatura di Saddam, peseranno
meno della realpolitik o della retorica in difesa della civiltà occidentale?
Nel frattempo, scrivendo questa risposta, mi sono ulteriormente convinto: credo
che per Emma Bonino, ma non solo per lei, partecipare al Forum di Porto Alegre
sia un'occasione irripetibile, veramente da non perdere, perché in quelle
giornate le polemiche e i proclami lasceranno lo spazio all'elaborazione di
proposte e di progetti concreti. Nel 2001 ci siamo chiesti chi eravamo, nel
2002 quali erano i nostri obiettivi, ora è venuto il tempo di individuare i
percorsi e le strategie concrete per realizzarli.
(23.01.03)