INTRODUZIONE
DI FUORITEMPO: chi ha un po' di dimistichezza con la spesa di casa, avrà senz'altro
notato che in questi ultimi anni il prezzo di vendita del caffè non ha subito
variazioni sostanziali. Veramente molto strano se si pensa che il prezzo di
mercato di questa materia prima è letteralmente crollato. Il quadro diventa
assurdo se si prende in esame la situazione dei produttori di caffè
Sudamericani che ricavano talmente poco dalla vendita dei chicchi che sono
costretti a lasciare le piantagioni in stato di abbandono. La degenerazione del
liberismo, vuole infatti che le multinazionali importatrici di materia prima
per la torrefazione (che non viene fatta in loco perché non vi sono i mezzi,
della serie piove sul bagnato) impongano un prezzo che deve essere accettato!
Si, accettato qualunque esso sia! La grandissima diffusione di questa coltura
intensiva particolare, crea infatti un'offerta vastissima e l'imbarazzo della
scelta. In altre parole se il "nostro" Josè che si reca al mercato a
vedere i suoi 10 chili di caffè osa chiedere di essere pagato mezzo dollaro in
più l'importatore risponde "grazie e a non rivederci io vado da
Pablo"! Risultato: al prezzo al quale i distibutori sono disposti ad
acquistare, gli agricoltori non riescono a coprire nemmeno i costi di
produzione! Che il WTO non faccia nulla per ovviare a questa situazione in cui
le multinazionali del caffè mettono in cassa utili da capogiro e i lavoratori
che forniscono la materia prima fanno letteralmente la fame è a mio avviso
criminale. Ancor più criminale, dal momento che il prezzo al dettaglio del
caffè è congelato, è che il crollo che la quotazione del caffè ha
progressivamente subito gravi interamente in capo agli agricoltori Sudamericani.
La soluzione o
almeno un tentativo di combattere questa situazione, però esiste e si chiama
Commercio Equo e Solidale, che è una realtà sempre meno di nicchia. Ecco un
esempio di cooperazione tra Mondo Solidale (Marche) e la comunità di El Bosque
in Guatemala che sta funzionando, creando sviluppo e che speriamo si diffonda
anche in altre realtà rurali …dipende da noi. Simone
ALTRECONOMIA
n.37 - Marzo 2003
Qui la crisi del mercato miete vittime
Alla periferia del caffè
Dalle Marche al Guatemala. Ecco come
nasce un piccolo progetto di commercio equo. Con un occhio ai produttori più
poveri e marginali. E alla possibilità di favorire processi solidali.
DI PAOLO CHIAVAROLI
Con padre Victorio di strada ne abbiamo fatta: dalle
Marche al Guatemala.
Padre Victorio è arrivato a Matelica,
nell'entroterra marchigiano, tre anni fa Prima di queste colline ha conosciuto
quelle di Fraijanes, Santa Cruz Naranjo, Santa Maria Ixhuatan, piccoli centri a
sud di Città del Guatemala, luoghi in cui la sorte delle persone è legata a
quella del caffè. E Victorio sa bene come negli ultimi anni la vita da quelle
parti si sia fatta più difficile proprio per il disastroso crollo del prezzo
del caffè sui mercati internazionali. Ci siamo conosciuti un anno fà, al
telefono; aveva appena scoperto che esistono delle organizzazioni di commercio
equo e che una di queste ‑Mondo Solidale‑ si trovava nelle Marche.
L'idea: perché non tentare di avviare un progetto di importazione con le
comunità guatemalteche? Ecco perché, a partire da quella telefonata, ora ci
troviamo qui, in una serata calda e umida, all'uscita dell'aeroporto di Città
del Guatemala a caricare zaini su di un fuoristrada.
La gente è carica di storie da raccontare, in un
Paese uscito dall'incubo della dittatura militare da troppo poco tempo e dove,
si direbbe, le ferite sono ancora aperte e a quelle vecchie se ne aggiungono
altre, recenti, senza soluzione di continuità. Come l'attuale crisi del caffè
(il Guatemala è il settimo esportatore al mondo con 280 mila tonnellate di
caffè all'anno): tutte producono vittime e sofferenza.
