da
"Biblioteca das Alternativas del Fórum Social Mundial 2001
(www.forumsocialmundial.org.br)
La democrazia
rappresentativa e la democrazia partecipativa
di Raul Pont - Sindaco
di Porto Alegre (Discorso tenuto al "Seminario Internazionale sulla
Democrazia Partecipativa", realizzato a Porto Alegre l'11/11/1999)
Il
tema centrale di questo seminario è presente nel dibattito politico dell'umanità
già, come minimo, da due secoli. Le radici dei sistemi politici di
rappresentanza si incontrano nei regimi costituzionali degli Stati Moderni. I
regimi politici antichi e medievali, dall'esistenza in società schiave o
servili, non possono essere identificate con le situazioni inaugurate con lo
Stato Moderno. Lo stesso vale per l'Assolutismo, dove l'idea di
"contratto" già appare e il suddito è ormai portatore di alcuni
diritti, ma la sua condizione ancora è distante dalla qualifica di cittadino.
Le origini dei sistemi rappresentativi nascono da concezioni liberali che
esprimevano lo sviluppo e la maturazione delle società mercantili e delle
condizioni oggettive per il sorgere del capitalismo - l'accumulazione dei
capitali e l'esistenza del lavoro libero.
Questo processo non fu lineare, ne' simultaneo, nell'Europa o nel Nuovo Mondo.
Le contraddizioni e i conflitti sociali che permearono il sorgere del modo di
produzione capitalista si espressero attraverso varie correnti toeriche.
Semplificando, per effetto di questa presentazione, possiamo ridurre a due
grandi correnti ideologiche il pensiero borghese che giustifica la necessità
dello Stato e lo legittima.
Entrambe partono dal diritto naturale dell'uomo alla libertà e dalla critica
dello Stato assolutista. Quest'ultimo giustifica la sua esistenza dal diritto
divino delle monarchie o dal "contratto" attraverso del quale gli
uomini - per uscire dal permanente stato di guerra in cui, naturalmente, si
trovavano -, abdicavano dalla loro sovranità e la trasferivano in forma
assoluta a un re. Questa era, per gli assolutisti, l'unica condizione per la
quale gli uomini potevano vivere in armonia: tutti abdicavano la loro sovranità
per un Stato tutto potenza che, col timore e col potere coercitivo, garantiva la
pace e la vita nella società.
I due liberalismi.
La prima di queste correnti, la concezione liberal proprietaria, possessiva
segna il pensiero di John Locke (1632-1704) che critica l'Assolutismo non per il
suo carattere contrattuale (che già appariva nell'opera anteriore di Thomas
Hobbes), ma per la giustificazione del diritto divino nella quale i monarchi
cercavano di giustificare il loro potere assoluto. Il diritto naturale per Locke
è il diritto alla libertà che, unito con il lavoro, sorregge il diritto alla
proprietà: lo Stato ha come obiettivo difenderla. E ancora: questa deve essere
la funzione essenziale dello Stato sotto il controllo dei rappresentanti
delegati con il diritto di fare le leggi e applicarle.
L'altra corrente è la concezione liberale "egalitaria" di Jean
Rosseau (1712-1778). Per lui, il contratto sociale presuppone l'idea del diritto
naturale alla libertà, ma anche dell'eguaglianza come condizione umana.
Questa introduzione non è, dunque, una divagazione teorica. Essa cerca di
situare le origini del nostro dibattito sulla delegazione del potere e permette
di comprendere che questo non è un dibattito recente, ma che si è costituito
nei secoli in una sfida per l'umanità.
Le differenti spiegazioni teoriche e ideologiche di questo processo esprimono
interesse sociali distinti lungo la storia e ha, fino ad oggi, conseguenze
differenti nello sviluppo politico dell'umanità. Questo dibattito esprime
interessi distinti di classi e frazioni di classe nel passaggio da una società
di piccoli produttori, artigiani e agricoltori uscendo dal giogo feudale, verso
il consolidamento di una nuova elite dominante tipicamente capitalista.
