INTRODUZIONE DI FUORITEMPO –  Per ricordarsi ancora che c’è stata una guerra in Iraq… Francesco

 

L’UNITA’

 

Alfabeto del Nuovo Iraq

Di Siegmund Ginzberg

Si sapeva che il difficile non sarebbe stata la conquista ma il dopo. Pochi immaginavano che sarebbe stata così difficile. Riaffiora l’incubo dell’inimmaginabile. Torna persino la parola tabù, quella che evoca il grande spettro che avevano cercato di esorcizzare per oltre un quarto di secolo: c’è chi ricomincia a chiedersi se in Iraq l’America non rischi di impantanarsi in un nuovo Vietnam. Impossibile, dice il senso comune. Altri tempi, un altro mondo. Sarà. Non ce la dicono tutta, così come non ce l’hanno mai detta tutta nemmeno sul perché s’è fatta questa guerra. Ma da quello che si viene sapere, si vede in tv, si legge sui giornali americani e occidentali si ricava l’impressione che qualcosa gli stia andando terribilmente storto. Si affollano flash, problemi, interrogativi ancora senza risposta. Proviamo a procedere in ordine alfabetico.

Amici e nemici.

Gli iracheni sono stati «liberati» da una dittatura sanguinaria. Quasi senza incontrare resistenza. Ma allora perché gli occupanti e i liberatori si ritrovano con così pochi amici in Iraq? Dall'indifferenza si era passati d'un balzo agli scoppi di giubilo e alla distruzione delle statue di Saddam Hussein; dal giubilo sembra si sia passati rapidamente di nuovo all'indifferenza, poi all'ostilità. Nel Sud la furia di «civili armati» ha fatto in poche ore, in incidenti separati, più vittime tra i militari britannici di quante gliene avessero fatti i «regolari» del generale Alì il Chimico nell'infuriare della battaglia. Erano furibondi perché il giorno prima avevano sparato su civili che protestavano, dicono le agenzie. I pozzi, che così brillantemente avevano salvato dalle cariche piazzate dai fedeli di Saddam, non pompano ancora, in parte perché cominciano a saltare ora che tutto dovrebbe essere sicuro, soprattutto perché qualcuno ha fatto man bassa di parti e pezzi di oleodotto. A Baghdad, che non si era mai ripresa del tutto da caos e saccheggi, è andata di nuovo via la luce. «Sabotaggio», dice il proconsole Paul Bremer. Eppure s'era detto che il danno inflitto alle infrastrutture era incomparabilmente più lieve di quello prodotto durante la guerra del 1991, quando le centrali erano state martellate dai bombardamenti. Avevano ripristinato, si dice, la corrente in 40 giorni. Qualcuno ha anche un'altra spiegazione: «La differenza principale è che allora avevamo uno Stato. Tutti lavoravano 24 ore al giorno. Avevamo salari molto alti. Ci riempivano di soldi», dice Hassan all'inviato del Financial Times. Un nostalgico di Saddam? Un nemico degli americani? Non proprio. Mohsen T. Hassan è il direttore generale del ministero dell'Energia. Sulla sua scrivania ha il progetto da 680 milioni di dollari aggiudicato in appalto alla statunitense Bechtel. Ma non uno Stato che lo faccia eseguire.

E se la cosa più tragica fosse che gli americani avevano in fin dei conti pochi nemici in Iraq, ma se li stanno facendo dopo averlo liberato? Si potrebbe metterla in un altro modo: forse più che farsi nemici non riescono a farsi amici. Quelli che avevano aerotrasportato con loro, come il banchiere bancarottiere Ahmed Chalabi, lobbista del Pentagono, hanno dovuto rimandarlo a casa; gli sciiti, la maggioranza in Iraq, sono invisi perché tendenzialmente teocratici, e per giunta troppo occupati a scannarsi tra moderati, estremisti, filo-iraniani e anti-iraniani (la situazione è talmente ingarbugliata che sfida persino gli stereotipi); nel Nord curdi, arabi, cristiani sono troppo occupati a scacciarsi dalle rispettive case e dalle rispettiva terra. Bell'esempio di «nation-building». Mentre anche un giornale come il Washington Post, che pure aveva a differenza del New York Times sostenuto la guerra, comincia a ritenere che il problema possa essere che «la ricostruzione è in mani inesperte». «Affidarsi ai militari è stato un errore. Ci vogliono civili per un compito del genere. Ci hanno dato un compito per cui non ci eravamo preparati, non ci eravamo addestrati, non eravamo pronti», gli dice un «senior Us official». C'è solo qualcosa di peggio degli imperialisti: degli imperialisti incompetenti, aveva detto qualcuno.

Counter-insurgency.

Sono passati quasi due mesi da quando atterrando spettacolarmente sulla tolda della portaerei Abraham Lincoln, ancorata al largo della costa californiana, George W. Bush aveva dichiarato trionfalmente conclusa la fase militare dell'Operation Iraqi Freedom. Sei settimane dopo, l'Us central command aveva lanciato un'operazione dal nome di codice un po' più inquietante: «Desert Scorpion», per stroncare «una prolungata campagna di guerriglia» in quello che viene definito il «Triangolo sunnita», a nord e a ovest di Baghdad, con gli altri vertici a Tikrit, la città natale di Saddam, e a Falluja. Gli arabi sunniti sono solo il 20% della popolazione, ma quello che ha dominato il paese.

