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Economia etica e
solidale
marchigiana
Bollettino di cultura e notizie on line
per un nuovo mondo possibile Bollettino Anno I Numero 4 - giugno 2005 Temi : economia solidale, consumo critico, ecologia e produzioni eco-compatibili, esperienze di riciclo e riuso, energie rinnovabili, stili di vita alternativi, finanza etica, agricoltura biologica, cooperazione, cooperazione internazionale, turismo responsabile, medicina integrata, monete regionali, iniziative di pace, informazione libera, democrazia partecipativa |
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Economia Solidale |
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Energia & Ambiente |
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Nuovi stili di vita |
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Per la nostra salute |
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Tecnologia & Comunicazione |
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Salvaguardare le 4 libertà nel Software (parte prima) Lettera di Richard Stallman ai Parlamentari Italiani del 18.05.2005 Biografia di Richard Stallman e documentazione sul progetto LINUX/GNU |
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Associazionismo |
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Cooperazione internazionale: Italia ultima negli aiuti allo sviluppo |
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Appuntamenti |
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I borghi e le piazze dell’economia solidale 3 - 4 settembre a Petritoli |
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Festa per la Libertà dei Popoli ad Ancona 13 -16 luglio al Forte Altavilla |
| Marcia per la giustizia e la Pace PERUGIA -ASSISI 11 settembre 2005 |
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Cari
lettori, nonostante
l’arrivo dell’estate e l’atmosfera di vacanze, abbiamo lavorato per il
bollettino con il consueto impegno e anche questo numero è ricco di articoli
interessanti che possono trovare il vostro gradimento. Con nostra
soddisfazione, anche il numero dei collaboratori si è ampliato e speriamo che
aumenti ancor più. Ci
sono pezzi su molti dei temi di fondo dell’Economia solidale: il commercio
equo e solidale, l’agricoltura biologica, la cooperazione, le imprese sociali
e l’economia sociale, l’ecologia nel consumo energetico, il consumo critico,
il software libero, le terapie alternative, la cooperazione internazionale e il
volontariato. Nella
rubrica “Per la nostra salute” in questo numero ci sono due pezzi molto
particolari. Perché questa scelta? La nostra tendenza è di dare
spazio di espressione, quando possibile, soprattutto ai soggetti che
appartengono alla nostra Rete marchigiana di Economia solidale e che sono attivi
nel settore di cui scrivono. Così attraverso questi due articoli si
esprimono Patrizia, Emilio ed Alessandra che sono attivi essi stessi nel
praticare le terapie di cui ci parlano e condividono con i lettori le loro
conoscenze ed esperienze. Si tratta quindi di informazioni di “prima
mano”. Anche
la maggior parte degli altri articoli sono scritti da persone della nostra
regione attivi nei settori di cui ci scrivono. Teoria
e pratica si fondono così insieme e trovano espressione nel nostro bollettino. Questo
mi dà lo spunto per stimolare di nuovo anche voi lettori a condividere le
vostre conoscenze ed esperienze, rinnovandovi l’invito a collaborare con noi
del gruppo redazionale, sia inviando proposte di articoli sui temi di vostra
competenza o di vostro interesse, sia mandandoci lettere di commento su quello
che scriviamo o richieste di temi da trattare. Sarebbe
bello che il bollettino diventasse, passo per passo, un concentrato della
cultura alternativa e innovativa della nostra regione, in direzione etica,
partecipativa ed autogestita, che metta in moto nuovi rapporti e attività, con
la collaborazione e il coinvolgimento dei lettori. Infine
vi anticipo fin d’ora che il nostro prossimo numero, che uscirà a fine
Agosto, sarà un numero monografico, interamente dedicato alla manifestazione di
Petritoli, “I borghi e le piazze dell’economia solidale”, con un indice
ancora una volta ricco e interessante.
Buona lettura,
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ECONOMIA SOLIDALE
Quale evoluzione per “Le botteghe del mondo” (Paolo Chiavaroli)
Le
Botteghe del Mondo (BdM) sono generalmente considerate i luoghi ove è possibile
trovare i prodotti del commercio equo e solidale: in effetti, il loro
ruolo fondamentale è quello di far arrivare tali prodotti ai consumatori.
Questo è senz’altro vero; tuttavia vi sono anche ulteriori funzioni che una
BdM o un’impresa dell’economia solidale in genere può e deve svolgere
rispetto all’obiettivo di fondare un’alternativa di società. Sono funzioni
forse meno visibili e che rimangono nel cono d’ombra prodotto dalle merci e
dalle vetrine, naturalmente più appariscenti. Considerare
questi ulteriori significati della presenza di una BdM pare tra l’altro
d’attualità, visto che la funzione di veicolo dei prodotti equosolidali sarà
sempre meno esclusiva delle stesse BdM. Verrà il momento in cui ogni
supermercato avrà i suoi prodotti fair trade o socialmente corretti e allora ci
si chiederà se una Bottega del commercio equo e solidale ha ancora ragione
di esistere. Osservando
ciò che avviene dentro una BdM si noteranno: -
preoccupazioni, attenzioni, obiettivi e comportamenti estranei ad altre
imprese presenti sul mercato, che rappresentano il tentativo di annullare o
almeno di limitare gli effetti ritenuti dannosi del mercato stesso; si tratta
dell’attenzione posta ad una più equa distribuzione delle risorse, al fine di
perseguire un obiettivo di riequilibrio tra gli attori coinvolti nell’attività
economica; -
un significato particolare attribuito all’attività economica, che si esplica
attraverso modalità particolari di conduzione dell’attività economica
stessa. In una BdM si incontrano persone che hanno avviato l’impresa
senza attendere per se stesse il ritorno di un investimento economico; esse si
sono basate su un’analisi della realtà sociale, economica e politica e su una
visione
del mondo condivisa. Come ha scritto Laville,[1] “l’attività economica
è la manifestazione di un senso comune, cioè il senso di un mondo condiviso
con altri”. E’ questo il fondamento dell’impresa e dunque si fa spazio
nell’attività economica stessa un elemento non monetario, l’elemento del
dono e della gratuità (espresso ad esempio attraverso la prestazione di lavoro
volontario). Al tempo stesso si deve notare che il tutto avviene all’interno
di una dinamica partecipata e socializzante (il mondo condiviso) nel quale
l’individuo esce dall’anonimato ed entra in relazione con altri uomini e
donne. L’attività economica non è dissociabile dalle persone che la pongono
in essere, sia che si tratti della persona accanto che, nel caso delle BdM, di
chi lavora a migliaia di chilometri di distanza. Tutto
questo rappresenta un elemento di rottura non banale rispetto al modo ordinario
di intendere e realizzare l’attività economica. Rottura che non avviene tanto
attraverso l’invenzione di elementi nuovi, quanto attraverso il recupero di
elementi economici differenti e perdenti rispetto a quelli dominanti imposti
dall’economia di mercato capitalistica, che li ha considerati residuali o
estranei ad una scienza economica rigorosa e “moderna”. Infatti gli aspetti
particolari che abbiamo notato nell’agire di un’impresa dell’economia
solidale derivano proprio dall’accostamento a principi tipici di una economia
di mercato di principi diversi, propri di una economia non di mercato e non
monetaria. Elementi che hanno avuto nel corso della storia dignità pari o,
addirittura, superiore rispetto agli elementi dell’economia di mercato,
ma che poi sono stati soffocati nel corso di una evoluzione storica che ha fatto
coincidere, infine, l’economia con l’economia di mercato, e con
un’economia di mercato particolare, quella capitalistica. Questo esito ha
espulso dal novero delle competenze degli attori economici ogni preoccupazione,
ad esempio, relativa alla distribuzione della ricchezza e delle risorse,
demandando allo Stato tale funzione redistributiva, funzione per altro sempre più
contestata e posta in discussione dai principi dell’economia di mercato
capitalistica che intende allargare il proprio dominio anche a quegli
ambiti nei quali sopravvivono ancora principi economici differenti. L’aver
assunto, così come fanno le imprese dell’economia solidale,
l’elemento di una economia non di mercato, quale l’attenzione per una equa
distribuzione della ricchezza all’interno dell’attività economica, è
dunque atto in qualche modo eversivo rispetto allo status quo. Il problema della
distribuzione è riportato all’interno dell’attività dell’impresa, ed
anzi posto al suo centro. Nel
caso di una Bottega del Mondo, in primo luogo vi è un obiettivo di riequilibrio
rispetto ad attori economici debolissimi, quali sono i partner che lavorano e
producono nei Paesi del sud del mondo, obiettivo che si realizza per mezzo di
una diversa redistribuzione della ricchezza prodotta dal commercio
internazionale a favore del soggetto più debole. Inoltre questo principio viene
affermato dalle BdM anche nell’ambito delle proprie relazioni interne, così
come all’interno della società nella quale esse sono inserite ed agiscono. Ma
abbiamo visto che c’è un altro elemento di novità nell’attività di una
BdM, che fa riferimento a principi di un’economia non monetaria. I
partecipanti all’attività economica non sono legati dalla ricerca di un
profitto monetario, ma dalla condivisione di una visione del mondo prodotta da
un percorso socializzante. Le
BdM, in questo modo, finiscono per essere ciò che sono state definite, sulla
scia della riflessione di Habermas, e cioè spazi
pubblici di prossimità, luoghi di discussione tra cittadini in cui si
formano opinioni, si dibattono temi e problemi di interesse comune, si prendono
decisioni, si elaborano e realizzano progetti. La
BdM, e l’economia solidale in genere, in questo modo contribuisce a
responsabilizzare i cittadini, a farli appunto partecipare a “spazi pubblici
di prossimità tra il domestico e lo spazio pubblico delle grandi istituzioni.
In tal modo essa supera la concezione di una economia separata dal sociale e dal
politico e propone una ricomposizione dei rapporti tra economico, sociale e
politico.”[2] In
un contesto che registra una drammatica carenza di simili luoghi, risucchiati da
un vero e proprio processo di desertificazione degli spazi pubblici, questa
opportunità offerta dalle diverse esperienze di economia solidale va salutata
con interesse e seguita con attenzione. In una situazione come l’attuale non
è banale creare punti di rottura, ricostituire spazi pubblici e fornire
l’opportunità di tornare ad incontrarsi, a dibattere, a vivere la propria
cittadinanza attiva, il proprio “prendere a cuore” la sorte della città,
del proprio quartiere o del pianeta intero, l’opportunità di fare politica,
di vivere la propria socialità e la propria dimensione relazionale. Una BdM, dunque, in sintesi realizza un’attività economica particolare caratterizzata dal segno della complessità: è infatti il tentativo di elaborare un modello di attività economica differente nel quale coesistono principi differenti, il principio dell’economia di mercato con le dinamiche prodotte dal gioco della domanda e dell’offerta, il principio dell’economia non di mercato con l’attenzione agli effetti che l’attività produce soprattutto in termini di equa distribuzione di risorse, il principio non monetario con la necessità di ricondurre l’attività economica all’interno del contesto sociale in cui è situata e sotto il controllo degli attori sociali che a questa attività partecipano.
[1]
J.L. Laville, Economia Solidale, Bollati Boringhieri, p. 66 [2]
J.L.Laville, op. cit, p. 77 |
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ECONOMIA SOLIDALE
L'agricoltura biologica nelle Marche
(A cura di Leonardo Valenti e Paolo Pinciaroli)
DEFINIZIONE
E NORMATIVE L’agricoltura
biologica è un metodo di produzione conosciuto per il fatto che vieta l’uso
dei prodotti chimici di sintesi (concimi, antiparassitari, anticrittogamici,
diserbanti).
Gli
agricoltori che adottano questo tipo di conduzione agricola devono rispettare un
disciplinare di coltivazione, che è uguale in tutto il territorio dell’Unione
Europea (Reg CEE 2092/91 e successive modificazioni), e assoggettarsi alle
visite degli ispettori di un Organismo di Controllo “terzo”, conforme alle
norme UNI 45011, riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole e
Forestali. L’allegato
I del regolamento CEE detta le norme tecniche di produzione: “la
fertilità e l’attività biologica del suolo devono essere mantenute o
aumentate in primo luogo mediante la coltivazione di leguminose, di colture da
sovescio o di vegetali aventi apparato radicale profondo, nell’ambito di un
adeguato programma di rotazione pluriennale; la
difesa fitosanitaria ha carattere preventivo e si impernia sulla scelta di
specie e varietà adeguate, appropriati programmi di rotazione colturale, lotta
meccanica e biologica.” Quando
il metodo di coltivazione biologica è correttamente applicato le produzioni
sono confrontabili con quelle ottenute con il metodo convenzionale, il quale
normalmente ha trascurato la buona pratica agricola, degradando la fertilità
dei suoli marchigiani, come si desume dai dati del laboratorio agrochimico
dell’ASSAM, (pubblicazione: Dall’analisi del Terreno al consiglio di
concimazione – anno 2001). GLI
INIZI NEGLI ANNI ‘80 Dietro
la spinta di iniziative pionieristiche di produzione e trasformazione, nate agli
inizi degli anni ’80, gli agricoltori biologici marchigiani hanno potuto
cimentarsi in questa loro attività già da quella data crescendo sia in numero
che in esperienza. In questo ha avuto un ruolo importante l’Ente pubblico
(Regione, Province e Comuni) che ha destinato a questo settore finanziamenti per
compensare gli effetti positivi sull’ambiente prodotti dall’agricoltura
biologica. L’impatto minore dell’agricoltura biologica sull’ambiente,
intuibile dalla sua definizione, sono stati riconosciuti da studi scientifici
anche recenti, come, per esempio, la ricerca della Washington State University,
pubblicata da “Nature” nel 2001, che, confrontando 5 anni di analisi tra
agricoltura biologica, convenzionale e integrata, mette in evidenza la maggiore
sostenibilità, efficienza energetica e redditività dell’agricoltura
biologica. L’EVOLUZIONE
DEL SETTORE L’Elenco
Regionale degli Operatori biologici è tenuto dall’ASSAM sulla base delle
notifiche presentate dagli operatori e delle comunicazioni degli Organismi di
Controllo. (tabella 1). La
flessione nel numero degli operatori nel biennio 2002 – 2003, dovuta ad una
temporanea riduzione delle risorse impegnate nella Misura F2 del PSR (Piano di
sviluppo rurale), non ha comunque interrotto la crescita della superficie
investita a conduzione biologica, facendo innalzare la superficie media
aziendale a 30 ha per l’anno 2004, ben al di sopra dei 7,61 ha della media
regionale. Volendo
rapportare i dati del biologico del 2004 con gli ultimi disponibili a livello
regionale del settore agricolo si evidenzia una consistenza delle aziende
biologiche pari al 3,13% con una Superficie Agricola Utilizzabile (SAU) che
invece raggiunge il 12,35% di quella regionale. La
ripartizione colturale della SAU tra le principali colture praticate nel 2003
mette in risalto la vocazione cerealicolo – viticola della nostra regione. L’evoluzione
del settore nella regione ha seguito lo stesso andamento riscontrato a livello
nazionale, come visibile dal sito del Sistema d’Informazione Nazionale
sull’Agricoltura Biologica (SINAB) gestito dal MIPAF, (tabella 2) con una
flessione nel numero delle aziende nel 2002 – 2003 che si è ripercossa anche
nella superficie biologica cosa che invece non si è prodotta nella Regione
Marche. Nel
panorama nazionale, nell’anno 2003, le Marche si situano al 9° posto per
numero di produttori dopo Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Emilia Romagna,
Piemonte, Lazio e Toscana. GLI
ORGANISMI DI CONTRO Due
dei 16 Organismi di controllo autorizzati ad operare in Italia hanno la sede
centrale nelle Marche: Istituto Mediterraneo di Certificazione s.r.l. a
Senigallia (AN) e Suolo e Salute s.r.l. a Fano (PU). Durante
le visite annuali in azienda l’ispettore dell’Organismo di Controllo, nel
caso di sospetto sulla corretta conduzione biologica, può prelevare campioni di
terreno o prodotto per sottoporlo ad una analisi per la ricerca di pesticidi o
diserbanti non ammessi. Le azioni di controllo sono indispensabili per ottenere
il marchio “agricoltura biologica – regime di controllo CEE” da
apporre in etichetta, necessario per la commercializzazione del prodotto
biologico. La
Stato e la Regione svolgono una azione di vigilanza sulle strutture autorizzate
al controllo e certificazione delle produzioni biologiche. TRASFORMAZIONE
E COMMERCIALIZZAZIONE La
Regione Marche ha visto nel 1981 e 1982 le prime iniziative di produzione e
trasformazione del prodotto principale marchigiano, i cereali, in pasta
biologica ad opera diretta dei produttori agricoli. Le
aziende di trasformazione e commercializzazione delle produzioni biologiche sono
attualmente 135 e coprono tutti i settori agroalimentari, dall’orto-frutta al
vino, dall’olio alla carne, con esportazioni anche all’estero e un fatturato
stimato di oltre 60 milioni di euro. Scendendo
nei particolari delle produzioni regionali, dopo una prima crescita delle
iniziative legate alla trasformazione del prodotto principe regionale, il grano
duro, si sta assistendo ad una fase di riflessione e ripensamento con la
tendenza ad evidenziare sempre più la provenienza della materia prima regionale
per cercare di contrastare la forte concorrenza del mercato globale. Contemporaneamente
le aziende biologiche stanno investendo nella ristrutturazione aziendale (il 25%
delle domande accolte nella Misura A del Piano di Sviluppo Rurale), nella
diversificazione delle produzioni, nell’offerta di ospitalità e di servizi
(agriturismo, fattorie didattiche) per accorciare sempre più la filiera
produttiva e arrivare direttamente al consumatore. LA
ZOOTECNIA Dal
1999, anno in cui è uscito il Regolamento sulla zootecnia biologica anche,
questo settore si è iniziato ad organizzare cercando di adeguare le proprie
produzioni alle rigide norme comunitarie. La
zootecnia biologica regionale, al 31 dicembre 2003, può contare su 160 aziende
di cui 70 con bovini principalmente da carne, 57 con pecore, 4 con capre, oltre
a 12 aziende che allevano suini e 17 aziende avicole per la produzione di carne
e uova. L’AGRITURISMO Le
Marche risultano al secondo posto (dopo la Toscana) tra le regioni italiane per
numero di agriturismi (41) nei quali si producono e si utilizzano cibi
biologici. ASSOCIAZIONISMO Sul
versante dell’associazionismo dei produttori biologici sono operativi nella
Regione tre associazioni: Terra Sana Marche con sede a Montefelcino (PU)
che associa mediamente 600 agricoltori, AMAB Marche con sede a Senigallia (AN)
con mediamente 500 agricoltori e l’Associazione per l’Agricoltura
Biodinamica con sede a Urbino che associa una decina di aziende biodinamiche. GLI
IMPEGNI DELLA REGIONE MARCHE
In
questo scenario dinamico e innovativo la Regione Marche ha svolto un ruolo di
primo piano, convogliandovi risorse proprie, nazionali e comunitarie,
incentivandone la coltivazione e promuovendone la conoscenza e il consumo.