Esso da la dimensione storica di cui questi concetti rispondono a un momento
dell'umanità e che non sono eterni, come non le furono le motivazioni del mondo
del feudalesimo e della transizione all'assolutismo. Sono relazioni della società
e dello Stato che possono essere alterate dal protagonismo degli agenti storici.
Ciò valeva per quell'epoca e vale, evidentemente, per i giorni d'oggi. La
concezione di proprietà si basava nell'idea che il diritto alla libertà è il
diritto alla proprietà. Lo Stato è il "contratto" per garantire la
manutenzione della proprietà e di altri diritti.
In questa concezione sullo Stato di Diritto, tanto in Locke come nelle
formulazioni di Kant (1724-1804) si presuppone i cittadini con diritti diseguali
in funzione della proprietà, "cittadini indipendenti e cittadini non
indipendenti". A questi, dalla loro condizione di nullatenenti, di non
proprietari, non si poteva concedere il diritto di voto, il diritto alla
rappresentanza nel potere dello Stato, della preferenza parlamentare.
Locke, malgrado la sua visione laica e della difesa della tolleranza in un'epoca
di intransigenze confessionali, vedeva lo Stato (la società politica che
risulta dal contratto) come quello che esprime la sovranità e il potere
coercitivo, incluso quello di condannare a morte!
Il liberismo egualitario di Rousseau
L'altra concezione, il liberismo egualitario di Rousseau, si basava nella
visione che "gli uomini nascono liberi e uguali", nonostante egli
constatasse pure che, nella sua epoca, "in ogni luogo (gli uomini) si
riscontravano piegati sotto i ferri".
Se la frase tracciava la realtà del mondo in cui viveva, dove gli uomini non
nascevano liberi e uguali, come "desiderava" il pensiero di Rousseau,
questo pensiero è valido per sorreggere il suo pensiero basato nella piccola
produzione e artigianato, la realtà delle piccole località e/o regioni che
rapidamente cominciavano ad essere superate dall'accumulo capitalista.
Questa realtà vissuta dall'autore fu sufficientemente forte per cui egli
difendesse la sovranità del popolo, formato da individui "liberi e
uguali" che non poteva essere trasferita dalla necessità o per scelta ad
un monarca come volevano gli assolutisti, ne poteva essere delegata, in un
contratto, allo Stato Parlamentare.
Diceva Rousseau che all'atto nel quale si realizza il contratto della società
politica, dove il popolo costituisce un governo, esiste un momento anteriore che
è quello in cui il popolo è popolo, e questa condizione è la condizione
fondamentale, la quale stabilisce una sovranità che non può essere trasferita,
delegata o divisa.
Per cui se manteneva le condizioni di libertà e di uguaglianza, dove nessun
cittadino perde la sua sovranità nel processo di formazione della volontà
generale, questa non può essere delegata o trasferita, per investire qualcuno
ad esercitarla, senza che i mandati siano revocabili in qualsiasi momento.
La concezione utopica di Rousseau era irreale in un mondo che rapidamente si
trasformava con l' accumulo dei capitali, ma preannunciava la grande sfida per
qualsiasi progresso democratico all'interno dei concetti liberali.
Liberismo non è sinonimo di democrazia.
A partire da queste grandi correnti si divergevano, lungo quasi questi due
secoli, sistemi politici rappresentativi con caratteristiche proprie, con
differenziazioni, ma basati in maniera predominante nella visione del liberismo
proprietario, possessivo.
Si sdoppiavano nelle forme delle repubbliche o monarchie costituzionali
parlamentari, dove la sovranità popolare veniva delegata al parlamento, che
unificava le funzioni esecutiva e legislativa a partire dai rapporti di forza
all'interno delle istituzioni. Si esprimevano anche nelle repubbliche
presidenziali ove la divisione dei poteri e delle competenze è più nitida e
dove l'Esecutivo e il Legislativo sono eletti da criteri distinti.