Il problema non è solo lo stillicidio di perdite (c'è chi ha osservato che, al ritmo attuale di 5 alla settimana, da qui alle prossime presidenziali americane potrebbero superare di gran lunga il numero dei caduti nella guerra vera e propria, e diventare un problema per Bush). È l'operazione stessa. Il primo a parlare di «counter-insurgency» era stato l'analista militare del New York Times, Michael Gordon. «A differenza dell'assalto a Baghdad, questo tipo di lotta non sarà misurata in termini di giorni, ma di mesi, forse anni...è una campagna di raid, rastrellamenti, bombardamenti, nel tentativo di isolare e distruggere i residui del vecchio ordine», aveva scritto. Poi si erano moltiplicati sui giornali americani titolo tipo: «I morti tra i civili suscitano furore anti-Usa», «La guerra è finita, ma i nostri soldati continuano a morire», «La campagna anti-guerriglia fa sì che l'esercito Usa da liberatore passi ad essere occupante», e così via. «Sopprimere la guerriglia senza alienare la popolazione è estremamente difficile...si ha a che fare con un gran numero di non combattenti per filtrare un pugno di guerriglieri...uno dei possibili risultati è una massiccia intrusione di forza in una comunità civile che inizialmente poteva anche essere neutrale, o anche amichevole, ma poi diventa ostile», cominciano a spiegare gli analisti di cose militari. Il guaio è che la terminologia stessa evoca immediatamente il Vietnam, la più tragica esperienza in cui, malgrado le intenzioni scientificamente accurate, non erano riusciti né ad avere ragione della guerriglia, né a «vincere cuori e menti» della popolazione.

Democratiya (democrazia in arabo).

Molti hanno mantenuto dubbi sulla pretesa che una delle ragioni della guerra fosse un «cambio di regime» per dare democrazia agli iracheni. Ci si chiedeva come si fa a «imporre» con la baionette la democrazia, per giunta in un paese che non l'ha mai conosciuta, dove il potere era da un secolo a questa parte passato di mano a Baghdad con sanguinosi colpi di palazzo, mantenendosi col pugno di ferro a tenere insieme sciiti e sunniti, fondamentalisti e nazionalisti arabi laici, curdi, cristiani assiri e beduini nomadi. Il guaio peggiore è che non sembra che ce la possano fare nemmeno se lo avessero voluto. E infatti pare che ci abbiano comunque già rinunciato. Quel che veniva preannunciato come possibile modello di «demokratiya» per l'intero mondo arabo rischia di essere una delusione anche per chi ci aveva creduto e sperato. Avevano preannunciato la costituzione di un governo ad interim. Prima hanno litigato tra il Pentagono che voleva imporre gli «esiliati» amici e gli altri che preferivano puntare su personalità locali, più rappresentative. Poi l'hanno rinviato sine die. Si era parlato di libere elezioni, ma è chiaro ormai che non ce ne saranno, per parecchio tempo: se ci fossero potrebbero prevalere gli sciiti, che sono in maggioranza, ma la regola della maggioranza evidentemente non vale se di questa l'arbitro ritiene di non potersi fidare. L'unica certezza è che l'occupazione militare durerà molto più a lungo di quanto gli stessi occupanti pensassero. «Forse anche 5 o 6 anni», cominciano a dire. Forse anche molti di più, pensano i più pessimisti.

Libertà di stampa e di opinione.

Molto più della caduta degli idoli di bronzo, il miracolo che aveva acceso speranze era stata la fulminea comparsa, per le strade di Baghdad, di centinaia di giornali, pubblicazioni, volantini, di tutti i tipi, una vera e propria eruzione di un vulcano soffocato così a lungo, decenni di media di regime, controllati da Saddam e dai suoi figli. Spontanea, irresistibile, ingenua. Ma anche questa speranza si è rivelata di breve durata. Torna la censura. Il responsabile dell'occupazione Paul Bremer ha emanato un editto con cui si proibiscono le notizie sgradite, e in particolare quelli che possono essere considerati attacchi contro le forze di coalizione o «di una parte degli iracheni contro gli altri». Bremer si è sforzato di spiegare che la misura non intende mettere il bavaglio alla libertà di espressione ma porre un freno «a coloro che incitano alla violenza politica, e coloro che riescono a incitare alla violenza politica». «In particolare contro le donne», ha aggiunto, certo di toccare un tasto ad effetto. Ma sta di fatto che quel che si deve dire o pubblicare (della tv gli americani si sono accortamente tenuti il monopolio sin dall'inizio), lo decidono gli occupanti.

La censura da parte degli occupanti ha certo importanti precedenti. Vi aveva fatto ricorso anche il generale Douglas MacArthur nel dopoguerra in Giappone, Era proibito far satira sugli americani, accennare alle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, diffondere il Nihon no Hongi, la Bibbia del nazionalismo scintoista. In quel caso - l'unico sinora assieme a quello della Germania - funzionò, sia pure dopo sei anni di occupazione, da parte di 200.000 soldati. Ma la differenza è che MacArthur, che pur temeva guerriglia e sabotaggi, era stato accolto nel paese dei kamikaze da funzionari che, con un inchino, si erano messi a sua disposizione per rimettere il Giappone in piedi. Bremer si trova invece alle prese con un popolo che avrebbe ragioni di cominciare a sospettare che le promesse di ricostruzione e nuovo ordine non glie l'hanno contata giusta.

(26/06/03)