Questi
obiettivi sono stati perseguiti con una serie di leggi regionali che si sono
susseguite dal 1990 con L.R. 57/90; 44/92; 76/97 e 4/02. Con
l’art. 2 della L.R. 76/97 è stata istituita con funzioni di consulenza per la
Giunta regionale la “Commissione per l’agricoltura biologica” che si
riunisce periodicamente. GLI
IMPEGNI EUROPEI E NAZIONALI L’espansione
dell’agricoltura biologica, con sicuri effetti positivi sull’ambiente e
sulla qualità dei prodotti, è diventato uno degli obiettivi prioritari che,
sia il Ministero che l’Unione Europea, stanno perseguendo con
l’aggiornamento della normativa di settore e con il “Piano di Azione
nazionale per l’Agricoltura biologica e i Prodotti biologici”, gestito
completamente a livello centrale e finanziato con 5 milioni di euro.
Tabella
1 : Consistenza dell’agricoltura biologica nella Regione Marche
Fonte: Regione MARCHE - Elenco regionale operatori biologici Tabella 2 : Consistenza dell’agricoltura biologica in Italia
ECONOMIA SOLIDALE
SANT'ELPIDIO (AP), SEMPRE PIU' BIO IN MENSA
(tratto da www.greenplanet.net)
SANT’ELPIDIO A MARE : Parte dal cibo l’educazione alla salute.
Questo il nuovo credo dell’amministrazione elpidiense che ha voluto inserire
nella dieta delle mense scolastiche della materna cittadina alimenti totalmente
biologici. «Dopo
una prima sperimentazione con pasta e uova, a settembre prossimo, d’accordo
con la commissione mensa, inseriremo anche olio d’oliva e latte e latticini»
ha commentato l’assessore ai servizi sociali Cristiana Tosoni.
«Si tratta di una scelta importante che dovrà portarci tra tre anni ad
arrivare ad una mensa interamente biologica per i cibi e da agricoltura
integrata per frutta e verdura. Non ci sarà alcun aumento nelle rette per la
mensa perché si tratta di un progetto che si avvale di contributi da parte
della stessa Regione Marche». Da
settembre uova e pasta biologiche nelle mense scolastiche Alimentazione
bilanciata fin da bambini: questo il perno attorno al quale si sta muovendo
l'amministrazione comunale sul fronte delle mense scolastiche. E
proprio a tal proposito l'assessore ai servizi sociali Cristiana Tosoni ha
comunicato un'attesa novità: da settembre saranno introdotte uova e pasta
biologiche nelle mense della scuola materna con l'obiettivo di aggiungere,
progressivamente, altri alimenti tanto da arrivare ad una mensa interamente
biologica nell'arco di un triennio. Già
dall'aprile scorso si è iniziato a camminare in questa direzione provvedendo,
grazie alla collaborazione delle insegnanti e dei genitori, a delle prove
meticolose: si sono verificate le reazioni dei bambini, valutato il loro
gradimento ed appuntato ogni risultato. Alla luce di ciò si sono poi prese le
decisioni. Dell'introduzione
di prodotti biologici si è detta soddisfatta anche la presidente della
commissione mensa sostenendo che una modifica in tale direzione si attendeva da
tempo. "Ci tengo a precisare - ha sottolineato l'assessore Tosoni - che non ci saranno incrementi di costo per le famiglie".
ECONOMIA SOLIDALE
Una esperienza cooperativa di valore mondiale (Gabriele Darpetti) VALORE DELL’ESPERIENZA Una delle caratteristiche degli italiani, e noi marchigiani non facciamo certo eccezione, è la poca predisposizione a girare il mondo per motivi culturali, ossia per conoscere altre esperienze e confrontarsi con esse. Sarà per la bassa percentuale di persone che parla l’inglese, sarà perché pensiamo di essere migliori di altri in molti campi, sarà per una pigrizia mentale che non ci consente di riconoscere le esperienze da cui c’è da imparare qualcosa, sarà per questo e per tante altre cose, ma sta di fatto che noi italiani ci muoviamo poco per ampliare le nostre conoscenze. Io non penso di essere da meno, ma ho avuto la rara fortuna di potermi aggregare ad un viaggio di studio per poter conoscere e visitare una delle esperienze cooperative più importanti del mondo: il gruppo cooperativo di Mondragon. Quando
dico che è una esperienza di valore mondiale, lo dico per due motivi: il primo
per la dimensione che ha raggiunto, oggi dà lavoro ad oltre 66.000 persone in
15 nazioni diverse in varie parti del Mondo, il secondo perché vi sono
delegazioni provenienti da tutti i Continenti che periodicamente vanno ad
incontrare e studiare questa singolare esperienza del movimento cooperativo. LA STORIA Per
meglio comprendere le caratteristiche del Gruppo Cooperativo di Mondragon (un
Paese vicino a Bilbao), è necessario partire dallo scenario sociale in cui esso
è nato. Alla
guerra civile spagnola (1936 –1940) seguì la lunga dittatura franchista, che
durò quasi 40 anni ed ebbe come caratteristica il ruolo interventista e
centrale dello stato in materia economica. Pertanto, nel momento in cui il
movimento cooperativo di Mondragon intraprese i primi passi, verso la metà
degli anni cinquanta, si avvertiva impellente l’esigenza di rinnovare il
tessuto imprenditoriale e di studiare nuove formule che dessero impulso e
stimolo ad un’economia chiusa e per nulla competitiva. In
questo contesto, giocò un ruolo fondamentale un sacerdote di nome Don Josè
Maria Arizmendiarrieta. Egli insegnò sociologia nella scuola di Mondragon e fu
proprio in quest’ambiente che si crearono le condizioni per uno scambio
personale molto proficuo che portò molti giovani ad aderire in modo entusiasta
ai futuri progetti nel campo della cooperazione. Agli
inizi si partì da zero quasi in tutto. Non si possedeva esperienza
imprenditoriale, non si conosceva il mercato né il livello della domanda, non
si avevano mezzi finanziari propri né impianti industriali. Si riponeva
soltanto molta fiducia in ciò che ci si accingeva ad intraprendere e si
desiderava mettere a disposizione degli altri il proprio impegno e la propria
capacità professionale. L’aspirazione di coloro che crearono le prime imprese
non era soltanto quella di dar vita a nuovi posti di lavoro o ad imprese
più moderne e meglio organizzate; in esse si sarebbero dovuti
instaurare rapporti più umani e solidali fra i lavoratori e il lavoro avrebbe
dovuto prevalere sul capitale, ribaltando lo schema tradizionale delle società
di capitali. Di
certo, le prime cooperative industriali sono state fondamentali in tutto il
processo di sviluppo del Gruppo Cooperativo di Mondragon. Inizialmente le
conoscenze tecniche erano alquanto scarse ed il divario tecnologico con i paesi
europei più avanzati risultava considerevole. In seguito, con la nascita di
Fagor elettrodomestici, iniziarono le prime ricerche di mercato per studiare e
valutare le possibilità di sviluppo del settore e conoscere, in modo più
approfondito, le esigenze del
mercato. Si intrapresero i primi viaggi all’estero per cercare di
creare relazioni con ditte straniere, soprattutto italiane e tedesche, al fine
di sviluppare una collaborazione tecnica. Per quanto concerne le ditte italiane
con le quali vennero in contatto i rappresentati del Gruppo, possiamo ricordare
la Ignis, la Zanussi, la Zoppas. L’incontro con tali ditte italiane ed altre
europee fu molto proficuo in quanti vennero stipulati contratti che consentivano
l’utilizzo di brevetti per la produzione di cucine a gas, frigoriferi,
lavatrici, scaldabagni ed altri elettrodomestici. La Fagor elettrodomestici si
caratterizzò come la cooperativa trainante che necessitava di notevoli
investimenti per la ricerca,
lo studio del mercato e la produzione su larga scala, ma fu anche quella
che favorì la creazione di nuove iniziative nell’ambito della cooperazione.
Successivamente, infatti, nasceranno dalle sue costole altre
cooperative, fra le più importanti: la Fagor Elettronica e la Fagor
Industriale. A partire dalla metà degli anni ’70, si iniziò ad avvertire
l’esigenza di consolidare la propria struttura puntando sulla ricerca, lo
sviluppo e l’innovazione. I QUATTRO PILASTRI Da
queste premesse sorsero, seppure in tempi diversi, le quattro istituzioni di
grande rilievo che hanno assicurato coesione e sviluppo, nonché lo
straordinario successo, al Gruppo Cooperativo di Mondragon: •
La Scuola Professionale, divenuta nel 1966 Scuola Politecnica, grazie al
sostegno delle cooperative, e che a partire dal 1968 fu autorizzata ad insegnare
Ingegneria Tecnica, apportando al cooperativismo la base umana imprescindibile
per il suo sviluppo. •
La Cassa dei Lavoratori, cooperativa di credito, creata dalle cooperative e già
esistente nel 1959 e che aveva, ed ha tuttora, come compito quello di
raccogliere le risorse del mercato del risparmio con le quali finanziare lo
sviluppo imprenditoriale cooperativo e favorire l’occupazione •
La Lagun-Aro, istituzione creata per garantire una protezione piena
nell’ambito della sicurezza sociale, tenendo conto delle specificità dei
lavoratori della cooperazione. •
La Ikerlan, come Centro di Ricerca Tecnologica, il cui sostegno insostituibile
allo sviluppo tecnologico è sempre più consistente e necessario. Solo
in questo modo, imprese cooperative che non avevano fra di esse alcuna
partecipazione economica che le collegasse e che favorisse lo sviluppo di
politiche comuni, si assicurarono quelle funzioni che consentiva di dar loro
coesione e specificità. Ma
vediamo meglio come questi quattro strumenti sono stati così importanti nello
sviluppo del Gruppo. LA SCUOLA PROFESSIONALE Va
sottolineata l’influenza decisiva che ebbe la Scuola nel progetto del gruppo
cooperativo di Mondragon: una formazione tecnica e professionale compatibile con
il progetto di creare un nuovo modello di imprese e tutto ciò in una cornice di
disciplina austera e senso etico profondamente vissuti. Man mano che le
cooperative crescevano e i suoi quadri direttivi si estendevano e divenivano più
complessi, i centri di insegnamento, collegati alle cooperative, si vedevano
obbligati ad evolversi. Lo stesso Arizmendiarrieta, nel frattempo, aveva intuito
la necessità di dar vita ad un’università nella zona, ma soltanto molti anni
più tardi si giunse alla costituzione della “Mondragon Unibertsitatea”.
Originariamente l’università di Mondragon era costituita dalla Scuola
Politecnica Superiore, dalla Facoltà di Scienza dell’Impresa e dalla Facoltà
di Scienze dell’Educazione. In seguito, si sono aggiunti, per potenziare il
valore di questo centro di insegnamento, i Centri di Ricerca Ikerlan e Ideko.
Tale complesso educativo si inseriva “nella filosofia della cooperazione, con
una finalità formativa e di sviluppo tecnico e culturale, attraverso lo studio,
la ricerca scientifica ed umanistica”. LA CASSA DEI LAVORATORI A
questo punto, occorreva risolvere il problema finanziario. Se in cima
all’esperienza cooperativa, Arizmendiarrieta aveva posto l’uomo formato ed
inserito nella vita comunitaria, poco tempo dopo aver creato la
prima impresa, si rese conto che l’altra risorsa indispensabile era il
risparmio. Egli definì molto bene negli statuti ciò che doveva essere la Cassa
dei Lavoratori: “Si
costituisce la Cassa Popolare dei Lavoratori per il servizio finanziario,
tecnico e sociale delle cooperative”. Per
“servizio tecnico” si intendeva l’appoggio professionale che ricevevano
dalla Cassa le cooperative, che si associavano ad essa; il “servizio
sociale” ambiva a creare una copertura specifica delle prestazioni sociali,
complementare al regime generale della Previdenza Sociale, ed il “servizio
finanziario” era attribuito alla Cassa come banca cooperativa e la sua
funzione era durevole ed essenziale. Lo sviluppo del servizio tecnico si
trasformò, dopo poco tempo, nella Divisione per le Imprese; mentre il servizio
sociale è stato assunto dalla Lagun-Aro: uno specifico Ente di Previdenza
Sociale. Dopo
alcuni anni lo sviluppo della Cassa dei Lavoratori si era ben consolidato. La
crescita delle sue risorse era stata sorprendente. Le cooperative e i suoi soci
avevano mantenuto forte il sostegno per un lungo periodo, ma si riteneva che
fosse giunto il momento in cui la Cassa iniziasse a progettare la sua tutela
finanziaria con maggiore vastità; tenendo conto anche del fatto che le
cooperative, come si è già detto, non potevano ricorrere al normale mercato
dei capitali: la borsa o altro tipo di investitore privato . E’
evidente che all’inizio, se non ci fossero state le cooperative di base come
il Gruppo Fagor, che avevano finanziato e dato avvio alla Cassa, questa non
avrebbe potuto sorgere. Però, è altrettanto vero che senza l’esistenza della
Cassa dei Lavoratori, strumento finanziario che Arizmendiarreta aveva concepito
e voluto, le cooperative nate durante il “decennio
d’oro”, quello degli anni sessanta, sarebbero scomparse, nella loro
stragrande maggioranza, nei decenni successivi. Al
giorno d’oggi, la Banca dei Lavoratori è un istituto di credito che opera
indistintamente con ogni tipo di cliente. Ha aperto più di 350 filiali ed ha
esteso il suo raggio d’azione a varie regioni della Spagna. Ciononostante
continua ad essere la “Banca
delle Cooperative”, con la funzione fondamentale di promuovere
l’occupazione nell’ambito del sistema cooperativo e favorire lo sviluppo del
benessere in un settore in cui il potere risiede nelle persone e non nell’azionariato.
ASSISTENZA E PREVIDENZA Anche
la Lagun-Aro, l’ente creato per offrire copertura assistenziale ai soci
delle cooperative, riveste un ruolo fondamentale per lo sviluppo della
promozione dell’intero sistema cooperativo. La prima fase istituzionale poneva
l’accento sul risparmio e sull’efficienza, elementi che lo stesso
Arizmendiarreta aveva sostenuto e valorizzato. Con il passare degli anni, il
sistema di previdenza sociale originariamente creato, ha avuto aggiustamenti; in
particolar modo il sistema delle prestazioni ha subito cambiamenti non
sostanziali, ma comunque importanti, adeguandosi all’evoluzione dello stato di
benessere, ai progressi della società e alle sue trasformazioni culturali. Il
sistema delle prestazioni erogate va distinto in prestazioni assistenziali e
prestazioni previdenziali. Attraverso
le prestazioni assistenziali, la Lagun-Aro, quale Ente di Previdenza Sociale
Volontaria, fornisce ai lavoratori delle cooperativa associate la copertura per
le loro spese socio-sanitarie e per quelle dei loro familiari a carico. Le
prestazioni più caratteristiche sono: l’assistenza sanitaria; l’incapacità
lavorativa temporanea; l’aiuto all’occupazione, quest’ultimo per il suo
speciale significato in relazione alla natura del lavoro cooperativo. Le
prestazioni previdenziali sono in pratica dei vitalizi: pensioni e pensioni di
reversibilità. IL CENTRO DI RICERCA Un
altro pilastro fondamentale nella storia del Gruppo è stato sicuramente
l’ente di ricerca Ikerlan. Quindici anni dopo l’avvio della prima impresa
cooperativa, l’esigenza della ricerca iniziò ad essere una
preoccupazione generalizzata all’interno del Gruppo Cooperativo di Mondragon.