In questa lunga esperienza storica dei paesi liberali, ora abbiamo un elemento
di dibattito e scambio di informazioni nel nostro seminario: i sistemi
elettorali. Questi esprimevano differenti stadi di sviluppo economico e gradi
distinti nell'organizzazione politica delle classi, e frazioni di classe, nella
disputa degli spazi e rappresentanze nel sistema liberale.
Ma, principalmente, questo processo storico ha dato visibilità cristallina al
fatto che il liberismo, lungo questi due secoli, non è stato e non è sinonimo
di democrazia.
In qualsiasi paese, nel secolo passato e in questo, il diritto
all'organizzazione politico-partitica e al suffragio universale sono state
conquiste duramente raggiunte. Durante il liberismo, l'esercizio del voto fu
elitario, esclusivo e limitante: il voto sul censo, basato sulla proprietà e/o
sulle imposte dominò il secolo XIX.
Nel Brasile-Impero si escludevano i negri schiavi, gli indigeni, le donne, i
poveri, insomma, la maggioranza soprafatta della popolazione - situazione che si
è prolungata per le prime decadi del secolo XX. Va da sé che tutti costoro non
poterono essere definiti "cittadini indipendenti", come pensavano
Locke e Kant, lo era esclusivamente l'oligarchia fondiaria.
Le lotte sociali per il diritto alla sindacalizzazione, al partito politico e
alla universalizzazione del voto procedevano assieme alle lotte per la ore
lavorative giornaliere e le condizioni di lavoro in genere.
Il socialismo e la critica della rappresentanza.
Le nuove contraddizioni, i nuovi conflitti, le nuove relazioni di classe
produssero nuovi concetti politico-ideologici sia di concezione del mondo sia
delle relazioni tra la Società e lo Stato. Al pari delle rivendicazioni e
conquiste sociali si sviluppò una nuova idea nel mondo: il pensiero socialista.
Questo pensiero non è stato univoco, ma nella concezione marxista fa la critica
al concetto liberale, affermando -in forma schematica- il carattere di classe
dello Stato, la sua relazione e subordinazione agli interessi predominanti nella
società nella sfera della produzione.
L'uguaglianza dello Stato di Diritto non oltrepassa l'uguaglianza giuridica del
cittadino e solo tenta di nascondere l'enorme diseguaglianza presente nella
società civile in funzione della proprietà privata dei mezzi di produzione.
Eccetto la condizione insostituibile che il socialismo richiede per il
superamento della società di classi, ossia della fine della proprietà privata,
il marxismo non sviluppò una concezione dello stato socialista, nel senso di
teorizzare delle nuove istituzioni e su come sarebbero basate le relazioni
politiche nella nuova società.
Furono esperienze concrete come quella brillante della Comune di Parigi (1871) e
poi della Rivoluzione russa (1917) che permisero le sistematizzazioni teoriche e
permisero anche le proposte che ripresero il problema della rappresentanza
politica e della delegazione del potere.
La brevissima vita della Comune, soffocata dopo poco meno di due mesi, non
permise alle classi popolari che la promossero, sviluppare un nuovo tipo di
Stato. Ma già cercarono, almeno, di costruire nuove relazioni politiche dove
predominavano criteri per diminuire le deleghe del potere, ampliare la
revocabilità dei mandati, smantellare le forze armate sostituendole da
cittadini armati e diminuire le differenze di stipendio tra dipendenti pubblici,
controllando di non creare privilegi e favorire burocrazie.
La vittoria della Rivoluzione russa inaugurò una nuova tappa nella storia
dell'umanità; essa si propugnava di costruire le relazioni politiche di un
nuovo Stato, la cui grande pretesa e obiettivo era, anche, auto estinguersi
assieme alla fine della società di classi.