Con queste impressioni lasciamo la città con
destinazione El Bosque, villaggio a metà strada tra FraJjanes e Santa Cruz,
nella provincia di Santa Rosa. Ci si arriva inerpicandosi su strade sterrate
che raggiungono i 1.500 metri di altitudine tra una vegetazione ricchissima e
scorci di un paesaggio mozzafiato segnato da enormi alberi da frutto, larghe
foglie di banano e dalle immancabili piante di caffe. Ed ecco El Bosque: una
chiesa, una stanzetta comunale accanto alla scuola, un paio di case. Il resto
degli abitanti è da scoprire infilandosi, appunto, tra campi e sentieri del
bosco. Oggi siamo fortunati e possiamo farlo, perché la pioggia tarda ad
arrivare.
Qui il segno della crisi è anche nelle piante di
caffè abbandonate o curate controvoglia, quasi senza speranza. I contadini di
El Bosque non sono consorziati in una cooperativa come succede nelle cittadine
dei dintorni Vendono il caffè così come lo raccolgono dalle piante e, quando va
bene, ottengono otto o nove dollari per un sacco da cento libbre. Non hanno
l'opportunità di lavorarlo e sono quindi l'anello più debole del processo di
commercializzazíone. Ma accade di scoprire, di tanto in tanto, un campo
rigoglioso e curato quasi come un giardino: sono possedimenti di
professionisti, avvocati di solito, che vivono nella capitale e che non hanno
problemi a conservare in ottime condizíoní la loro piantagione, nonostante la
crisi. Quando il prezzo del caffè tornerà a salire saranno proprio loro i primi
ad approfittarne.
Tra i sentieri incrociamo Mario, josè, Juan con
l'immancabile machete al fianco‑ e le loro famiglie, le loro case: il
cemento sotto i piedi per i più fortunati, la terra per gli altri. Dopo ogni
incontro si rafforza la sensazione che valeva proprio la pena d'arrivare fin
qui. E si comprende l'utilità di piccole realtà di commercio equo come la
nostra. Si tratta di operare su una scala così limitata, di relazionarsi con
persone e famiglie che ancora non costituiscono un'organizzazione". un
possibile partner per una grande centrale d'importazione e, ancor meno, per un
circuito quale quello dei prodotti a marchio ethical trade.
Proseguiamo tenendo d'occhio il cielo e cercando
d'indovinare quanto tempo ancora abbiamo a disposizione prima del temporale che
appare ormai certo. Torniamo a El Bosque il giorno successivo, per il primo
incontro con la comunità, al salòn comunal. Quando arriviamo qualcuno è già al
lavoro e tenta di spazzare fuori dalla stanza l'acqua piovuta la notte
precedente. Alla spicciolata arrivano uomini, qualche donna, bambini con
vestiti eleganti che stonano con le scarpe infangare Qualche tavola di legno
come panche e la riunione può iniziare: si parla di caffè ovviamente, di
cooperativa, di commercio justo, di prezzo solidario, di problemi, prospettive.
La quantità di caffè che, come Mondo Solidale, possiamo comprare è poco
rispetto a quello che i contadini di qui avrebbero bisogno di vendere.
Si discute dell'organizzazione: se ciascuno continua
a lavorare per proprio conto non accadrà nulla, al massimo ogni famiglia
intascherà una manciata di dollari in più. Ma se il surplus di prezzo garantito
dal commecio equo viene gestito da un gruppo di produttori organizzati, si
capisce subito che le cose potrebbero cambiare sensibilmente. Si potrebbe
finanziare l'acquisto dell'attrezzatura del centro sanitario che per ora è solo
un capannone vuoto, oppure un fondo comune per erogare piccoli prestiti alle
famiglie (da usare, magari, per sistemare le abitazioni). Oppure, ancora, si
potrebbe comprare la macchina per lavorare il caffè e la macchina potrebbe
servire anche per altri, creare nuove occasioni di reddito, rendere più forti e
autonomi i contadini e, in fondo, più liberi. La discussione finalmente decolla
e l'idea di mettersi nella condizione di gestire comunitariamente le varie fasi
di lavorazione del caffè piace molto. Quasi senza accorgercene scende la sera e
scivoliamo nel buio, perché nella stanza non c'è luce elettrica.
E' anche tempo di salutarci.