Si era resa necessaria sotto vari punti di vista, ma soprattutto era
fondamentale per la commercializzazione dei propri prodotti con altri Paesi,
poiché risultava difficile esportare fintanto che si continuava a produrre con
brevetti altrui. Gli stessi dirigenti delle cooperative si resero conto che era
indispensabile progredire nella conoscenza delle tecnologie e svilupparle
sistematicamente per arrivare a produrre, al di là di un buon disegno, nuovi
modelli di elettrodomestici, utensili, componenti meccaniche ed elettroniche
innovatrici, arricchite con tecnologia propria. Attualmente,
la Ikerlan ha 29 imprese associate, di esse solo quattro non sono
cooperative. Nel frattempo, si sono accresciute le sue relazioni con le
istituzioni pubbliche; queste ultime sono infatti molto sensibili alla necessità
della ricerca e dell’innovazione all’interno delle imprese e, a tal fine,
stanziano fondi e concedono spesso sovvenzioni. Allo stesso modo,
sono aumentate considerevolmente le assunzioni di personale, si sono accresciuti
gl’investimenti e nei bilanci di previsione degli ultimi anni, si
prevede un aumento costante delle entrate. Per concludere, si può ricordare che
la Ikerlan si è costituita per garantire un’innovazione tecnologica continua
delle cooperative associate, affinché esse possano essere competitive con i
loro prodotti e soddisfare le richieste di un mercato sempre più esigente e
globalizzato. In questo modo, questo Centro di Ricerca ha dato impulso,
addestrato e fatto scuola in una disciplina, quella della ricerca, la cui natura
e la cui importanza sono state fondamentali per affinare i processi produttivi e
superare la dipendenza dall’esterno. LO SPIRITO DI MONDRAGON Le
finalità del Gruppo Cooperativo di Mondragon uniscono gli obiettivi di base di
un’organizzazione imprenditoriale che compete sui mercati internazionali, con
l’utilizzazione di metodi democratici nella sua organizzazione societaria, con
la creazione d’impiego, la promozione umana e professionale dei suoi
lavoratori e l’impegno allo sviluppo in armonia con l’ambiente sociale
circostante. Nonostante la sua attuale dimensione, e la complessità
organizzativa che essa comporta, il Gruppo Cooperativo di Mondragon ha saputo
mantenere fede ai valori fondamentali dell’esperienza cooperativa, ad
ulteriore dimostrazione che né la dimensione, né la vastità della sua
presenza territoriale possono ostacolare l’applicazione dei principi da cui
nasce la cooperazione. EVOLUZIONE Anche
oggi il Gruppo sta riflettendo quale sia la metodologia migliore per evolvere in
futuro, sapendo però che ci sono alcune caratteristiche fondamentali a cui dovrà
attenersi: -
qualsiasi progetto che verrà intrapreso nel futuro dovrà avere la
caratteristica di essere innovativo, ma anche realistico, cioé basato
sull’esperienza e sulla convinzione profonda che esso sarà coronato da
successo. -
gli studi del mercato/prodotto e i piani di fattibilità saranno imprescindibili
e costituiranno gli strumenti tecnici di aiuto per il raggiungimento del
successo che, se ben impiegati condurranno ad un buon risultato, ma in mano a
inesperti o a persone con capacità limitate, condurranno al fallimento. Il
Gruppo, pertanto, sa che non si può sorvolare su una questione fondamentale
alla quale debbono subordinarsi le altre: la necessità di rimanere creativo
dando vita ad altre attività, altre imprese ed altra occupazione. RIFERIMENTI Tutta l’evoluzione, e la situazione attuale, di questa particolare esperienza, è raccontata nel libro “L’esperienza Cooperativa di Mondragon” (disponibile presso la Bottega del Commercio Equo e Solidale di Chiaravalle). Nelle 160 pagine in cui si trattano nel dettaglio le caratteristiche fondamentali di questa particolare forma di cooperazione, si dà un particolare risalto alle metodologie adottate per promuovere le nuove imprese, vero punto di forza di questo movimento in tutta la sua storia ormai quasi cinquantenaria.
ECONOMIA SOLIDALE
Una legge per definire l'Impresa Sociale
(Gabriele Darpetti)
LA LEGGE Il
30 maggio scorso la Camera ha approvato definitivamente una Legge Delega al
Governo per definire quali devono essere le caratteristiche di una Impresa
Sociale in Italia. Questo testo di legge conclude un iter legislativo durato
circa tre anni ed iniziato nel 2002 da un progetto di legge popolare per la
quale erano state raccolte oltre 50 mila firme. Questa
tappa legislativa, che si concluderà solo quando il Governo emanerà i decreti
legislativi ad integrazione delle norme del codice civile, è comunque
fondamentale, perché oltre a fare chiarezza su alcune questioni, apre una
interessante prospettiva culturale. DEFINIZIONE DI IMPRESA SOCIALE Innanzitutto
vediamo come questa legge definisce l’impresa sociale: “si intendono come
imprese sociali le organizzazioni private senza scopo di lucro che esercitano in
via stabile e principale un’attività economica di produzione o di scambio di
beni o di servizi di utilità sociale diretta a realizzare finalità di
interesse generale.” CARATTERISTICHE DELL’IMPRESA SOCIALE Inoltre
vengono previsti i principi ed i criteri generali entro i quali questo tipo di
imprese verranno successivamente disciplinate. Innanzitutto
si esplicitano le forme organizzative che esse possono avere: organismi di
promozione sociale, associazioni, fondazioni, società, cooperative, enti
ecclesiastici. Poi
si precisano due importanti caratteristiche che debbono avere questi organismi: 1)
divieto
di ridistribuire utili, fondi e capitali in genere a soci, amministratori,
dipendenti e collaboratori per garantire il carattere non speculativo della
partecipazione all’attività dell’impresa. 2)
modalità
democratiche di gestione al loro interno e di trasparenza e di pubblicità dei
loro atti verso l’esterno. ASPETTI RILEVANTI DELLA LEGGE Tre
sono gli aspetti rilevanti, che meritano sicuramente un approfondimento, ma su
cui si possono già fare alcune considerazioni. 1. AMPLIAMENTO DEL CONCETTO D’IMPRESA Il
testo apre una prospettiva culturale nuova, riconoscendo la possibilità ad
alcune imprese private, che dovranno avere però determinate caratteristiche, di
perseguire finalità di interesse generale. Finora
solo alle cooperative sociali, con la Legge 381 del 1991, veniva riconosciuto
questo status. E solo tutte le altre tipologie di cooperative venivano
considerate società senza scopo di lucro, in quanto perseguivano la mutualità
fra i soci. Con
questa nuova legge si lancia quindi una sfida alla teoria economica, in quanto
si dichiara essere impresa anche quella che assume come obiettivo principale la
soddisfazione di interessi collettivi, e non solo quella dedita al profitto
economico. E’ sicuramente una piccola rivoluzione, che non mancherà di
disorientare illustri accademici, e che consentirà di cambiare, anche se molto
lentamente, ciò che oggi si insegna nelle scuole e nelle Università. D’altro
canto è una legge dello Stato, approvata a larga maggioranza, che nessuno potrà
eludere. Inoltre
la Legge è stata approvata in una fase di sviluppo economico in cui la domanda
di servizi di interesse collettivo è crescente, servizi che lo Stato fatica a
soddisfare, e che le imprese private tradizionali considerano poco remunerative.
Pertanto è probabile che ci sia un consistente spazio di crescita per le
Imprese Sociali, con servizi che vengono offerti direttamente alle persone, e
quindi al di fuori dalla tradizionale dipendenza che le organizzazioni non
profit e le cooperative sociali hanno avuto dagli Enti Pubblici, che erano per
la maggior parte dei casi i loro principali committenti di beni o servizi. Questa
prospettiva alimenterà il concetto che i servizi di utilità sociale, non
necessariamente devono essere erogati dal pubblico, riportando il dibattito
sull’applicazione dei principi e dei metodi della sussidiarietà orizzontale. 2. L’IMPRESA SOCIALE COME TERZO POLO L’impresa
sociale viene a costituire una terza tipologia di soggetto, ad azione economica
distinta sia dall’impresa speculativa che dallo Stato.
Infatti il punto 4 del comma a) dell’art. 1 prevede esplicitamente
“l’impossibilità che soggetti pubblici, o imprese private con finalità
lucrative, possano detenere il controllo” delle Imprese Sociali. Quindi
il testo, oltre a garantire da infiltrazioni da parte di imprese speculative,
esclude definitivamente anche il controllo pubblico, disincentivando quelle
amministrazioni che, prese dalla tentazione di dare vita a una sorta di
neostatalismo, costituiscono, ad esempio, fondazioni interamente pubbliche per
la gestione dei servizi sociali (è il caso del Comune di Fano). 3. APERTURA DI NUOVE PROSPETTIVE Con
l’introduzione di questa nuova tipologia d’impresa ci sarà un nuovo impulso
al Terzo Settore. Infatti,
come osserva Carlo Borzaga dell’Issan di Trento, “con questa legge le
organizzazioni del terzo settore saranno costrette a fare una scelta netta: o
diventano imprese o fanno altro, con tutte le conseguenze che ne derivano. Le
associazioni, ad esempio, potranno sì svolgere una attività imprenditoriale,
ma a condizione che rispettino gli stessi obblighi di natura organizzativa,
amministrativa e fiscale imposti alle imprese. Questo aut-aut farà chiarezza e
costringerà quelle organizzazioni che oggi hanno un ruolo ambiguo a scegliere
da che parte stare”. Questa
chiarezza darà un nuovo ruolo ed una nuova visibilità al Terzo Settore.
Finora, infatti, io stesso ho dovuto in più di un caso spiegare la profonda
differenza tra una cooperativa sociale ed una associazione di volontariato. La
confusione che fino ad oggi si era creata ha portato molta parte della gente
comune, notoriamente poco informata di certi meccanismi, a diffidare o comunque
a non affidarsi ai soggetti del terzo settore, danneggiandone profondamente
l’immagine esterna, e conseguentemente il suo peso sociale nei confronti delle
Istituzioni. Ora si apre una nuova prospettiva di sviluppo, in cui tutte le
componenti del Terzo settore, sono chiamate in maniera armonica a fare la loro
parte, ma con l’obiettivo di una crescita culturale, organizzativa e civile di
una area che potrà dare nuova occupazione per i giovani, e potrà essere una
occupazione che soddisfa anche le aspettative di giustizia ed equità che tutti
noi vogliamo fortemente riaffermare. CONCLUSIONE Certamente
in fase di stesura dei decreti legislativi ci potranno essere ancora modifiche o
“sterzate” verso questo o quella teoria o verso determinati gruppi di
interesse, ma ormai i binari sembrano saldamente tracciati ed i margini di
movimento sono sicuramente ridotti. Non resta ora che attendere, e promuoverne,
la sua prossima applicazione. Così che i cambiamenti sopra accennati divengano
effettivi e ci sia un soggetto in più per chi vuol cimentarsi nella costruzione
di un’altra economia.
ECONOMIA SOLIDALE
Appello per la NON PRIVATIZZAZIONE del servizio idrico
(Gabriele Darpetti)
Le
associazioni e gli esponenti politici firmatari il presente documento: Giudicano
negativamente le modalità del processo di fusione in corso nella provincia di
Pesaro e Urbino tra le tre multiutility locali (Aspes Multiservizi, Aset, Megas)
perchè con tale operazione viene esteso a tutta la provincia il processo di
privatizzazione dei servizi pubblici locali iniziato nel comprensorio di Pesaro
(quota di azionisti privati in Aspes Multiservizi attualmente pari al 65%);
processo di privatizzazione ora rimesso in discussione da alcuni partiti. Ritengono
infatti che il servizio idrico integrato debba rimanere di proprietà e gestione
pubblica. Prendono
atto che sia la normativa europea (Risoluzione del Parlamento Europeo COM
270-2003) che quella italiana (Circolare del Ministro Matteoli del 6.12.2004)
consentono agli enti locali la gestione diretta del servizio idrico integrato
con la modalità “in
house” svolto da una società di gestione a capitale interamente
pubblico. Ritengono
inoltre che ci sia un generale sentire nella comunità locale sul valore
dell’acqua come bene pubblico da salvaguardare e in quanto tale da non
considerarsi come una merce. Per
questo motivo si propongono di raggiungere la più ampia convergenza possibile
di forze politiche, associazioni, cittadini per la pubblicizzazione del servizio
idrico integrato in capo ad una società provinciale. Primi
firmatari: Partiti
e Movimenti Politici: Bene Comune (Fano); Governo Civico (PU); Rifondazione
Comunista (PU); Verdi (PU); Sinistra Unita
(Fano); Italia dei Valori (PU); Associazioni
ambientaliste Accadueò (PU), Lupus in Fabula (PU), WWF (Marche), Associazione
Naturalistica Argonauta (Fano), Federnatura Marche, Coordinamento Marche -
Federazione Nazionale pro-Natura, Comitato per il Parco e contro il
potenziamento dell’aeroporto (Fano), Associazione Tutela Ambiente (Apecchio),
Associazione Culturale Memoria (Mombaroccio),
Associazioni Sociali e Culturali: Mondo Solidale, Chiama L’Africa, Rete Lilliput, Italia Nostra, Movimento Italiano di Riconciliazione, Associazioni Culturale “Terra di Nessuno” (Fano), Banca del Gratuito (Fano),
Di seguito, riportiamo alcune associazioni che a livello nazionale hanno promosso iniziative a sostegno dell’acqua come bene comune dell’umanità: Altreconomia, Antigone, Arci, Arci Servizio Civile, Associazione Ambiente e Lavoro, Associazione Finanza Etica, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Attac Italia, Beati Costruttori di Pace, Campagna per la riforma della Banca Mondiale, CIPSI, Cittadinanzattiva, Commercio equo solidale, Cnca, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’acqua, Cocis, Consorzio Italiano di solidarietà, Cooperativa “Roba dell’altro mondo”, CTM-Altromercato, Donne in nero, Emergency, Emmaus Italia, Fondazione Responsabilità Etica, GESCO, Gruppo O. Romero - SICSAL Italia, Legambiente, Lila, Lunaria, Mani Tese, Medici Senza Frontiere, Microfinanza, Pax Christi, Tavolo della Pace, Terre des Hommes, Uisp, Un ponte per …, Unione degli studenti, Unione degli Universitari
[ritorna al menù]
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ENERGIA & AMBIENTE
RISPARMIO ENERGETICO ED ENERGIE ALTERNATIVE (PARTE TERZA)
Torniamo
ad occuparci di energia e continuiamo a raccontare quali “comportamenti
solidali” ognuno di noi può compiere senza particolare impegno per ridurre il
proprio impatto sull’ambiente e la società. Illuminazione In
Italia si consumano ogni anno 7 miliardi di Kwh per l'illuminazione domestica
che rappresentano il 13,5% del consumo elettrico nel settore residenziale. Per
produrre questa elettricità si emettono in atmosfera 5.600 milioni di
tonnellate di CO2. Una famiglia media consuma circa 65-70 Kwh a bimestre per
l'illuminazione, l'8-10% della bolletta. Per
migliorare l'illuminazione si può partire dalla disposizione dei mobili e dalla
destinazione dei locali. Più le pareti sono chiare più riflettono la luce.
Altra regola generale è che è meglio avere più fonti di luce localizzate
piuttosto che grossi lampadari centrali. Un
risparmio energetico ed economico considerevole si può ottenere semplicemente
cambiando le lampadine. Questo tipo di intervento potrebbe produrre in Italia un
risparmio di circa 5 miliardi di Kwh, cioè il 20% dei consumi per
illuminazione. Per
scegliere la lampadina non ci si può limitare a considerare il costo, questo va
messo in rapporto con l’efficienza energetica, la durata e la qualità della
luce. Sulla base di queste valutazioni le lampadine migliori sono quelle
fluorescenti: producono una qualità di luce equivalente a quella di una lampada
ad incandescenza, hanno un costo più elevato, ma una durata circa dieci volte
superiore ed un'alta efficienza energetica che consente di ammortizzarne il
costo dopo circa 1000 ore d'uso (meno di un anno). Si vendono sia in
versione tubolare che compatta. La loro durata si riduce se vengono spente e
accese di frequente (sopra le 10 volte al giorno), quindi il loro uso è
sconsigliato in locali usati per breve tempo (bagno, sgabuzzini...). Consentono
di ridurre i consumi energetici di circa il 70%. Ad esempio, una di queste
lampade a 20Watt produce la stessa quantità di luce di una lampada ad
incandescenza da 100 watt. La durata è di circa 10000 ore Elettrodomestici Le
famiglie italiane consumano con gli elettrodomestici oltre 16 miliardi di kwh
emettendo 18,5 milioni di tonnellate di CO2. Alcuni
elettrodomestici sono davvero inutili, si comprano e si utilizzano 3 o 4 volte
all'anno per fare un lavoro che manualmente richiederebbe pochi minuti in più.
Altre volte si comprano elettrodomestici sovradimensionati rispetto alle
proprie esigenze: frigoriferi più grandi del necessario, apparecchi con
funzioni che non useremo mai... I produttori, da parte loro, mettono in
commercio apparecchi sempre meno “durevoli” e difficilmente riparabili. Quando
si sceglie un elettrodomestico è meglio prendersi un po' di tempo,
documentarsi, magari spendere un po' di più e portare a casa un bene che ci
soddisferà nel tempo facendoci risparmiare sul lungo periodo. Diversi
elettrodomestici sono dotati di “etichetta energetica” che li classifica in
base ai consumi. Quelli di classe A sono i più efficienti.
Nella
scelta teniamo anche presente che un elettrodomestico proveniente da paesi di
nuova industrializzazione (sud est asiatico, Europa dell'est...) ha buone
probabilità di essere stato prodotto attraverso lo sfruttamento della
manodopera.
Frigorifero Il
frigorifero, per evitare sprechi, va scelto della dimensione giusta. Di norma le
proporzioni sono 100-150 litri per 1 persona, 220-280 litri per 2-4 persone, 300
litri per 4 o più persone. Poi va fatta attenzione al tipo di gas usato come
refrigerante. I CFC, dannosi per l'ozono, sono stati vietati dalla legge, ma
spesso sono sostituiti dagli HCFC, anche questi dannosi per l'ozono, oppure
dagli HCF che provocano l'effetto serra. Alcune marche hanno iniziato a produrre
frigoriferi che sostituiscono questi tre gas dannosi con idrocarburi innocui
come propano e butano. Proprio per i gas che contengono e che potrebbero essere
dispersi nell’ambente, i frigoriferi da buttare vanno consegnati in
raccoglitori appositi. Con alcuni accorgimenti si può migliorare l’efficienza
del frigorifero: va collocato ad almeno 10 cm dal muro, per evitare il
surriscaldamento, in una zona fresca della cucina, lontano da fornelli,
termosifoni e finestre. Il termostato va regolato su posizioni intermedie, così
che la temperatura stia tra 0 e 5 gradi. Il cibo va tenuto lontano dalle pareti
interne del frigo, evitando di introdurre cibi ancora caldi. Lo sportello va
tenuto aperto il meno possibile. E’ utile anche controllare lo stato delle
guarnizioni dello sportello, pulire il condensatore e la serpentina sul retro e
rimuovere periodicamente il ghiaccio. Lavatrice La
lavatrice è responsabile di circa un quarto del consumo elettrico domestico. Si
possono ridurre i consumi allacciandola all'impianto dell'acqua calda dato che
scaldare acqua con gas o gasolio è più economico ed ecologico che farlo con
l'elettricità. Un decalcificatore magnetico all’ingresso dell’acqua
scioglie il calcare permettendo di lavare a temperature più basse e di ridurre
il consumo di detersivo. Temperature
troppo alte consumano più elettricità, più acqua e più detersivo oltre a
logorare i tessuti. La lavatrice va usata solo a pieno carico o selezionando il
programma per il mezzo carico. La soluzione ideale sarebbe realizzare lavanderie
comunitarie: nei paesi scandinavi tutti i palazzi ne sono dotati. Alcune grandi
lavatrici sono più efficienti ed hanno costi di gestione più bassi rispetto a
molte lavatrici piccole. Lavastoviglie Una
lavastoviglie, in un ciclo di lavaggio a 65°, consuma in media 1,5 – 2kwh e
20-30g di detersivo. Sarebbe bene interrogarsi sull'effettiva necessità di
questo apparecchio. Anche qui le regole sono allacciarla all'impianto dell'acqua
calda e usarla a pieno carico. Forno Piastre
e forni elettrici sarebbero da evitare perché molto meno efficienti di quelli a
gas. E bene usare tegami più larghi degli anelli di cottura per limitare la
dispersione di calore. L'uso del coperchio permette di risparmiare energia e
tanto più la pentola a pressione che riduce i tempi di cottura conservando
anche la maggior parte delle sostanze nutritive. I
forni a microonde, oltre a divorare elettricità, sono conseguenza di uno stile
di vita frettoloso, spesso usati per cibi precotti, con una grave perdita di
qualità dell'alimentazione. Gli
“inutensili” La
friggitrice è un tipico elettrodomestico che resta inutilizzato per lungo tempo
perché dopo il primo uso ci si rende conto che il tempo e la fatica necessari a
usarla, lavarla e riporla rende molto più efficiente l'uso della vecchia
padella. Il consiglio migliore che si possa dare in merito è di non comprarla. Accanto
alla friggitrice, nel mobile degli elettrodomestici superflui, sonnecchiano vari
altri aggeggi come frullatori, gelatiere, vaporiere, coltelli e affettatrici
elettrici e altro ancora. Stop
allo STAND BY Certi
elettrodomestici consumano energia anche da spenti, con la funzione “stand by”[1].