Il governo basato in consigli (soviet) -che riprendeva il vecchio tema della
delega del potere- si propugnava di superare la mera eguaglianza giuridica e la
distanza del potere dalla maggioranza della popolazione. Attraverso i soviet
desiderava fondere in un'unica persona il produttore e il legislatore.
L'esperienza sovietica non sopravvisse alla guerra civile e al processo di
autoritarismo e burocratizzazione che prevalse nella lotta interna in Unione
Sovietica. Il partito unico e l'identificazione di questo con lo Stato
centralizzatore e di tutto il potere, allontanò la possibilità della
fortificazione dell'autogestione, dell'autoorganizzazione e del controllo
democratico su uno Stato pianificatore solo "delle cose" e non uno
strumento di dominio di classe , "della gente".
Il "socialismo reale" dell'Est europeo e della Cina e dei loro seguaci
minori, soffocarono questo dibattito nel mondo della sinistra nel corso del
secolo e il lungo predominio delle esperienze social-democratiche, o delle
democrazie borghesi liberali, consolidarono la democrazia rappresentativa come
apice dello sviluppo politico dell'umanità.
Il loro lustro fu offuscato, certamente, dal rosario di dittature militari e di
autoritarismo populista che si succedettero in America, Africa e Asia. La stessa
Europa non rimase incolume, confermando che il secolo XX ancora non era il
secolo della civilizzazione.
Nelle ultime decadi, il fine della "guerra fredda", il collasso delle
esperienze dell'Est europeo e il fallimento della "dottrina della sicurezza
nazionale" in America Latina, consolidarono la democrazia rappresentativa
in un grande numero di paesi. Nei casi in cui si sostituirono alle dittature,
esse costituirono importanza nelle conquiste politiche di queste società.
La crisi della legittimità del sistema di rappresentanza.
È innegabile, oggi, che nella maggioranza dei paesi della democrazia liberale,
il sistema di rappresentanza vive un processo di crisi di legittimità, che si
esprime nell'astensione elettorale, nell'apatia e nella non partecipazione
politico-sociale e nei bassi indici di adesione ai partiti.
Le cause variano tra i diversi paesi, ma si può affermare che i principali
risiedono:
-nel processo di burocratizzazione e nel carattere autoritario delle
amministrazioni e parlamenti;
-nella mancanza di controllo degli elettori e/o del partito sugli eletti;
-nei sistemi elettorali che distorgono la rappresentanza, frodando la volontà
popolare, attraverso dei meccanismi distrettuali e/o sbarramenti che ostacolano
i partiti minori;
-nei cambi di schieramento senza perdita di mandato;
-nell'incapacità di questi sistemi di garantire la riproduzione del capitalismo
con legittimità di fronte all'evidenza che quest'ultimo è riproduttore di
diseguaglianza e di sfruttamento sociale.
La nostra esperienza di democrazia partecipativa.
È in questo quadro che la nostra esperienza di undici anni di democrazia
partecipativa, a Porto Alegre, acquisisce senso e importanza. Senza disconoscere
i limiti delle esperienze locali, anche la nostra esperienza pratica deve essere
inserita in un progetto maggiore, che pensa il paese dentro una nuova concezione
di mondo, non si esaurisce con l'incrociare le braccia e aspettare che tutti i
problemi teorici e strategici vengano risposti dal potere attuale. Alla fine,
come dice Eduardo Galeano, l'utopia, proprio quando sembra allontanarsi ha come
funzione di obbligarci a camminare per raggiungerla.
In questa ultima decade, abbiamo costruito, governo e movimento popolare, una
ricca esperienza partecipativa. Essa ha il suo centro nel Bilancio pubblico,
l'elemento più importante, ma non l'unico, in una gestione municipale.