Il lavoro continua ora a migliaia di chilometri di
distanza. I produttori a mettere in piedi la propria cooperativa, ad organizzare
la prima esportazione di caffè, a decidere dove acquistare la macchina; noi, in
Italia, a cercare un torrefattore, a scegliere una confezione e, soprattutto, a
chiederci come raccontare questa storia a chi, fra qualche mese, avrà tra le
mani un pacchetto di caffe di El Bosque.
Come
e perché si costruisce una cooperazione diretta
Gemellaggi e start up
Le botteghe del commercio equo sono officine di idee
e di nuovi rapporti con il Sud del mondo. In alcuni casi
potremmo dire che svolgono una preziosa funzione di start up (di sostegno nella
fase di lancio) di nuove esperienze di produzione ed esportazione nei Paesi del
Sud. In altri casi hanno dimostrato di avere attenzione e sensibilità per
intervenire in casi di crisi, per sostenere per esempio una realtà che già
esiste ma che attraversa un momento di difficoltà (è il caso dei
"gemellaggi" sostenuti dalle botteghe del consorzio Ctm).
Ma
qual è il ruolo e lo spazio per questo tipo di importazioni?
L'abbiamo
chiesto a Stefano Magnoni, che tiene insieme la doppia esperienza di
coordinatore di i una cooperativa di botteghe (Chico Mendes di Milano) e quella
di fondatore e membro del consiglio di amministrazione della più importante
realtà di importazione del commercio equo italiano, Ctrn Altromercato.
Ecco
quello che ci ha risposto.
"Senz'altro
molti contatti con i produttori del Sud nascono e si sperimentano nelle
botteghe. P infatti proprio qui che c'è un enorme patrimonio di disponibilità,
di tempo e di competenze messe gratuitamente a disposizione per scoprire e
sperimentare nuove idee di importazione. E c'è la voglia di
conoscere, di condividere e di aiutare a creare alternative economiche per i
produttori del Sud. Questa è anche la nostra storia. L'esperienza ci dice però
che fare sia l'importazione sia la vendita, e poi essere presente sul
territorio con le mille azioni di promozione culturale, è difficile e
antieconomico. In dodici anni di vita, potrei dire che abbiamo tentato di fare
partire una quarantina di rapporti diretti di importazione; ma solo quattro
sono diventati progetti veri e propri, quindi circa il 10 per cento delle
azioni intraprese ha avuto un seguito. E di questi progetti due sono rimasti
nell'ambito della cooperativa (i prodotti importati sono venduti nelle nostre
botteghe) e altri due sono stati passati al consorzio Cani. C'è un grosso
dispendio di gratuità e di energie da parte delle botteghe, che può portare le
stesse botteghe a svolgere un ruolo di start up sui nuovi progetti (e che, in
un futuro, potrebbe anche essere sostenuto dalle centrali). chiaro che le
botteghe sono in genere più flessibili rispetto a una centrale di
importazione, anche per occuparsi di progetti più piccoli o marginali.
E' altrettanto
vero ‑o almeno questa è la nostra esperienza‑ che le cose funzionano
quando i volumi importati sono ridotti. E, in questo caso, è più facile che un
progetto nasca nell'ambito dell'artigianato che in quello degli alimentari,
anche perché qui le normative per l'importazione sono molto più
severe e complicate.
Le
botteghe hanno ben presente l'idealità: il compito non è solo di entrare in
relazione con produttori già strutturati e affermati, ma aiutare anche i
piccoli a crescere e a darsi opportunità di sviluppo. P un aspetto che non va
dimenticato: gestire un progetto in maniera diretta è un modo anche per far
crescere la partecipazione dei volontari, per compattare il gruppo, per
coinvolgerlo a 360 gradi: 'ci trovo gusto, trovo un senso in quello che faccio,
vedo di persona i risultati'.
Ma,
attenzione: poi bisogna trovare anche un senso complessivo dell'operazione.
Spesso importare e distribuire ha costi altissimi: all'inizio sono assorbiti
dalla buona volontà, ma poi devono creare competenza e occasioni di lavoro vere
e proprie altrimenti, alla prima bufera, rischiano di soccombere. D'altra parte
è proprio per questo che in Italia sono andate strutturandosi le centrali, nel
loro ruolo specifico di importatori: perché, possono garantire continuità e
professionalità ai produttori. E non solo continuità economica. C'è poi la fondamentale
questione degli standard, delle certificazioni, delle verifiche dei produttori.