Ad esempio TV, videoregistratore, radio, segreterie telefoniche. Negli Stati
Uniti uno studio ha dimostrato che in media gli elettrodomestici “spenti”
consumano 450 Kwh all'anno per casa. Questo spreco si può evitare spegnendo
l'elettrodomestico completamente anziché con lo “stand by”, oppure
staccando la spina. Un lettore di CD consuma 15 watt in funzione e 11 in
stand-by; un'antenna satellitare 22 watt quando si guarda la tv e 14 con il
sistema a riposo ENERGIE
ALTERNATIVE Nello
scorso numero abbiamo iniziato a parlare di energie alternative presentando i
pannelli solari termici. L’apporto
delle fonti alternative in Italia resta una frazione insignificante, mentre a
livello globale comincia a muoversi qualcosa: la produzione mondiale di energia
alternativa è cresciuta del 16,4%; il comparto eolico fattura 5 miliardi di
dollari e cresce al ritmo del 40% annuo; la superficie di pannelli solari è più
che decuplicata in dieci anni. Energia
solare fotovoltaica L’energia
solare fotovoltaica è energia elettrica prodotta attraverso pannelli che
convertono l’energia solare. Questa
tecnologia è vantaggiosa per zone isolate o per l'illuminazione stradale. Per
gli altri usi ha bisogno di essere ancora perfezionata, ma i costi sul mercato
negli ultimi anni sono notevolmente scesi. Nelle
condizioni di soleggiamento del centro-sud Italia un pannello di un metro quadro
può produrre oltre 180 kwh all'anno, cioè il consumo mensile di una famiglia
di due o tre persone. Attualmente il costo di un impianto fotovoltaico è tra i
5000 e i 7000 euro per KW. Si prevede che il costo dell’energia fotovoltaica
possa diventare competitivo entro il 2010. Nel frattempo è possibile accedere a
finanziamenti pubblici per abbattere i costi. Nel
2002 la potenza totale installata era di circa 1.620 MW (540 MW aggiuntivi
rispetto al 2001), contro i poco più di 100 MW del 1992. Dal 1990 al 1996 il
tasso annuo di crescita della capacità installata a livello mondiale è stato
in media del 20% e negli anni successivi ha raggiunto incrementi del 35%. Oltre
il 60% delle nuove installazioni si sono registrate in Giappone e Germania che
attualmente coprono oltre il 50% del mercato mondiale. Energia
eolica Il
mulino è usato dall'antichità per produrre energia meccanica. All'inizio di
questo secolo (QUALE SECOLO?) in Danimarca è stata applicata una dinamo ad un
mulino ottenendo elettricità. Oggi la Danimarca soddisfa il 10% delle sue
esigenze energetiche con questo sistema ed in generale l’energia eolica è la
sorgente energetica con il maggior tasso di crescita a livello mondiale ed è
del tutto competitiva con le fonti fossili tradizionali. Ci
sono circa 55.000 turbine installate nel mondo. L’industria eolica impiega
circa 70.000 persone, ha un bilancio di oltre 5 miliardi di dollari e cresce con
un tasso annuo di circa il 40%. Oltre 40 milioni di persone vedono i propri
fabbisogni di energia elettrica soddisfatti da questa fonte. Potenzialmente
potrebbe coprire l’intero fabbisogno di elettricità dell’Europa. Gli
impianti, pur avendo un impatto di gran lunga inferiori a quelli delle centrali
a combustibile, presentano un non trascurabile impatto sull’avifauna ed un
impatto paesaggistico che può mal conciliarsi con alcuni scenari della nostra
penisola, oltre ad un impatto diretto sul suolo, limitato all’ancoraggio delle
torri e alle strutture di servizio (cabine, strade, elettrodotti). Biomasse Per
biomassa si intende qualunque combustibile che ha provenienza organica (escluso
petrolio e derivati), che sia solido, liquido o gassoso. Tipico è il legno, che
ha riscaldato le nostre case fino a pochi decenni fa. E' una risorsa rinnovabile
e rispettosa dell'ambente se risponde ad alcuni criteri base: proviene da boschi
cedui a taglio controllato, non troppo lontano dall'impiego: è fondamentale che
le biomasse bruciate siano rimpiazzate da nuovi alberi. In Svezia e Norvegia si
piantano 100 alberi ogni albero tagliato, perché si tiene conto anche dei tempi
di crescita, quindi, per rimpiazzare un albero adulto servono almeno 100
piantine. A
livello europeo si stima un potenziale capace di coprire il 20% del fabbisogno
energetico. Una
stufa a legna può contemporaneamente soddisfare le esigenze di riscaldamento,
di produzione di acqua calda e da piano di cottura. Con un sistema ad acqua può
riscaldare anche altre stanze. Un impianto di questo tipo potrebbe essere
accoppiato ad uno comune a gas, così da avere anche acqua calda istantanea e
nelle stagioni in cui la stufa è spenta. Il consumo di una stufa è circa 2,5
kg di legna all'ora.
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STILI DI VITA
Gruppi di Acquisto Solidale e Negozi di alimenti naturali
(Loris Asoli)
VANTAGGI RECIPROCI Si
potrebbe pensare che la nascita e lo sviluppo dei Gruppi di Acquisto Solidale
(GAS) vada a svantaggio dei negozi di alimenti naturali. Niente di più
sbagliato! Lo
spirito dei GAS non è solo quello di approvvigionarsi di prodotti di qualità a
prezzi vantaggiosi, ma è anche quello di diffondere la sensibilità e la
cultura verso i prodotti biologici e naturali, favorevoli alla salute e alla
tutela dell’ambiente. Essi sono in grado, nei singoli territori,
potenziando i circuiti dell’amicizia e delle conoscenze, di coinvolgere
persone nuove verso la cultura del produrre bene e consumare bene, la cultura
del Consumo critico e consapevole, unita all’aspirazione verso una società
migliore. Essi sono dunque, insieme alle Reti di Economia Solidale,
il vero nuovo motore per un rinnovato sviluppo del biologico, del naturale e
dell’equo e solidale. Questa
potenziata mentalità ecologica e di autogestione della salute e della propria
vita non può che portare nuovi clienti anche ai negozi di alimenti naturali,
che hanno comunque un’infinità di prodotti interessanti che i GAS non
reperiscono direttamente presso i produttori. Gestori attenti dei negozi
avranno quindi un rapporto positivo con i GAS e saranno in grado di offrire
molti prodotti, consigli e cultura ai singoli componenti dei GAS. ALCUNI ESEMPI Una
conferma di questo si può portare attraverso alcuni esempi presi dalla nostra
regione. Gabriele Squaiella, iridologo, gestore del negozio di
alimenti naturali “MANGIARSANO” di Civitanova Marche, contemporaneamente
favorisce anche lo sviluppo dei GAS ed ha con essi un ottimo rapporto. Mauro
Maggini, cogestore del negozio di alimenti naturali “IL PICCHIO VERDE” di
Recanati, contemporaneamente collabora con la bottega di Mondo Solidale di
Recanati e insieme collaborano con il nuovo Gruppo di Acquisto Solidale di
Loreto-Recanati-Porto Recanati. Ad Ancona, il negozio di prodotti biologici
condiviso "IL PELLICANO" è anche sede del Gruppo di Acquisto Solidale
di Ancona e del Circolo Eco & Bio dove si possono acquistare anche i
prodotti della bottega di Mondo Solidale. IL CONSUMO CRITICO GLOBALE Ma
un altro aspetto va osservato per comprendere il valore dei GAS. Se è
vero che i negozi hanno molti prodotti che i GAS non acquisiscono direttamente,
è vero anche il contrario e cioè che essi sono interessati anche ad un’altra
serie di prodotti e servizi che non sono trattati dai negozi. Basti
pensare alla telefonia etica, al software libero, al turismo responsabile, agli
spettacoli, alla cultura, alla gestione della salute, ai servizi alla persona,
alla didattica alternativa e così via. In teoria ogni settore di prodotti
e servizi, nessuno escluso, è di interesse dei Gruppi di Acquisto Solidale, che
quindi hanno comunque un loro valore, al di là del campo di prodotti trattati
dai negozi di alimenti naturali. La
messa in comune di conoscenze, capacità, esperienze, risorse, per acquisire
maggiore consapevolezza e capacità di azione, è uno dei motori di entusiasmo
dei GAS. Un altro è il crearsi di nuove amicizie e sinergie con effetti
positivi sia sulla vita individuale che su quella sociale del territorio
interessato. I NEGOZI DI ACQUISTO SOLIDALE Un
ulteriore aspetto da mettere in evidenza, nel trattare questo tema, è la
nascita di un nuovo tipo di esperienza, che fonde insieme quella dei negozi di
alimenti naturali con quella dei Gruppi di Acquisto Solidale, ed è
rappresentata dai “Negozi di Acquisto Solidale”. In questo tipo di iniziativa, che ha ancora pochi
esempi realizzati, i negozianti ed i consumatori si alleano strettamente e sono
i consumatori che fanno nascere un negozio o un “circolo” in cui essi stessi
possono essere coprotagonisti nella gestione, nel scegliere prodotti e
produttori e nel decidere i prezzi tramite la trasparenza dei bilanci.
In questa direzione si può andare sia attraverso una scelta consapevole
dei negozi che dei Gruppi di Acquisto Solidale, oppure attraverso iniziative
originali. Nella nostra regione un esempio in questa direzione è
rappresentato dall’esperienza de “IL PELLICANO” di Ancona, promosso dai
consumatori e da persone con competenze acquisite nel settore e interessate a
farsi animatori di questo tipo di gestione.
Questa esperienza potrebbe estendersi anche ai produttori, nel senso che
potrebbero nascere negozi con gestione compartecipata fra gestori, consumatori e
fornitori dei prodotti. lo spirito
della nuova era è quello di mettere in unità e in sinergia figure che fino ad
ora abitualmente sono state su fronti opposti della barricata poiché finalmente
si comprende che l’interesse di ognuno è l’interesse di tutti e che tutti
siamo uniti da fili visibili e invisibili. I CENTRI DELL’ECONOMIA SOLIDALE Infine,
per concludere, mettiamo in evidenza un ultimo aspetto.
Abbiamo già visto che i settori di interesse dei Gas e dei consumatori
critici sono molteplici. Una risposta a questa esigenza sta incominciando a venire non
solo da questi gruppi, ma anche dal nascere di “centri dell’economia
solidale” o “città dell’economia solidale”.
Uno ne è nato a Milano (Otro
Modo), un altro, di notevoli dimensioni, sta nascendo a Roma, con la
collaborazione del comune, un altro
è promosso a Cesena da Macro Edizioni e se ne incomincia a parlare anche nella
nostra regione per la città di Fano. Sicuramente
saranno presenti anche vari altri esempi di cui non sono a conoscenza.
Anche per queste esperienze è auspicabile la piena collaborazione fra i
produttori, i commercianti, i consumatori e i finanziatori interessati alla
nascita di una nuova e solidale forma di economia.
Per la nostra salute
Tecniche psico-corporee: il rebirthing (Patrizia Mercuri)
Definizione Rebirthing
significa rinascita e il cammino che questa tecnica propone per favorire il
rinascere o il ricominciare presenta due aspetti principali: il lavoro sulla
respirazione e quello sulla consapevolezza (educazione del pensiero). La storia Il
rebirthing nasce nei primi anni ’70 in California a cura di un gruppo di
persone, che dopo varie vicissitudini personali si ritrovano a vivere tutti
insieme in una grande casa, dove ognuno sperimenta gli effetti di una
particolare forma di respirazione, scoprendo da subito la sua grande potenzialità
per sciogliere blocchi e tensioni accumulate nel corpo e nella psiche a partire
dalla primissima infanzia. Oltre a questo lavoro con la respirazione, queste
persone praticano delle tecniche di purificazione sia fisiche, con dei digiuni,
che mentali, con l’uso delle affermazioni e del pensiero creativo. Nei
primi tempi, il rebirthing veniva praticato esclusivamente in acqua, perché i
pionieri pensavano che fosse l’abbinamento della respirazione con questo
elemento a permettere alle memorie negative di riaffiorare dall’inconscio per
essere affrontate e lasciate andare. Fu soltanto in una fase successiva che
scoprirono che la respirazione da sola era sufficiente e iniziò così l’era
di una maggiore diffusione del rebirthing. Che cos’è il rebirthing? È
un metodo moderno e olistico per crescere e migliorarsi, per riconoscere i
propri schemi mentali e comportamenti ripetitivi e limitanti. Offre gli
strumenti necessari per riconoscere e sbloccare questi funzionamenti, e
utilizza una tecnica respiratoria dalle caratteristiche ben precise. Il potere del respiro La
respirazione ha un ruolo indispensabile per il nostro benessere, non tanto come
mezzo con cui immettiamo l’ossigeno che ci permette di effettuare tutto il
lavoro del corpo, quanto come strumento di eliminazione delle scorie. Queste
vengono eliminate per circa un 30% tramite la defecazione, la minzione e la
sudorazione, mentre l’evacuazione del restante 70% è opera della
respirazione. Eppure, delle ricerche mediche hanno messo in evidenza che la maggior parte delle persone non respira la maggior parte del tempo! Tende invece a fare brevi inspirazioni affannose e a trattenere il fiato prima di una lunga espirazione. Fanno
una pausa più o meno lunga prima di riprendere una breve inspirazione. Fortunatamente
però, è sempre possibile controllare e modificare, almeno parzialmente, il
respiro. La
respirazione del rebirthing è detta consapevole e circolare, perché non ha
pause tra l’inspirazione e l’espirazione. Si inspira a fondo, facendo
particolare attenzione a portare l’aria nella parte alta del petto, nello
spazio polmonare che di solito non viene usato, e poi, immediatamente, si espira
senza forzare, spingere o cercare di controllare il flusso d’aria.
L’espirazione deve essere spontanea e breve: si tratta infatti di lasciar
andare solo il respiro, visto che non viene più mantenuta la tensione nei
muscoli intercostali che sollevano la gabbia toracica o nel diaframma che viene
tirato giù. Mentre questi muscoli si afflosciano, il petto butta fuori
l’espirazione, aiutato in questo anche dalla forza di gravità, dato che la
sessione di respirazione si pratica, nella maggior parte dei casi, distesi
per terra (è possibile respirare anche in acqua o, in casi particolari,
seduti). Un
simile schema respiratorio non vuol dire affatto iperventilare. È semplicemente
un metodo che permette all’individuo di respirare per tutto il tempo e non
solo di tanto in tanto. Apre uno spazio polmonare prima inutilizzato e per
questo può essere piuttosto soprannominato “superventilazione”, ma siccome
l’espirazione non viene né forzata, né prolungata, non c’è l’eccessivo
scarico di anidride carbonica che provoca la sindrome di iperventilazione. Respirando
continuamente per più o meno un’ora, scivoliamo dentro uno stato di coscienza
alterato, dove il tempo lineare non ha più il controllo, dove il passato e
presente si sovrappongono permettendo il recupero di immagini, pensieri o
emozioni legati all’infanzia o alla nascita. Continuando a respirare, questi
vissuti tendono a dissolversi e a perdere la loro carica psicologica. Il
meccanismo che permette al respiro di aprire la coscienza del qui e ora ai
vecchi imprinting non è stato ancora compreso, ma si è notato che la
respirazione circolare del rebirthing riproduce nel cervello condizioni simili a
quelle della gestazione, quando lo scambio placentare ci assicurava
l’approvvigionamento continuo di ossigeno e la rimozione rapida e costante
delle scorie, con un ritmo, appunto, circolare! Ora
potreste anche chiedervi a cosa serve respirare in modo circolare per circa
un’ora e recuperare del vecchio materiale? A
questa domanda, personalmente, non ho una risposta precisa da dare, ma in oltre
dieci anni di esperienza professionale con il rebirthing, mi sono accorta che il
nostro benessere e il nostro vivere bene sono collegati alla nostra capacità di
“respirare” la vita, ossia di prendere e lasciare gli eventi che ci toccano,
senza resistere loro o senza particolari attaccamenti. Più respiriamo
fluidamente, più energia abbiamo a disposizione e più riusciamo ad affrontare
e superare qualsiasi cosa. Quando attraversiamo periodi particolarmente
difficili e pieni di tensioni, respiriamo meno e più superficialmente e non
consentiamo alla nostra energia vitale di circolare liberamente in tutto il
nostro essere, creando così un circolo vizioso che tende a bloccare il respiro.
Dal primo respiro che abbiamo preso con i nostri polmoni, ossia quando siamo nati, tutto quello che abbiamo vissuto, positivo o negativo, ha lasciato un segno dentro di noi, così come il modo in cui siamo stati concepiti, portati in grembo e venuti al mondo. Lo scenario della nascita (concepimento, vita intrauterina e parto) può condizionare il nostro comportamento ancora oggi. Questo tema meriterebbe di essere approfondito, con un secondo articolo. Vediamo però soltanto un paio di esempi: ·
A volte, i genitori desiderano intensamente avere un maschio o una femmina, ma
il piccolo o la piccola nasce di “sesso opposto”. Gli individui che hanno
vissuto questa situazione, hanno spesso difficoltà a sentirsi accettati per
quello che sono. Temono di deludere o essere delusi. Hanno vissuto una pubertà
difficile. ·
Può capitare che alla donna che sta per partorire, proprio nella fase
dell’espulsione, vengano fatte incrociare le gambe per “trattenere” il
piccolo o la piccola (magari perché il medico non è ancora arrivato…). Le
persone nate in questo modo tenderanno a provare il bisogno di infrangere “un
muro di resistenza” senza riuscirci. Attendono spesso che gli eventi si
facciano minacciosi prima di agire. Si sentono trattenuti dal partner e pensano
“non posso ottenere ciò che voglio quando voglio”. Il potere del pensiero Il
secondo pilastro del rebirthing è il lavoro sul pensiero, con una attenzione
particolare all’attività della nostra mente inconscia, ossia a quello che
pensiamo dentro di noi, ma di cui non siamo consapevoli. In questa zona
infatti, vanno a finire i riferimenti alle esperienze vissute e catalogate come
spiacevoli, esperienze che ci hanno disturbato in quanto fonti di dispiacere,
dolore, frustrazione, rabbia, infelicità, tristezza. Preferiamo reprimere
questi pensieri e renderli inaccessibili alla nostra coscienza perché siamo
convinti che così facendo ci liberiamo anche delle sollecitazioni negative che
essi producono. In
realtà, tutto quello che è represso è costantemente alimentato da enormi
quantità di energie e per questo può continuare la sua attività disturbante
anche se in modo non cosciente. Permettendo
a questi pensieri, ricordi e emozioni di riaffiorare alla superficie della
coscienza, è possibile oggettivarli (quello che mi faceva paura da bambina,
oggi può farmi sorridere), integrarli (accetto che sia stato così finora, ma
voglio cambiare) e lasciarli andare (il passato non c’è più e mi apro a
delle nuove possibilità). Si
può capire l’importanza del pensiero quando ci si accorge che è
all’origine di ogni cosa: prima si pensa, poi si parla e si agisce. Con il
pensiero posso fare ogni cosa: vincere le olimpiade, partire in vacanza sulla
luna, augurare del bene o del male agli altri, ecc. Di
solito, le persone sono convinte che ciò che succede loro nella vita di tutti i
giorni, in famiglia, al lavoro o durante il tempo libero, è la causa del loro
star bene o male. In
realtà, è il contrario. La qualità di ciò che penso determina la qualità
della mia vita. Posso arrabbiarmi se qualcuno mi insulta o posso decidere di non
prendermela. Sono libera di scegliere il mio comportamento solo quando non
reagisco più per riflessi condizionati, scatenati da fattori esterni e che
creano miei comportamenti prevedibili. Questo può avvenire quando il materiale
sepolto viene portato dal livello inconscio a quello conscio, lasciando
finalmente lo spazio alla nostra vera natura di manifestarsi, perché dentro
ognuno di noi esiste un nucleo di perfezione, immutato e immutabile, dove
possiamo trovare chi siamo. Libri titolo: I bambini ricordano la nascita autore : David Chamberlain casa
Editrice: Bonomi Editore
titolo: Rebirthing autore: Milena Screm casa
Editrice: Ed. Armenia Indirizzi nazionali di centri di formazione ANPEP
Associazione
nazionale di Psicologia e di Educazione Prenatale P.zza Monte Grappa, 4 – 21100 Varese tel.
0332 743772 Centro
DHARMA Via Saccardo, 39 – 20100 Milano www.centrodharma.org
e www.breathworkcouseling.it
tel.
02 21590254 OSER Organismi
& Servizi Europei di Rebirthing Via S. Ulderico, 66 – 10015 Ivrea tel.
0125 48757 Scuola
di Respiro Via Carlo Alberto, 39 – 0175 Roma tel.
06 4462523
Indirizzi
locali, per sedute di rebirting, individuali o di gruppo: Centro Armonico C.so Persiani, 45 – Recanati (AN) tel.
071 7575844 – www.centroarmonico.it Studio medico Busilacchi / Dedova C.so Garibaldi, 38 – Ancona tel.
071 2072602 Centro Olistico Orion S.P. Fermana, 109 – c.da Campiglione – Fermo tel.
0734 605471
Per la nostra salute
L’onoterapia (terapia con l’aiuto dell’asino)
(Emilio Biondini e Alessandra Bloise Diana)
PREMESSA Con
un decreto legislativo del 6 febbraio 2003 è stata riconosciuta ufficialmente
la cosiddetta “pet terapy” (terapia con l’aiuto degli animali domestici)
all’interno del servizio sanitario nazionale. Tale decreto non rappresenta
solo un importante riconoscimento del valore terapeutico dell’animale,
peraltro già noto da tempo, all’interno di programmi ben definiti, ma abbatte
anche numerosi vincoli pratici e pregiudizi che impedivano il loro accesso in
ospedali, istituti e case di riposo. L’intuizione
del valore terapeutico degli animali, che risale all’antichità e nel corso
dei secoli ha assunto sempre più importanza, trova oggi una strutturazione
metodologica e impieghi mirati a specifiche patologie. Per
indicare questo tipo di approccio da parte della medicina e della ricerca di
base si parla in modo diffuso di “pet terapy”, un neologismo di origine
anglosassone coniato dallo psichiatra infantile Boris Levison negli anni
’50-’60. Il termine “pet terapy” indica una serie complessa di utilizzi
del rapporto uomo-animale in campo medico-psicologico. ATTIVITA’
ASSISTITA CON GLI ANIMALI Le
Attività Assistita con Animali (AAA) sono interventi di tipo educativo e/o
ricreativo ed hanno l’obiettivo primario di migliorare la qualità della vita
di persone in situazioni di disagio personale e/o sociale e disabili. Le
AAA sono costituite da incontri di animali da compagnia con persone in strutture
di vario genere. Questi incontri e visite possono avvenire sia accompagnando
l’animale verso le strutture con persone che si possono avvalere della sua
presenza, sia con lo spostamento delle persone nei luoghi abituali
dell’animale. CARATTERISTICHE
CHE
COS’E’ L’ONOTERAPIA E’
una pratica equestre che utilizza l’asino come strumento terapeutico. Essa
consiste in un “complesso di tecniche di rieducazione” che mirano ad
ottenere il superamento di un danno sensoriale, motorio, cognitivo, affettivo e
comportamentale. È
un processo di riabilitazione che consente al paziente di relazionarsi con
l’animale. Attraverso
il contatto utente-equino, si instaura un importante canale di contatto corporeo
attraverso cui si acquisisce controllo e fiducia di sé. E
un’esperienza emozionante che ha la facoltà di risvegliare tutti i sensi ed i
sentimenti dell’utente attraverso “l’incontro” con l’asino. La
presenza di un animale, infatti, favorisce l’acquisizione di un senso di
responsabilità, esige una presa di coscienza dei propri obblighi, è uno
stimolo valido per riacquisire un’immagine positiva di sé e del proprio
valore, è un efficace supporto alla crescita ed alla maturazione personale. Sfruttando
le caratteristiche fisiche e comportamentali dell’asino (di taglia ridotta,
morbido da toccare e carezzare, paziente, lento nei movimenti ed incline alle
andature monotone e controllate) è possibile offrire preziosi servizi.
Per esmpio:
L’onoterapia
offre programmi per l’introduzione graduale e sistematica di animali
selezionati ed addestrati nelle immediate vicinanze di un individuo, o di gruppi
di individui, per scopi terapeutici. Il
bambino o l’adulto ha, con essa, l’opportunità di sviluppare in pieno il
loro potenziale: sviluppa la personalità, le attività cognitive, la mobilità,
le funzioni della mano, il linguaggio e la comunicazione e, soprattutto, l’autoconsiderazione
attraverso un tipo di rapporto rassicurante che supera lo stress continuo della
valutazione, del giudizio, della contraddizione. È
stato riconosciuto, infatti, che la qualità più importante dell’onoterapia
consiste nel favorire le esperienze che danno stimoli e motivazioni, incidendo
su reazioni fisiologiche misurabili, offrendo un diverso polo di interesse utile
a far crollare le barriere del non avvicinamento e della non comunicazione. ASPETTI
RIABILITATIVI L’onoterapia
si rivolge prevalentemente a quegli utenti che presentano difficoltà di tipo
affettivo-relazionale e comportamentale. Disturbi dell’attenzione, del sonno,
dell’alimentazione, dell’aggressività, dei livelli di attività ed
eccitabilità che sono spesso una risposta ad uno stato emotivo di malessere,
sono il sintomo di un disagio, la reazione a dinamiche educative poco funzionali
e/o inadeguate. L’onoterapia
offre, peraltro, la possibilità di utilizzare animali selezionati ed affidabili
adottando, a scopo educativo, una metodologia di approccio graduale e
sistematico con singoli e con gruppi. Fornisce
anche gli strumenti, le conoscenze e le tecniche per una preparazione specifica
ed approfondita di intervento nella relazione onoterapeuta-utente-animale. I
programmi onoterapeutici, in generale, prevedono:
L’asino
è un animale adattissimo a questo scopo per:
ASPETTI
INNOVATIVI
con l’utilizzo dell’asino: Fin
dall’antichità si era a conoscenza della validità dell’uso del cavallo per
portare a guarigione alcune patologie. Soltanto ora comincia a farsi strada la
possibilità dell’uso dell’asino per attività terapeutiche. L’Italia,
in questa ricerca, a differenza di altri paesi come l’Inghilterra, la Francia
o la Svizzera, non presenta iniziative di rilievo. In
tal senso il presente progetto è assolutamente una novità a livello nazionale
e costituisce una esperienza pilota da sviluppare. E’,
infatti, sbagliato il termine di “onoterapia”: non esiste terapia in un
lavoro svolto con gli animali. La
terapia presuppone una guarigione: noi non possiamo garantire la risolvibilità
di un problema fisico quanto psichico perché, di fatto, andiamo ad interagire
su altri ambiti. Si
tocca maggiormente la sfera cognitiva, socio-affettiva, si interagisce sullo
schema corporeo e sulla percezione che si ha dello stesso, si potenziano e si
affinano le potenzialità dell’individuo invece di polarizzarsi su ciò che
non sa fare ma che dovrebbe saper fare. Per
definizione il portatore di handicap dovrebbe vivere bene con se stesso,
accettando la sua condizione, inserito in un contesto sociale favorevole ed
accogliente. Di
fatto, questo non accade e, paradossalmente, proprio a causa di quelle strutture
che dovrebbero favorire l’inserimento sociale e l’accettazione personale. Inserito
prevalentemente in un contesto medicalizzato/ospedaliero e costretto a monotoni
e ripetitivi esercizi riguardanti prevalentemente funzioni che non è capace di
svolgere, il bambino con problemi non è interessato e ripete svogliatamente
delle funzioni. Cosa
fondamentale è, quindi, quella di creare interesse e motivazione e, se è vero
che l’individuo è formato da genotipo e ambiente, è essenziale modificare
l’ambiente in qualcosa di favorevolmente accattivante all’attenzione, in
grado cioè di creare quella motivazione base di ogni buon esito e risultato. Un
ambiente come quello di un maneggio, completamente esule da qualsiasi contesto
ospedaliero, è quindi l’ideale per poter riscoprire, anche tramite
l’attività ludica, interesse e motivazione per esercizi peraltro atti a
stimolare e potenziare quelle che sono già attitudini e facoltà
dell’assistito, piuttosto che fare operazione di inibizione e frustrazione con
attività che non si sanno svolgere e che segnano quindi fortemente
l’inadeguatezza nel confronto con gli altri ed il marcato ricordo della
diversità espressa anche in limiti continuamente marcati e ricordati. L’onoterapia,
come finalità ultima, ha quella di ampliare la comunicazione in coloro che
hanno difficoltà di questo tipo, aiutare a sentirsi inseriti in un contesto
sociale e di gruppo in coloro che non riescono a relazionarsi con gli altri;
potenziare e migliorare attività psico-motorie in coloro che presentano tali
tipi di difficoltà, aiutare la percezione del proprio schema corporeo per
ricevere vari e validi suggerimenti di miglioramento di postura, andamento,
coordinazione, etc. Ma
questa attività interessa non soltanto persone/bambini portatori di handicap,
ma anche coloro che hanno difficoltà di inserimento nel contesto sociale o di
gruppo, timidezze esasperanti, bambini iperattivi e ipercinetici, autistici,
totalmente chiusi in se stessi e nel proprio mondo e bambini con una forte
aggressività che non è stata canalizzata. In
conclusione l’animale rappresenta un ponte straordinario per la comunicazione,
le attività, l’acquisizione di fiducia e il miglioramento delle capacità. Tali
possibilità sono favorite dalla natura particolarmente docile dell’asino, dal
suo temperamento affettivo e dalle sue caratteristiche fisiche. Nelle Marche l’attività onoterapica si può trovare presso “La Contrada del Raglio” a Potenza Picena (Mc) - C.da Altavilla, 2 . Informazioni
presso Emilio e Alessandra Tel. 0733.676331-
cell.
340.9075321
Tecnologia & Comunicazione
Salvaguardare
le quattro libertà nel Software PARTE PRIMA
(Katya Mastantuono)
Aspettiamo una decina di minuti e poi arriva un capellone stile anni 60/70, una barba nera che circonda il suo viso rotondo, lo sguardo è cordiale e penetrante, una semplice T-shirt rossa e i jeans scoloriti. Così
si presenta, nella Casa della Cultura di Milano, il grande guru di Unix e
fondatore della Free Software Foundation: è Richard Stallman promotore del
software libero e principale fautore della nascita e del successo del sistema
operativo LINUX. L’incontro
è organizzato da Assoetica, un’associazione impegnata nel “business ethics”
(www.assoetica.it). Siamo in molti ad
aspettare di capire come si presenterà e cosa dirà Stallman per spiegare ciò
che sta alla base della più grande rivoluzione nei confronti di un sistema
commerciale di carattere quasi monopolistico. Inizia
pacatamente e incomincia il suo intervento parlando del nodo centrale del
software libero: il fatto che LIBERA gli utenti, garantisce loro una serie di
libertà che altrimenti non si potrebbero esercitare. Con voce calda e ferma,
scandendo le parole quasi per timore di non essere ben compreso o nel tentativo
di rivelare delle verità sinora sconosciute, Stallman affronta le quattro
libertà garantite dal software libero. LIBERTA’
0 – la possibilità di controllare il proprio computer
Consultare
il codice sorgente di un programma consente di verificare che non siano inserite
all’interno del software che normalmente utilizziamo parti di procedure che
nulla hanno a che fare con il software stesso se non per inserire sistemi
spyware (spy – termine derivante da to spy, spiare in inglese). Non ci sono
peli sulla lingua di Stallman che afferma come Windows XP
raccoglie informazioni sui programmi installati sul PC dell’utente e li
invia alla sede Microsoft appena il PC attiva una connessione attraverso
Internet. Lo
stesso fanno il software RealPlayer e TiVO, si connettono ad un server centrale
e comunicano i filmati scaricati con download e conservati nel PC dell’utente,
gli URL visitati per capire i gusti e gli orientamenti dell’utente e i
programmi di TV via cavo che l’utente vede o registra (realtà che affiora
adesso nel panorama italiano poiché le TV che trasmettono su Internet sono
ancora limitate). Altri
elementi che limitano la libertà dell’utente presenti in programmi
commerciali sono le pubblicità (adware
- termine nato da
“advertising” - pubblicità in inglese )
o le backdoors
(le finestre che si aprono in secondo piano e per dirla metaforicamente
“entrano dalla porta di dietro”), strumenti che consentono di controllare il
PC all’ignaro utente. Con
il software libero tutti questi elementi possono essere rimossi, perché sono
disponibili i sorgenti con cui sono stati scritti i programmi, sono verificabili
in modo trasparente e sono modificabili con estrema LIBERTA’. Un altro
elemento importante è che nel software commerciale il potere è nelle mani del
produttore e non dell’utente. LIBERTA’
1 – la possibilità di studiare il codice
Di
fatto molti utenti non esercitano direttamente il diritto di studiare e
modificare il codice poiché, nella specializzazione che abbiamo nel lavoro,
ognuno si occupa di settori diversi, ma, come nel caso della sarta, ciascun
utente potrebbe incaricare altri esperti di farlo. Quando
acquistiamo un paio di jeans abbiamo due possibilità: possono calzarci
perfettamente oppure necessitano di alcune personalizzazioni (accorciare
l’orlo, stringere la vita); in questo secondo caso ci rivolgeremo ad una sarta
oppure se siamo abili nel cucito possiamo adattarlo per fare in modo che tale
acquisto ci soddisfi al meglio. Nel caso dei jeans acquistiamo il prodotto e
sappiamo poi di poterne disporne come meglio crediamo. Perché
quando acquistiamo il software questo non è possibile? Cosa compriamo di fatto?