Su
questo punto non sempre le botteghe sono in grado di garantire un livello di
lavoro adeguato".
"EL
BOSQUE" IN VENDITA DALL'ESTATE
Mondo
Solidale con il caffè El Bosque brinderà ai suoi primi lo anni di vita. La
cooperativa marchigiana
è nata infatti nel 1993 e oggi conta 13 botteghe più un magazzino regionale, gestiti
da 14 gruppi. Ha 4.200 soci di cui circa 500 attivi nella gestione quotidiana
della struttura, quattro sono i soci lavoratori. Da dicembre 2002 si è
trasformata in cooperativa sociale di tipo A (socio‑educativa) impegnata
nel campo dei diritti umani, con il commercio equo come
strumento principale.
La
cooperativa di produttori di El Bosque, in via di costituzione, si chiamerà
"Nueva Esperanza" e al momento ha 42 soci, ma considerando anche i
nuclei familiari le persone coinvolte sono 211. Le prime lo tonnellate di caffè
El Bosque verranno importate da Mondo Solidale in collaborazione con Equoland, centrale
fiorentina del commercio equo e una delle prime cinque in Italia.
Per
100 libbre di caffè (cioè 45 chilogrammi circa), Mondo Solidale paga al El
Bosque 126 dollari, oltre il doppio dei prezzo di mercato, e il 50% dell'ordine
è già stato anticipato ai contadini sotto forma di prefinanziamento.
Le
prime confezioni di caffè saranno in vendita dalla prossima estate. Info: www.mondosolidale.it
RECIPROCI
INTERESSI
Le botteghe dei
commercio equo sono nate spesso attorno a rapporti di conoscenza, o a viaggi:
si va in un Paese dei Sud, nascono i primi legami con i produttori (come nel
caso dei Guatemala raccontato in queste pagine), si pensa a come aiutarli a
crescere. E si sperimentano le prime importazioni (e i primi scontri con la
burocrazia alle frontiere). Ecco, tra i tanti, due esempi di
'Importazione diretta».
Intrecci palestinesi
1 ricami palestinesi passano per lecco. Mondo Equo,
la bottega locale, dal 1987 importa i prodotti di Al Badia, cooperativa dì cui fanno
parte un centinaio di donne palestinesi dei campi profughi in Libano. L'antica
tradizione dei ricamo diventa opportunità di lavoro in una situazione di
estrema povertà. I guadagni di Al Badia vengono reinvestiti nel l'associazione
Naideh (di cui la cooperativa è parte), che provvede a Ila formazione di
piccole unità di lavoro all'interno dei campi profughi, con laboratori
artigianali, scuole, asili, oltre a fornire assistenza sociale. I prodotti
ricamati di Al Badia importati da Mondo Equo vanno dagli abiti tradizionali
palestinesi, ad arazzi, portamonete, gilet, gonne, mantelli tradizionali,
portachiavi, tovaglie, zaini, centritavola.
Info: Mondo Equo, tel. 0341‑28.50.28,
www.mondoequo.too.it
Seta e ceramiche made in Vietnam
Diversa invece l'esperienza della bottega "Cose
dell'altro mondo"cli Milano che, dopo un viaggio di conoscenza, ha
allargato le importazioni dal Vietnam. Forse il merito è dei biglietti d'auguri
fatti con la seta e decorati con i motivi h'mong. In questo caso non si
è trattato di "far nascere" un nuovo produttore: "Craft
Link" l'organizzazione che riunisce numerosi piccoli produttori
(soprattutto donne) dei Nord dei Paese e li aiuta ad entrare nel mercato equo,
esisteva già. Ma oggi, nella bottega di Milano, trovate, oltre alle sciarpe di
seta già importate da Ctm Altromercato, anche borse, portafogli, copri cuscini.
E i raffinati biglietti d'auguri. Ma non solo: ceramica decorata (tazze e
tazzine, zuccheriere etisaniere) e prodotti in bambù, come piatti e ciotole.
Info: Cose dell'altro mondo, tel. 02‑89.40.17.35.