Solo la possibilità di poterlo usare e non di disporne in modo completo ed
esclusivo: non ne siamo quindi proprietari. Di
fatto milioni di utenti acquistano la licenza d’uso e non la possibilità di
disporne… Lo
sapevamo, ma ne siamo coscienti tutti e fino in fondo? A
questo punto è lecito chiedersi se il prezzo d’uso deve essere fissato in
modo unilaterale e uguale per tutti gli utenti visto che l’utente può magari
scegliere di usarlo in un modo A o in un modo B o in un modo C... Visto che è
un servizio ne dovrebbero garantire anche le personalizzazioni che gli utenti
non possono fare in proprio. Certo,
un prezzo uguale per tutti semplifica la gestione del mercato, del produttore, e
se il consumatore si lamenta… sarà sempre uno su 10.000… si arrangia. Perché
l’utente non si lamenta? L’utente
non sa quali sono le prestazioni che potrebbe o dovrebbe richiedere ad un
software, non è stato educato a questo. Si tiene lontano dal farsi queste
domande. Le
pubblicità sono orientate al “Guarda quante cose belle puoi fare con questo
prodotto”. L’ultima pubblicità di Windows XP mostra persone di tutto il
mondo con lingue diverse che si esprimono dicendono “ XP to do something
beatifull”. La globalizzazione della proposta vuole orientarci verso una
scelta che vada bene a tutti gli utenti del mondo: una sorta di scrivania
universale (global desktop). E se va bene a tutti vuoi che non vada bene a te?
Cos’hai di diverso tu? La
domanda da porsi è ben altra: perché non riesco a fare le cose che mi servono
con questo software? Se
la prossima estate voglio tagliarne le gambe e farne bermuda o regalarlo a mio
fratello più giovane con il jeans posso, con il PC posso, con il software NO.
Chi lo ha deciso? Qualcuno
potrebbe obiettare che comunque la proprietà del software rimane di chi l’ha
prodotta. Bene,
ricordiamoci di questa frase. Avete mai visto nel software che acquistiamo il
nome del pool di giovani ingegneri, probabilmente indiani, che attraverso il
telelavoro (strumenti a spese dei giovani ingegneri e nella loro case, a costo
zero per l’azienda produttrice!) e per la metà dello stipendio USA ha
prodotto parte di quel software? Pensate che qualcuno riconosca loro e a tanti
altri come loro la proprietà intellettuale di uno script di codice? Bene,
se pensate questo sappiate che Cenerentola era una favola, che la mela di Eva è
una metafora, che i bambini non li portano le cicogne e altre cose che a questo
punto ho timore a rivelare vista l’ingenuità degli astanti! Stallman
Ride. I
presenti si trovano spiazzati: ci sta trattando da polli… o forse lo siamo un
pochino! Caspita! Il tipo si presenta incisivo e brillante, schietto nel
linguaggio, tecnico e politico insieme. Iniziamo a comprendere la personalità
interessante e completa di chi, come lui, ha permesso tutto questo: una grande
apertura, una visione di insieme del problema. Stallman
sorseggia tè, ha rifiutato acqua e bibite varie e nel frattempo sorride al
Presidente di Assoetica, Mauro Graziani. Davanti
a lui, sul tavolo, una busta di plastica e qualche libro molto usato, nessuno
strumento elettronico, non ha orologio, non ha il telefonino davanti a lui…
probabilmente non lo ha. La
sua forza è nelle sue capacità… ci diciamo che fisicamente ricorda Guccini,
ci chiediamo la sua età e non riusciamo a rispondere … sarà sulla
cinquantina. LIBERTA’
2 – la libertà di gestire in modo etico una risorsa
Per
una società che ha per obiettivo la crescita comune di tutti i suoi membri,
l’utilizzo e la protezione legislativa di cui gode il software commerciale,
così come gestito oggi da aziende produttrici di fatto monopoliste, è una
sorta di “virus”. Tutelare
il software commerciale dalla libera circolazione, utilizzo, modifica genera
problemi etici: l’amico che ti chiede il software ti costringe a negarglielo o
a commettere un reato fornendo una copia illegale. In entrambi i casi si risolve
il dilemma in risposta negativa. Lo sviluppo sociale basato su una di queste due
risposte (rinuncia di collaborazione o assenza di rispetto delle regole) creano
dei “vizi” sociali di fondo che minano un corretto comportamento soprattutto
nei confronti delle nuove generazioni che non comprendono a fondo le ragioni di
mercato che sottostanno a tali problematiche. Il ragazzino credendo che
l’assenza di rispetto della regola non subisce controllo e punibilità diffusa
e non comprendendo che cosa ci sia di male nel fornire copia pirata o
acquistando copia pirata o scaricando copia pirata attiva l’abitudine ad un
comportamento trasgressivo che non potrà che crescere. Pessima base. Migliori
si mostrano altre strategie di diffusione delle utilità informatiche orientate
alla gratuità e alla collaborazione di esperti per aumentare le prestazioni del
servizio a beneficio di tutti. LIBERTA’
3 – la libertà di pubblicare versioni modificate di software
E’
attraverso questa possibilità che il software diventa maggiormente utile agli
utenti e non solo utile al produttore per fare più soldi. L’evoluzione di un
programma diviene uno sviluppo democratico promosso da decisioni collettive. E
visto che il numero di programmatori necessari per fare una modifica è
generalmente contenuto, per il software con una larga utenza il lavoro di pochi
si traduce nel vantaggio per molti. Purtroppo
non si vuole ammettere e “vedere” che esistono programmatori disposti a
sviluppare codice ricevendone solo benefici legati alla proprietà intellettuale
originaria, disponibili a confrontarsi e ad evolversi con chi , successivamente,
migliorerà e modificherà il proprio prodotto. Non si vuole ammettere da chi
sfrutta e usa la capacità intellettuale informatica degli altri che esistono
menti capaci di collaborare senza pretendere denaro ma solo per il piacere di
evolvere la conoscenza collettiva. Non si vuole ammettere che esistono MENTI
LIBERE che non si possono comprare. La
sala è in fibrillazione. Molti sono gli sviluppatori che nell’ombra, anche in
Italia, hanno arricchito i colossi del software e molti sono coloro che nel
campo della ricerca e del sistema universitario hanno scritto e generato
processi di cui sono appropriati “manager” più scaltri commercialmente! Stallman
termina con la solita battuta che appartiene al mondo dei frequentatori di LINUX
e che ciascuno dei presenti potrebbe recitare a memoria: Quando due individui si scambiano un prodotto, essi rimarranno sempre con un solo prodotto nelle loro mani.Se due individui si scambiano un’idea, torneranno a casa con il doppio delle idee con cui sono partiti e così via.Possiamo scegliere se avere una società che scambia a titolo oneroso i propri prodotti con uno scarso livello di crescita reciproca o una società che ha deciso di scambiarsi le idee che stanno alla base del prodotto al fine di crescere velocemente e in modo equo. A noi la scelta.
Richard Stallman di recente si è impegnato a sollecitare i Parlamenti europei cercando di sensibilizzare verso i rischi derivanti da una gestione brevettata del software rischiando difatto il monopolio assoluto delle tecniche di sviluppo.
Si riporta a titolo informativo e documentativo la
Lettera che lo stesso R. Stallman scrive ai Parlamentari Italiani in data 18 maggio 2005. Cari
membri del Parlamento italiano,
A
differenza del copyright, che protegge la descrizione dell’intero programma ma
non le singole idee che lo compongono, la brevettabilità del software
consentirebbe un monopolio sull’uso di tecniche generiche. Un programma
complesso è la combinazione di migliaia di queste tecniche. Se un paese
permette la brevettabilità di ognuna di queste tecniche, un programma complesso
può infrangere centinaia di brevetti in un colpo solo. (secondo
uno studio svolto lo scorso anno il Kernel di Linux, la parte centrale del
programma linux, usato per il sistema operativo GNU, infrangerebbe 283 brevetti
USA).
Come
sono queste tecniche? Consideriamo la “progress bar”, la barra progressiva
che gradualmente passa dallo 0% al 100% mostrando sullo schermo la realizzazione
di una operazione, come l’apertura di una pagina web o lo scaricamento di un
documento. Questa tecnica è una piccola parte contenuta in migliaia di
programmi software che svolgono differenti funzioni. Persino questa tecnica è
stata brevettata all’Ufficio Europeo dei Brevetti, insieme ad altre 50.000, a
dispetto dello stesso trattato costitutivo dell’Ufficio Europeo dei Brevetti. Se
la Direttiva del Unione Europea desse un valore legale a questi brevetti, gli
sviluppatori e gli utilizzatori di migliaia di programmi rischierebbero la
minaccia di incriminazioni. Un
programma è come un romanzo: una raccolta di dettagli che insieme sviluppano
molte idee. Immaginate cosa accadrebbe se ogni idea letteraria venisse
brevettata, per esempio “una scena d’amore con una donna sul balcone” o
“gli occhi blu di una persona che assomigliano al mare”. Chiunque scrive un
romanzo potrebbe violare diverse centinaia di brevetti; se uno scrittore
scrivesse con la preoccupazione di essere incriminato difficilmente scriverebbe
un buon romanzo. Non è questo il modo di promuovere la scrittura né dei
romanzi, e neanche dei programmi software.
Le
pressioni per la brevettabilità del software provengono principalmente dalle
multinazionali dell’informatica. Esse vogliono la brevettabilità del software
perché ognuna ne detiene migliaia negli USA e li vuole importare in Europa. Se
l’Europa permetterà la brevettabilità del software le multinazionali (molte
non europee) avranno uno strumento di controllo sull’uso del software in
Europa. Molti
legislatori non hanno mai avuto a che fare con lo sviluppo di software, così
possono credere ai miti relativi all’efficacia dei brevetti sul software. Per
esempio il mito sulla protezione brevettuale dell’intero disegno di un
prodotto, se si dice che un programmatore può ottenere un brevetto per
“proteggere il suo programma” questo potrebbe avvalorare questo mito. Poi
c’è il mito che vuole che i brevetti possano “proteggere” i “piccoli
inventori” dalla competizione delle multinazionali. Se questo fosse vero le
multinazionali non sarebbero favorevoli alla brevettabilità del software. Ogni
multinazionale usa le sue migliaia di brevetti per mettere ognuno nelle
condizioni dello scambio le licenze. Così facendo il programma innovativo di un
piccolo inventore combinerebbe le sue poche nuove idee brevettate con le
centinaia (o migliaia) di idee ben conosciute, alcune brevettate da IBM, alcune
brevettate da Microsoft, ecc. Poi loro si comporteranno con lui come se la
questione dei brevetti non ci fosse. C’è quindi il mito del vantaggio che le
compagnie americane avrebbero proprio perché gli USA riconoscono la
brevettabilità del software mentre l’Europa no. Se questo fosse vero, le
compagnie statunitensi ed il governo degli Stati Uniti non presserebbero
l’Europa per consentire la brevettabilità del software. Al
contrario l’Europa ora ha un vantaggio.
Fino
a che l’Europa rifiuterà di brevettare il software, l’Europa avrà questo
vantaggio, Se
l’Europa mantiene il suo vantaggio, con il rifiuto di brevettare software,
finalmente il mio paese può trovare necessario competere cambiando la sua
insensata politica. Per favore aiutate gli Stati Uniti a salvarsi dai brevetti
sul software, salvando innanzitutto voi stessi.
Biografia: Chi è Richard Stallman
Credo che la cosa migliore per approfondire queste tematiche in senso politico e tecnologico si possa far riferimento al seguente link che riporta una interessante intervista che Richard Stallman ha rilasciato a Roma sul tema
"Il copyright è di destra, il copyleft è di sinistra!"
http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/s/stallman.htm#link001
Hacker tra i più leggendari e portavoce del movimento cyberpunk., da anni conduce una personale battaglia contro il copyright. Nel 1984 fonda il progetto GNU http://www.gnu.org, e sviluppa il sistema operativo libero GNU (un acronimo per "Gnu Non è Unix") per dare, come sostiene lo stesso Stallman, a coloro che utilizzano i computer la libertà che la maggior parte di loro hanno perso. LINUX non sarebbe esistito senza GNU GNU è un software di pubblico dominio in grado di sostituire i sistemi operativi più diffusi quali Unix e Windows: ognuno è libero di copiarlo e di distribuirlo, così come di apportarvi dei cambiamenti grandi o piccoli che siano. Attualmente sono molto diffuse le varianti del sistema GNU che si basano su Linux, fondate sullo sviluppo del Kernel creato da Linus Torvald. Esse sono conosciute come sistemi Linux, o più propriamente sistemi GNU/Linux http://www.gnu.org/gnu/linux-and-gnu.html
Stallman è il principale autore del compilatore C-GNU, progettato per funzionare con molte architetture e diversi linguaggi. Attualmente sono disponibili interfacce per i linguaggi di programmazione C++, Objective C, CHILL e Fortran, e sono in preparazione quelle per Ada 9x e per Pascal. Ha anche scritto vari programmi GNU, tra cui GDB (GNU symbolic debugger), GNU Emacs.
Nel 1991 Stallman ha ricevuto il premio Grace Hopper dalla Association for Computing Machinery per la creazione e lo sviluppo negli anni '70 del primo editor di testi "Emacs". Ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui una borsa di studio nel 1990 da parte della MacArthur Foundation e un dottorato onorario nel 1996 del Royal Institute of Technology of Sweden. Nel 1998 è stato insignito, assieme a Linus Torvald, dell'onorificenza Electronic Frontier Foundation's Pioneer.
ASSOCIAZIONISMO
COOPERAZIONE INTERNAZIONALE: ITALIA
ULTIMA NEGLI AIUTI ALLO SVILUPPO
(Stefano Lentati)
Ad
aprile di ogni anno escono i dati del DAC sull’aiuto allo sviluppo e gli
addetti al settore, siano essi funzionari della Banca Mondiale o militanti
no-global, dovrebbero studiarseli con attenzione e soprattutto cercare di
interpretarli. Cos’è
il DAC? È il Development Aid Committee, raggruppa 22 paesi ricchi e
industrializzati e ogni anno ci fa sapere quanti soldi sono stati spesi durante
l’anno precedente per i cosiddetti “aiuti allo sviluppo”. Secondo questi dati, i 22 paesi del DAC nel 2004 hanno speso 78,6 miliardi di dollari raggiungendo il livello più alto della storia. Anche tenendo conto dell’inflazione e della svalutazione del dollaro questa cifra rappresenta un aumento del 4,6 % in termini reali. Ma
quali sono le cause di questo aumento? -
I contributi alle organizzazioni internazionali sono aumentati di 3,7 miliardi
di dollari. -
L’aiuto all’Afghanistan e all’Iraq è aumentato di almeno 1 miliardo e
mezzo di dollari. -
Le donazioni per interventi di “cooperazione tecnica” (vale a dire i
profumati stipendi degli esperti internazionali) sono cresciute di un miliardo e
200 milioni di dollari. - Le operazioni di cancellazione del debito sono invece diminuite di 2 miliardi e 100 milioni, come pure il bilancio netto dei prestiti che è diminuito di 1miliardo e 300 milioni. A
questo punto si possono fare diversi commenti. Se da un lato può essere
considerato positivo che le organizzazioni internazionali vedano accresciuti i
trasferimenti, bisogna poi vedere come vengono spesi i soldi e
l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove i paesi del Sud hanno più voce,
non è certo la Banca Mondiale, dove decide solo chi mette i soldi. Se invece
guardiamo il secondo dato credo che ci possono venire i brividi. Che cosa è
stato conteggiato in questa cifra? A spulciare nei bilanci si troveranno
sicuramente molte operazioni che hanno ben poco di cooperativo ma sono
finanziamenti neanche troppo nascosti all’intervento militare. I
miliardi di dollari spesi in “cooperazione tecnica” simboleggiano uno dei
punti più problematici della cooperazione internazionale. Da un lato è giusto
puntare sulla professionalità e l’esperienza degli esperti internazionali, ma
nei paesi del sud del mondo ci sono moltissimi professionisti estremamente
qualificati e se si spendono soldi per esperti esteri bisogna che questi portino
veramente un valore aggiunto ai progetti. Dall’altro
lato la preparazione non giustifica i livelli a volte esagerati di alcuni
compensi. Inoltre spesso succede che gli esperti esteri vengano inseriti in
posizioni chiave nei ministeri dei paesi del Sud del mondo e facciano, di fatto,
gli interessi del paese donatore invece di contribuire allo sviluppo del paese
ricevente. Spiace
infine scoprire che le tanto sbandierate operazioni di cancellazione del debito
siano diminuite nel 2004 rispetto al 2003. Vedremo l’anno prossimo quale sarà
stato l’effetto reale delle riduzioni decise e pubblicizzate nel giugno scorso
al summit del G8. L’aumento della spesa negli aiuti allo sviluppo, ci dice il rapporto del DAC, è l’effetto combinato di molti paesi che hanno aumentato l’aiuto e pochi paesi che lo hanno diminuito. Come si è comportata l’Italia? Malissimo! Già era il penultimo paese per percentuale del Prodotto Interno Lordo dedicata agli aiuti allo sviluppo, è riuscita nel 2004 a superare anche gli Stati Uniti (che hanno aumentato il loro bilancio del 14 % e rafforzano quindi la loro posizione di primi donatori in termini assoluti, pur essendo i penultimi in termini di percentuali del PIL).
In
questa poco esaltante gara al ribasso siamo passati allo 0,15 %!
ASSOCIAZIONISMO
IL VOLONTARIATO CHE SARA’ Seconda Parte
(Davide Guidi)
Anziani
e Coca Cola
Chi
si fa carico gratuitamente di un anziano in difficoltà non può bere Coca Cola,
simbolo del potere arrogante delle multinazionali, oppure giocare con il proprio
bambino calciando un pallone prodotto in Pakistan probabilmente da un altro
bambino. O meglio, può farlo solo dopo aver preso coscienza dei meccanismi che
stanno dietro azioni così quotidiane, ed aver quindi deciso consapevolmente di
agire in questo modo. La
globalizzazione, infatti, impone anche al volontariato marchigiano, e non solo,
l’avvio di una riflessione capace di analizzare il passato e capire il
presente per progettare il proprio futuro, con la consapevolezza e la lucidità
che dovrebbero far parte del proprio patrimonio genetico. La
talpa e la giraffa
Il
volontario da sempre agisce concretamente nella propria comunità, fatta di città,
paesi, volti e persone; ascolta chi è in difficoltà, coglie dagli sguardi
messaggi non sempre espressi con le parole, accompagna ciascuno nel proprio
percorso; a volte si batte per difendere i diritti dei più deboli, altre volte
prova a tessere relazioni, favorire legami sociali, attivare reti vicinali. Le
sue azioni non privilegiano interessi egoistici, ma vanno a vantaggio del bene
comune in campo sociale, ambientale o culturale. La strada è il suo luogo
privilegiato, il rispetto delle diverse culture e l’empatia fra le sue
caratteristiche fondamentali. Ma
è allo stesso modo vero che per comprendere ed affrontare al meglio le
situazioni locali, è sempre più indispensabile conoscere i fenomeni che
avvengono su scala planetaria: e non basta. Il volontariato non può più
ritenere sufficiente, infatti, la sfera del “farsi carico”, ma è
altrettanto imprescindibile che si mobiliti per prevenire e rimuovere le
situazioni che provocano disagio, esclusione sociale, devastazione ambientale, e
le cause che le generano: che sono spesso globali, appunto. La
talpa e la giraffa simboleggiano bene questo dualismo: la prima tanto radicata
nel proprio territorio, quanto impossibilitata a vedere un po’ più oltre; la
seconda così affaccendata nelle sue altezze, da rischiare di non percepire i
movimenti che avvengono a terra. Fuori dalla similitudine, solo la saggia
interazione fra impegno locale e globale, fra valorizzazione della dimensione
empatico-relazionale ed attuazione di politiche strategiche di ampio respiro
potrà permettere al volontariato di continuare a svolgere quel ruolo profetico,
innovativo e dirompente che gli è stato proprio in tutte le società ed i
contesti temporali in cui ha agito. Le
sfide del futuro
Per
essere all’altezza anche del nostro tempo, ci sembra dunque che nei prossimi
anni l’impegno di un volontariato che voglia partecipare con consapevolezza
alla costruzione di un mondo di giustizia dovrà attivarsi su diversi fronti.
A
partire dalla capacità, nell’attuale contesto di ridimensionamento del
welfare, di sviluppare la sua dimensione politica di tutela dei deboli, per
contribuire alla progettazione di un nuovo stato sociale in cui le risposte ai
bisogni siano garantite da una solidarietà diffusa, integrata con un sistema di
servizi efficienti e professionali. Di
più, le forze andrebbero indirizzate nella direzione di promuovere una nuova
cittadinanza attiva, che veda protagonista l’uomo solidale, caratterizzato da
un’etica che non si limiti a celebrare il rito della buona azione come rifugio
ideale di qualche minuto residuale di tempo prezioso, oppure a rispondere con
una generosità caritatevole alle sollecitazioni televisive di fronte a qualche
catastrofe naturale, ma che favorisca il processo di diffusione della solidarietà
come stila di vita di ognuno. Il
volontariato dovrà poi affrontare, non tanto e non solo i problemi della povertà,
quanto i meccanismi di esclusione sociale che la generano, per realizzare
concretamente obiettivi di cambiamento sociale. Non
potrà non superare la frammentarietà, ancora troppo presente al suo interno,
in un contesto in cui la complessità dei problemi globali rende ormai
impossibile la loro soluzione senza l’aiuto di altri soggetti attivi, sia
pubblici sia privati. E’ tempo di sostituire la presunzione di considerarsi
unico protagonista delle soluzioni con la capacità di elaborare progetti chiari
e strutturati, con iniziative in grado di aggregare numerosi soggetti. Sarà
sempre più indispensabile, inoltre, per evitare il rischio mortale di snaturare
il proprio messaggio rivoluzionario di libertà dai condizionamenti monetari,
non lasciarsi ammaliare dalla gestione di servizi “pesanti” (che richiedono
la presenza di professionalità specifiche), e concentrarsi nell’ambito di
servizi “leggeri”, caratterizzati dalla dimensione del dono, della gratuità,
della libera scelta personale. Limitandosi
dunque ad affiancare i professionisti impegnati, a titolo di esempio, nella
gestione di interventi per giovani a rischio piuttosto che immigrati,
tossicodipendenti, senza fissa dimora o malati
mentali, il volontario dovrà attivarsi in attività di lettura dei bisogni
sociali ed ambientali, programmazione
delle politiche, educazione alla solidarietà, tutela dei diritti, controllo
dell’applicazione delle leggi, assistenza alle persone in difficoltà,
accoglienza quotidiana, denuncia. Ogni
volontario e ogni uomo solidale, infine, dovrebbe essere capace di mettere in
discussione consapevolmente e coerentemente i propri stili di vita e abitudini
quotidiane ed adottare comportamenti caratterizzati dalla relazione e non dal
consumo, dall’accoglienza e non dal rifiuto, dalla cultura dell’essenzialità
e dell’uso intelligente delle risorse, dalla partecipazione attiva alla
gestione ed alla diffusione allargata
dei beni comuni come l’acqua, l’aria, la salute, l’educazione, i
trasporti, dalla pretesa di una equa ripartizione della ricchezza fra tutti i
cittadini del mondo Conclusioni
La
risoluzione di tanti problemi sociali ed ambientali su scala locale e globale
passa senza dubbio attraverso la capacità di leggere i fenomeni che causano
diseguaglianze, povertà e sfruttamento, l’attuazione di conseguenti politiche
di intervento, la diffusione di una cultura allargata della solidarietà,
l’adozione di nuovi stili di vita alternativi a quelli usuali a noi
occidentali di questo terzo millennio appena iniziato. In
tutto questo il volontario può giocare un ruolo decisivo, senza mai dimenticare
che dietro un bicchiere di Coca Cola si nasconde, per chi sa vederlo, un
mondo intero - vicino e lontano - che ha sete di giustizia e che non è più
possibile ignorare. Bibliografia
-
Il volontariato nelle Marche, ed. Centro Servizi Volontariato, Ancona 2002 -
Volontariato Liquido in una Terra di Mezzo, ricerca Centro Servizi Volontariato,
Ancona 2004
APPUNTAMENTI
I
BORGHI E LE PIAZZE DELL’ECONOMIA SOLIDALE
PETRITOLI
(Ascoli Piceno)
sabato
3 e domenica 4 settembre 2005 COMUNICATO
STAMPA Per
la prima volta nelle Marche, un fine settimana “in piazza” con i mille volti
della solidarietà Il 3 e il 4 settembre Petritoli sarà invasa dal colorato popolo della solidarietà, vista in tutte le sue sfaccettature. L’appuntamento a Petritoli de “I
borghi e le piazze dell’economia solidale 2005” prevede incontri, spettacoli
teatrali e musica, oltre alla presenza di numerosi stand, anche gastronomici. Ecco
il programma in dettaglio. INCONTRI Sabato
pomeriggio alle 16,00, nel salone del Centro di Aggregazione Giovanile inizia il
convegno “Vivere la solidarietà”, con la partecipazione di Edo Patriarca,
portavoce nazionale Forum terzo settore, Ettore Masina, giornalista e scrittore,
e mons. Bruno Frediani, esperto di cooperazione sociale, già vicedirettore
della Caritas italiana. Seguono quindi tre gruppi di lavoro sulla solidarietà
nell’economia, nelle relazioni e nella persona. Domenica
alle 15,30,
Sala della Biblioteca Comunale, presentazione del libro “Le mani in
pasta” di Carlo Barbieri. E’ la storia difficile e coraggiosa di alcune
cooperative sociali siciliane che da alcuni anni lavorano i terreni confiscati
ai boss della mafia. Il ricavato della vendita di questo libro sarà devoluto a
“LIBERA – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. SPETTACOLI Sabato
sera, alle 21,15, al Teatro Dell’Iride, Fuori Tempo, uno spettacolo teatrale
di contro-informazione per una società più umana e civile, di pace, di
nonviolenza, a cura del Gruppo Fuoritempo di San Michele al Fiume (PU).
Domenica
sera concerto di musica rock. STAND Grazie
all'Amministrazione Comunale di Petritoli, il centro medioevale sarà riempito
di stand dedicati a tutti gli aspetti dell’economia solidale e
dell’ecologia: il commercio equo e solidale, i produttori biologici, i
Gruppi di acquisto solidale, il CSV-Centro servizi per il volontariato,
l’artigianato artistico, la bioedilizia (con la presentazione della casa
ecologica del Consorzio Bioregionalistico Marche-EQue), il turismo
responsabile, la finanza etica e i servizi, con Banca etica e servizi di
telefonia e assicurazioni etiche, il software opensource, la cooperazione
internazionale, le associazioni ecologiste, la stampa e l’editoria
indipendente e altro ancora. Non
mancheranno stand gastronomici con la possibilità di gustare alimenti preparati
con i prodotti biologici e del Commercio equo e solidale Per
ulteriori informazioni: telefono 071-742045 - 335.6914928 (Paolo
Chiavaroli) e-mail - assores@live.it oppure
telefonare all'Amministrazione Comunale di Petritoli
I
borghi e le Piazze dell’economia solidale
Iniziativa
della Rete di Economia Solidale delle Marche in collaborazione con l'Amminstrazione
comunale di Petritoli viaggio
tra le comunità locali della nostra Regione,
evento
itinerante costituito da una mostra-mercato delle attività e dei prodotti
dell’economia solidale; alla mostra-mercato si affianca un programma di
incontri pubblici sui temi propri dell’economia solidale e di spettacoli,
laboratori, attività intese come occasioni di socialità, espressività e
creatività. rete
di relazioni nel territorio e nel tempo l’iniziativa favorisce l’avvio di relazioni molteplici con la comunità locale nelle sue diverse articolazioni (amministrazione, scuola, realtà associative, produttive, ecc.) e si pone l’obiettivo di dare continuità alla relazione stessa trasformandola in un percorso di ricerca comune che incida sul tessuto sociale nella prospettiva dell’economia solidale.
SCHEDA
DI ISCRIZIONE PER GLI ESPOSITORI I borghi e le Piazze dell’economia solidale Ultime possibilità di iscrizione per gli espositoriPer ogni informazione si prega telefonare al n. 071-742045 chiedendo di Paolo Chiavaroli oppure al 335-6914928 Condizioni per gli espositori 1)
L’organizzazione
mette gratuitamente a disposizione degli espositori n. 40
stand delle dimensioni di m. 3,5 x 3,5, un tavolo, due sedie e faretto per
illuminazione, presa corrente elettrica. Lo stand è dotato di pareti (teloni) . Gli
stand saranno collocati negli spazi all'aperto previsti all'interno del paese
(piazze e vie). Tenendo conto che la manifestazione è rivolta ad un pubblico
generico, non troppo informato sui temi e settori dell'economia solidale è
gradito che gli espositori portino materiale informativo sulla loro esperienza,
sulle loro attività e sui principi che li ispirano, da distribuire alle persone
che visiteranno la manifestazione. 2)
Le
domande di partecipazione (richiedere il modulo di iscrizione ad
assores@live.it) saranno accolte tenendo conto l’ordine di ricevimento
delle stesse e l’obiettivo di ospitare le diverse esperienze dell’economia
solidale. Conferma dell’ammissione alla manifestazione sarà comunicata entro
il giorno 20 luglio 2005. 3)
La
partecipazione alla manifestazione comporta il versamento di una quota di
iscrizione di 25,00 Euro che dovrà essere versato all’atto dell’iscrizione
allegando un assegno circolare al modulo di iscrizione. In caso di non
ammissione la quota sarà restituita. Agli espositori che svolgeranno
all’interno della manifestazione attività di vendita è richiesto un
ulteriore contributo libero da versare alla conclusione della manifestazione,
che potrà essere calcolato come una piccola percentuale sulle vendite. 4)
Agli
espositori verranno consegnati gratuitamente al momento dell’arrivo n.
50 sacchetti (valore 15 €) in carta ecologica con manici (27 x 37 x13)
riportante il logo della manifestazione. E’ possibile acquistare altri
sacchetti al costo di 0,30 Euro cadauno facendone richiesta sul modulo di
iscrizione e, se ancora disponibili, nei giorni della mostra-mercato. 5) Gli espositori potranno allestire i propri stand dalle ore 11 di sabato 3 settembre L’allestimento degli stand dovrà comunque essere conclusa per le ore 15,00. 6)
Gli espositori si impegnano ad osservare per il proprio stand il seguente
orario:
sabato 3 settembre
15,00 - 23,30.
domenica 4 settembre
15,00 - 19,30. 7)
Per
gli espositori che lo desiderano è prevista la possibilità di alloggiare
gratuitamente il Sabato notte presso le famiglie di Petritoli, oppure presso
l’albergo-ristorante Roma (tel. 0734-658146), a prezzi modici convenzionati
con gli organizzatori. APPUNTAMENTI
XVII ^Edizione della Festa per la Libertà dei Popoli13
Luglio- 16 Luglio 2005 Forte
Altavilla - Pietralacroce Ancona UMANITA’ IN CAMMINO…. NOMADI
DI FATTO "Le
guerre dimenticate e i diritti negati" Laboratorio Sociale ad ANCONA http://www.laboratoriosociale.org PROGRAMMA: Mercoledì 13 luglio: ore 18,30LABORATORIO CITTADINO “I CANTIERI DI ANCONA:
Per
una nuova stagione politica” ore 21,30- TRAIN DE VIE, pop-folk,
presentano
il disco “Cacciatori di Nuvole” Giovedì 14 luglio: ore 18,30 “Approdo:quali
diritti?”
Dibattito con:
Christopher
HEIN, Direttore Nazionale del C.I.R.
Serena
BARTOLUCCI, C.I.R. Ancona
Interventi e testimonianze di migranti
ore 21,30 POLYETNIC
MUZAK, folk europeo
Venerdì 15 luglio: ore 18,30 "GUerre
e persecuzioni.”
Dibattito con:
Maurizio MATTEUZZI, red. “Il Manifesto”
Paolo
PIGNOCCHI, Resp.
Amnesty Nazionale Barbara Monachesi - Coop . Women’s FondationInterventi e testimonianze di migranti ore 21,30 I PICARIELLI, pizziche e tammuriate
Sabato 16 luglio ore 18,30 “Mediterraneo
gli abissi di una guerra silenziosa”
Dibattito con: Marcella DELLE DONNE, Univ. La Sapienza di Roma Renato NOVELLI, Univ. Politecnica delle Marche Interventi e testimonianze di migranti INCONTRO
CON I BAMBINI DEL SARAWI Clown ore 21,30 GIÙ IL CAPPELLO, ore 21,30 GIÙ IL CAPPELLO, musica folk-rock italiano OGNI
SERA CUCINA ETNICA ALL’INTERNO
DELLA FESTA: Mostre,
banchetti, proiezioni video, tavoli dell’associazionismo e del volontariato,
libri e riviste e materiale di diffusione delle varie esperienze, spazio gioco a
cura del Jeyfestival di Legambiente PER
TUTTE LE SERATE L’INGRESSO
E’ LIBERO OGNI
SERA CUCINA ETNICA ALL’INTERNO DELLA FESTA: Mostre ,banchetti, proizioni video, tavoli dell’associazionismo e del volontariato, libri e riviste e materiale di diffusione delle varie esperienze PER TUTTE LE SERATE L’INGRESSO E’ LIBERO ALL’INTERNO DELLA FESTAMostre ,banchetti, proizioni video, tavoli dell’associazionismo e del volontariato, libri e riviste e materiale di diffusione delle varie esperienze INIZIATIVA
PROMOSSA DA:
Amnesty International, Amici di Piabetà, Circolo Africa, Circolo Equo
& Bio, Circolo "Laboratorio Sociale", Circolo Terra Nuova,
Consiglio Italiano Rifugiati, Consorzio Italiano Solidarietà Cooperativa Mondo
Solidale, Coopi-Marche, Emergency, Missionari Saveriani, Rete
“Diritti ora!”, Servizio
Civile Internazionale, Time for Peace and Development IN
COLLABORAZIONE CON: Provincia
di Ancona, Comune di Ancona, I Circoscrizione Comune di Ancona
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APPUNTAMENTI
11
settembre 2005 Marcia
Perugia-Assisi per
la giustizia e la pace Mettiamo
al bando la miseria e la guerra. Riprendiamoci l’Onu. Io
voglio. Tu vuoi. Noi possiamo. APPELLO Dal
14 al 16 settembre 2005 i Capi di stato di tutto il mondo si riuniranno a New
York per decidere, a cinque anni dalla Dichiarazione del Millennio, quali nuovi
impegni assumersi per migliorare la vita nel pianeta, lottare contro la povertà,
promuovere la pace e la sicurezza, difendere i diritti umani e l’ambiente,
riformare l’Onu. Un’agenda troppo importante per essere lasciata nelle mani
degli stessi governi che, in buona misura, sono responsabili delle drammatiche
condizioni in cui versa l’umanità e della grave crisi delle Nazioni Unite.
Per questo invitiamo tutti, ragazze e ragazzi, donne e uomini, movimenti e
organizzazioni della società civile, Comuni, Province e Regioni a partecipare
alla Marcia Perugia-Assisi per la giustizia e la pace che si svolgerà domenica
11 settembre. Ancora una volta hanno promesso e non hanno mantenuto gli impegni.
Non restiamo in silenzio! Potevano salvare la vita di centinaia di milioni di
persone. Costringiamoli a farlo ora! Vieni
anche tu indossando una maglietta bianca. Insieme creeremo la fascia bianca
vivente più lunga del mondo. Una fascia bianca (simbolo dell’impegno mondiale
contro la povertà) con un messaggio chiaro: mettiamo al bando la miseria e la
guerra. Riprendiamoci l’Onu. Io voglio. Tu vuoi. Noi possiamo. *
* * Il
mondo è sempre più affamato, disperato, violento e violentato. Crescono la
miseria, le malattie, le disuguaglianze e l’ingiustizia che le alimenta.
Crescono lo sfruttamento
e la spoliazione dei paesi ricchi a danno di quelli più poveri. Cresce
il degrado ambientale e la competizione per le risorse naturali. Insieme con la
globalizzazione cresce la criminalità internazionale. Crescono l’illegalità
e l’impunità. Crescono anche i traffici di droga, di rifiuti tossici, di
esseri umani, di armi leggere e pesanti. La guerra, l’uso della forza militare
è tornata al centro delle relazioni internazionali. Sebbene in tutto il mondo
si stia affermando l’idea della sicurezza umana, continuano ad imporsi
dottrine militariste di sicurezza nazionale. E’ ricominciata la corsa al
riarmo e con essa sono in continuo rialzo le spese militari. Si moltiplicano gli
atti di terrorismo seminando angoscia e disperazione. Allo stesso tempo la
cosiddetta “guerra al terrorismo” produce nuovi conflitti, orrori e
violazioni dei diritti umani. I signori della guerra e del terrorismo hanno
trasformato l’informazione in un campo di battaglia: per imporre la propria
agenda e la propria volontà usano la menzogna, la deformazione della realtà,
lo stravolgimento dei fatti e della verità. La lotta al terrorismo sta
spostando l’attenzione e le risorse del mondo dalle principali cause
d’instabilità come la povertà, le malattie infettive, il degrado
dell’ambiente e la crisi delle risorse naturali. Ci
sarebbe bisogno dell’Onu ma l’Onu è sotto attacco, sempre più indebolita,
delegittimata e marginalizzata. I suoi poteri, le sue risorse e le sue funzioni
sono stati drammaticamente ridotti. L’unilateralismo dei più forti e
un’incontrollata globalizzazione stanno mettendo da parte la sola “casa
comune” dell’umanità. Allo stesso tempo importanti decisioni politiche ed
economiche continuano ad essere assunte in sedi e istituzioni internazionali
prive dei necessari principi, valori, legittimazione e controllo democratico.
Spesso i governi che controllano e gestiscono l’Onu non mantengono nemmeno gli
impegni politici ed economici che hanno volontariamente sottoscritto (come sta
avvenendo con gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio); violano i diritti umani
e gli stessi principi di legalità e di democrazia internazionale che proclamano
nei loro discorsi e nelle loro risoluzioni; procedono nella gestione degli
affari internazionali senza tener in alcun conto le proposte che la società
civile mondiale continua ad avanzare. Alcuni, addirittura, stanno palesemente
tentando di imporre all’Onu la dottrina della guerra preventiva. Milioni
di persone e migliaia di organizzazioni della società civile ed enti locali
sono impegnati in tutto il mondo per denunciare, arrestare e invertire questi
processi. Nonostante la sordità e l’opposizione di molti governi e poteri
economici, le loro lotte e il loro costante lavoro quotidiano stanno costruendo
un argine al disordine internazionale, favorendo l’incontro di civiltà,
gettando le basi di una nuova cittadinanza planetaria, promuovendo un’economia
di giustizia e la democrazia, difendendo
i diritti umani, i beni comuni e l’ambiente. Insieme
a loro, domenica 11 settembre 2005, rinnoviamo il nostro impegno concreto per la
giustizia e la pace, per costruire un nuovo mondo più giusto, pacifico e
democratico per tutti. Io voglio. Tu vuoi. Noi possiamo. *
* * Mettiamo
al bando la miseria. Non
ci sono più scuse. La miseria non è un fenomeno naturale ma la più crudele
delle ingiustizie. Essa cresce in un'economia organizzata per il profitto di
pochi anziché per il benessere di tutti, che mette il mercato al di sopra delle
persone e che privilegia la competizione selvaggia anziché la cooperazione, i
profitti resi possibili dalle disparità anzichè la riduzione di esse; le
rendite finanziarie e i guadagni speculativi anziché la produzione; la crescita
quantitativa dell'economia anzichè la qualità e la distribuzione dei beni e
dei servizi; lo sfruttamento della natura e dell'ambiente anziché la loro
protezione. I poveri sono la maggioranza sulla terra e la miseria li uccide ad
ogni istante, anche quando le pistole sono silenziose.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce a tutti il diritto ad un
tenore di vita dignitoso; il diritto al cibo, al vestiario, alla salute, alle
cure mediche, all’abitazione, all’istruzione, al lavoro. La miseria è la più
grande ed estesa violazione dei diritti umani. Per questo deve essere messa al
bando. Sradicare la miseria è possibile e deve essere il primo impegno
di tutti i politici e di tutte le istituzioni. Le
risorse e le conoscenze per farlo non mancano. Raggiungere gli Obiettivi di
Sviluppo del Millennio non è un optional: é il minimo che si possa fare per
cominciare a ripagare il nostro debito di giustizia con il mondo e per mettere
un freno alla crescente instabilità internazionale. Nessun esercito,
nessun muro, nessun fossato potranno garantire la nostra sicurezza se, intorno a
noi, continueremo a lasciar crescere miseria e disperazione. Sempre più la
nostra pace e la nostra sicurezza dipendono non dai nostri muscoli o dal nostro
buon cuore, ma dal nostro impegno per la giustizia, per la rimozione delle cause
e delle istituzioni dell’ingiustizia. Mettiamo
al bando la guerra. La
guerra è proibita dalla Carta delle Nazioni Unite, dal diritto internazionale,
dalla morale e, alla luce della storia drammatica degli ultimi anni, anche da un
sano realismo. La guerra non ha senso perché è ormai chiaro che anche una
guerra vinta non chiude il conflitto che voleva risolvere: lo riapre in forme
ogni volta più terribili. Nessuna delle guerre intraprese dalla fine della
guerra fredda, con le più diverse motivazioni, può dirsi conclusa. La puoi
chiamare come vuoi, giusta, umanitaria, preventiva, inevitabile: il risultato
non cambia. La guerra non risolve i problemi: li complica. La difesa dei diritti
umani, delle persone e dei popoli, che ci viene fatto obbligo di esercitare
richiede ben altri strumenti, tempi e modalità. Nessuno può permettersi di
usarla strumentalmente per i propri interessi. Se è vero che la libertà e la
giustizia non si conquistano con il terrorismo è altrettanto vero che il
terrorismo non si vince con le bombe. Per questo, insieme ai familiari delle
vittime dell’11 settembre, denunciamo l’assurda pretesa di chi
afferma di voler fermare la violenza con altra violenza. La guerra è una
risposta sbagliata, inefficace, illegale, pericolosa e va messa al bando.
Gridiamolo insieme: mai più guerra, mai più terrorismo, mai più violenza. Riprendiamoci
l’Onu. Il
futuro dell’Onu ci riguarda tutti. Non ci sono diritti umani senza istituzioni
internazionali, democratiche e indipendenti, capaci di farli rispettare. L'Onu
è malandata ma se non ci fosse dovremmo inventarla. I responsabili della sua
profonda crisi portano i nomi e i cognomi dei governi che la controllano. L’Onu
di cui abbiamo bisogno deve essere più forte e più democratica, trasparente e
partecipata, aperta alla collaborazione permanente con la società civile
mondiale, con gli Enti Locali e con i Parlamenti, capace di prevenire lo scoppio
di nuovi conflitti armati e di promuovere il disarmo, impegnata a difendere il
diritto internazionale dei diritti umani e a mettere al bando la guerra, decisa
a riconquistare una centralità politica nel campo sociale, ambientale ed
economico (i tre pilastri fondanti del concetto di sviluppo sostenibile),
impegnata, insomma, a promuovere davvero “tutti i diritti umani per tutti”.
A sessant’anni dalla sua fondazione, dopo oltre quindici anni di dibattiti,
gruppi di lavoro, comitati di saggi, rapporti e raccomandazioni è necessario
riconoscere che nessuna riforma positiva delle Nazioni Unite sarà possibile
senza una forte pressione della società civile mondiale. Il 2005 deve essere
l’anno in cui prende avvio una grande mobilitazione per salvare,
democratizzare e rafforzare le Nazioni Unite e, più in generale, per costruire
un nuovo ordine mondiale pacifico, giusto e democratico. La convocazione di una
“Convenzione universale per la democratizzazione e il rafforzamento delle
Nazioni Unite” può essere il primo obiettivo concreto. Riprendiamoci l’Onu.
E’ nostra. E’ dei popoli. Di tutti i popoli. *
* * Ripartiamo
dall’Italia. L’Italia
occupa un posto importante nel mondo. In nome dei propri valori, della propria
Costituzione, della vocazione europea che condivide, della cultura che
custodisce, della società civile che la arricchisce potrebbe fare cose
importanti per sé e per tanta parte dell’umanità. E invece, da tempo, il
nostro paese è diventato un problema per il mondo. E la sua credibilità
internazionale è al minimo storico. E’ scandaloso che l’Italia, a causa dei
continui tagli dei fondi alla cooperazione internazionale, sia scivolata
all’ultimo posto nella classifica dei paesi donatori in Europa e in occidente.
Altrettanto scandaloso è il modo in cui i pochi fondi disponibili vengono
gestiti, la mancata cancellazione del debito dei paesi impoveriti, l’adesione
del governo italiano alla dottrina della guerra preventiva, la ripetuta
violazione della Costituzione e del suo articolo 11, gli ostacoli frapposti alla
costruzione di una politica europea di pace, il continuo aumento delle spese
militari, il duro colpo inferto alla legge per il controllo del commercio delle
armi, il grave atteggiamento assunto nei confronti dei rifugiati e degli
immigrati,… Tutto ciò è ancora più insopportabile se si considera che la
grande maggioranza degli italiani ha dato continua e chiara dimostrazione di
avere tutt’altri principi e orientamenti sulla lotta alla miseria, sulla
guerra, sulla cooperazione, la giustizia e la democrazia internazionale. Un
cambiamento radicale è necessario e urgente. Alcuni paesi europei hanno già
cambiato direzione. Perché non deve farlo l’Italia? Le conseguenze delle
crescenti disuguaglianze e tensioni internazionali non risparmiano il nostro
paese. Quello che non investiamo oggi nella prevenzione e nella giustizia
pagheremo cento volte in più domani per fronteggiare insicurezza e instabilità. Per
questo, domenica 11 settembre, alla vigilia del vertice delle Nazioni Unite, in
occasione della giornata mondiale di mobilitazione contro la povertà, la guerra
e l’unilateralismo lanciata dal Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre,
insieme a milioni di cittadini di tutto il mondo aderenti all’Appello mondiale
all’azione contro la povertà, noi marceremo da Perugia ad Assisi per
chiedere, ancora una volta, al Governo, al Parlamento e a tutti i responsabili
della politica italiana di: 1.
attuare, senza ulteriori scuse, gli impegni assunti per sradicare la
povertà, costruire un’economia di giustizia e raggiungere, entro i tempi
stabiliti, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, con politiche e misure
sostenibili, coerenti, trasparenti e rispettose dei diritti umani che vedano il
pieno coinvolgimento degli Enti Locali e della società civile; 2.
promuovere un commercio più equo modificando radicalmente la politica
europea dei sussidi per l’agricoltura, assicurando il diritto alla sovranità
alimentare dei popoli, riconoscendo il legame tra produttori e territorio,
assicurando ai produttori dei paesi più poveri l’accesso ai nostri mercati,
condividendo i frutti della conoscenza globale, promuovendo l’occupazione, i
diritti fondamentali dei lavoratori, la difesa dell’ambiente e il
trasferimento delle tecnologie sostenibili ai paesi poveri; 3.
cancellare senza ulteriori inganni il debito estero dei paesi impoveriti,
applicando per intero la legge 209 del 2000, e rivedere il sistema di
concessione dei crediti che genera processi insostenibili di indebitamento; 4.
aumentare fino allo 0,7% del PIL le risorse destinate alla cooperazione
internazionale, al netto delle operazioni di cancellazione del debito, fissando
un piano pluriennale rapido, chiaro ed efficace, senza imporre ai paesi
beneficiari di comprare il “made in Italy”; 5.
definire, insieme alla società civile e agli Enti Locali, una nuova
legge per una seria politica italiana di cooperazione allo sviluppo efficace,
partecipata e coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile democratico; 6.
ritirare le nostre Forze armate dall’Iraq e da tutte le missioni
militari realizzate in violazione dell’articolo 11 della nostra Costituzione e
della Carta dell’Onu, ridurre le spese militari e il commercio delle armi,
promuovere il disarmo e la riconversione dell’industria bellica utilizzando le
risorse economiche risparmiate nella lotta alla miseria e al perseguimento degli
Obiettivi di Sviluppo del Millennio; 7.
costruire un’Europa di pace, autonoma e indipendente, determinata a
costruire un mondo più giusto, pacifico e democratico, decisa a combattere la
povertà promuovendo un’economia di giustizia, a ripudiare la guerra e a
contrastare ogni piano di “guerra infinita”, di “scontro di civiltà” o
di terrorismo per costruire nel Mediterraneo, nei Balcani e nel Medio Oriente
una comunità di pace, a saldare il suo debito storico con l’Africa e i suoi
popoli; 8.
salvare, democratizzare e rivitalizzare l’Onu restituendogli la
centralità che deve avere nel sistema multilaterale, promuovendo una
Convenzione Universale sul futuro dell’Onu, aprendo le sue porte alla società
civile organizzata, in tutte le sue diverse espressioni, agli Enti Locali e ai
Parlamenti e assicurandogli i poteri e le risorse necessarie per: prevenire le
guerre e risolvere pacificamente i conflitti aperti; difendere e promuovere
tutti i diritti umani per tutti e dare efficacia alla giustizia penale
internazionale; intervenire adeguatamente sui problemi dell’ambiente,
dell’economia mondiale (beni pubblici globali, finanza, commercio, debito,…)
e promuovere regole e istituzioni internazionali più giuste, democratiche e
trasparenti; promuovere il disarmo generalizzato e la messa al bando di tutte le
armi di distruzione di massa; 9.
promuovere il cambiamento radicale del Fondo Monetario Internazionale,
della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e delle altre
istituzioni associate e il loro inserimento nel sistema delle Nazioni Unite in
modo da assicurare il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale,
dei principi e degli obiettivi dell’Onu; 10.
promuovere una più corretta e ampia informazione pubblica sui grandi
problemi del nostro tempo e sulle possibili soluzioni, sugli obiettivi di
sviluppo del Millennio, per sviluppare l’educazione permanente alla pace e ai
diritti umani attivando in particolare le risorse, gli spazi e le competenze del
servizio pubblico radiotelevisivo. La
Marcia Perugia-Assisi dell’11 settembre vuole ricordare ai governi e ai
potenti della terra che la stagione delle promesse è finita. Questo è il tempo
delle azioni. Non attuarle è da irresponsabili. La sesta Assemblea dell’Onu
dei Popoli e la seconda Assemblea dell’Onu dei Giovani, convocate
rispettivamente a Perugia e a Terni dall’8 al 10 settembre prima della Marcia,
contribuiranno a rafforzare l’impegno diretto della società civile e degli
Enti Locali. Non possiamo restare alla finestra. Non possiamo evitare le nostre
responsabilità. Non ci possiamo permettere un altro fallimento. Vieni
anche tu indossando una maglietta bianca. Insieme creeremo la fascia bianca
vivente più lunga del mondo. Una fascia bianca (simbolo dell’impegno mondiale
contro la povertà) con un messaggio chiaro: mettiamo al bando la miseria e la
guerra. Riprendiamoci l’ONU. Io voglio. Tu vuoi. Noi possiamo. Perugia,
2 luglio 2005 Per adesioni e informazioni:
Tavola
della Pace via
della viola 1 (06100) Perugia Tel. 075/5736890 - fax 075/5739337 - email
GAS:
INCONTRO A S.SEVERINO MARCHE
(comunicato
stampa) Si è tenuto presso l'azienda biodinamica Demetra a S.Severino Marche un incontro tra i GAS delle Marche con la presenza di GAS del Lazio e produttori di Marche, Abruzzo e Umbria. La crescita esponenziale, da due anni a questa parte, dei GAS nelle Marche ha stimolato l'interesse di conoscersi e dar vita ad alcune iniziative da collegare ad una rete già esistente della cooperazione e solidarietà. L’incontro nasce per l’iniziativa di due realtà organizzate che rappresentano una i produttori e l’altra i consumatori, ovvero l’associazione biodinamica da una parte e la rete GAS Marche dall’altra. Sono intervenute circa 50 persone a rappresentare le seguenti realtà: il consorzio Marche Eque, l’Associazione Biodinamica, i GAS di Pesaro, Urbino, Fano, Senigallia, Misa e Nevola, Roma, Recanati-Loreto-Porto Recanati, Tolentino, Macerata e Jesi, più diversi altri soggetti interessati. Dopo un’ampia presentazione è iniziato il confronto su temi precisi, quali le esigenze dei produttori e quelle dei GAS, la necessità di una associazione che rappresenti la rete dei GAS sia dal punto di vista fiscale che per i rapporti con le istituzioni, la possibilità di costruire un portale di e-commerce per i produttori dei GAS. Creare un economia solidale, attraverso i GAS, è la forma più immediata per mantenere in vita aziende che lavorano con coscienza per l'attività primaria dell'essere umano: produrre sani alimenti. Ambiente, Alimentazione e Salute, legati inscindibilmente tra loro, sono elementi fondamentali per una vita dignitosa e devono essere difesi e sostenuti da ogni uomo. |
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Passa Parola
Dopo
l’invio del terzo numero abbiamo avuto ancora nuove iscrizioni al
bollettino. Esso
si diffonde soprattutto grazie a voi lettori che lo trovano interessante e
utile. Invitiamo quindi i lettori a continuare il passa parola, inviandolo agli amici e conoscenti che possono apprezzarlo e chiedendo loro di iscriversi se vogliono continuare a riceverlo. Grazie
Diamo i numeri Questo bollettino è stato spedito a 480 nominativi Il documento contiene 116.340 caratteri in 21.419 parole in 2.289 righe.
Hanno collaborato a questo numero
Testi: Loris Asoli, Gabriele Darpetti, Paolo Chiavaroli, Katya Mastantuono, Michele altomeni, Patrizia Mercuri, Leonardo Valenti, Paolo Pinciaroli, Emilio Biondini, Alessandra Bloise Diana, Stefano Lentati, Davide Guidi.
Redazione:
Venetia
Villani, Loris Asoli Grafica, impaginazione e gestione elettronica: Katya Mastantuono
Comunicazioni di servizio
Per le comunicazioni seguenti si prega di mandare una e-mail all’indirizzo
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