Certamente il grado di comprensione e coscienza è differenziato tra i
partecipanti, ma chi vive questa pratica difficilmente non acquisisce altra
visione dello Stato, del suo funzionamento e del suo carattere. Quello che
importa, però, dal nostro punto di vista è che nella pratica sviluppata
risaltano esperienze che compongono o hanno la potenzialità di comporre un
progetto maggiore in cui venga ripreso il vecchio dilemma di come costruire e
garantire una democrazia coscientizzatrice e trasformatrice di se stessa.
Non pretendo riprendere la dinamica e i meccanismi di funzionamento di questa
esperienza.
Le sue commissioni regionali e tematiche, la sua organizzazione a partire da un
Regolamento Interno prodotto dai partecipanti e che si perfeziona lungo la
decade del 90, sono stati oggetto dei primi incontri di questo seminario. Il
nostro obiettivo, in questo momento è tentare di chiudere l'anello di una
esperienza completa con questo dibattito teorico storico sulla democariza
rappresentantiva e partecipativa.
Un metodo di attuazione politica.
Per noi, questa questione è principalmente programmatica, costituendosi in una
riflessione e in una pratica del campo politico democratico-popolare, che le
forze e partiti socialisti pretendono di rappresentare. La questione democratica
è centrale in qualsiasi processo di resistenza e superamento al neoliberismo
imperante. La democrazia pertecipativa, per il suo potere mobilitante e
coscientizzatore, permette ai cittadini di essere parte dello Stato,
amministrarlo e stabilire un legame tra le questioni teorico-programmatiche e il
metodo di costruzione di una esperienza di democrazia partecipativa nei suoi
elementi costitutivi.
Così, le principali caratteristiche della nostra esperienza possono essere
riassunte in alcuni aspetti suscettibili di servire come riferimento e metodo,
indipendentemente dalla conoscenza insostituibile di ogni realtà, per altre
esperienze.
La prima di esse è la partecipazione popolare, diretta o indiretta, come nel
caso di Porto Alegre, come la partecipazione diretta nel Bilancio Partecipativo,
regionale e tematico, che va in parallelo con una rete di consigli municipali
formati da partecipanti di entità e associazioni che hanno influenza, anche
forte, nelle politiche pubbliche.
La seconda caratteristica è la pratica diretta, l'azione insostituibile dei
cittadini nelle riunioni, discussioni e momenti di conoscenza dei dati, perché
le persone si appropriano degli elementi necessari per decidere, formano
comissioni di controllo, di fiscalizzazione e hanno lo spazio per la riscossione
e la critica. Quanto più ciò è fatto direttamente, senza delegare ad altri,
siano essi leader comunitari, sindacali o altro, più o meno rapido sarà lo
sviluppo della coscienza democratica.
La terza caratteristica è l'auto-organizzazione, espressa nell'auto
regolamentazione costruita e decisa dagli stessi partecipanti in un sano
esercizio di sovranità popolare che non resta sempre alla mercè di leggi e
decreti decisi da altri. L'esperienza dell'autoregolamento è stata ricchissima,
incorporando criteri che venivano dall'esercizio pratico, come per esempio,
consiglieri con deleghe impositive e sostituzione e revoca dei mandati quando i
consiglieri o supplenti abbandonano o non coprono le funzioni assunte.
Da questa forma, l'esperienza e il dibattito di partecipanti portò a stabilire
anche che funzionari dell'aministrazione con incarichi di fiducia del governo
non possono essere consiglieri.
Il regolamento ha incorporato, ugualmente, criteri di proporzionalità per
quando la comunità non trova consenso e la disputa coinvolge vari candidati al
ruolo di consigliere, e ha incorporato uno spirito di solidarietà nel momento
di definire variabili (quali la densità di popolazione, carenza di strutture
pubbliche) per rendere prioritari opere e servizi.
In conclusione, desidero riaffermare che la nostra esperienza non è una ricetta
o un modello esportabile, ma una pratica che si somma ad altre e con le quali
vogliamo dialogare e apprendere nella riccerca di nuovi cammini per le nostre
comunità.
La nostra convinzione si fonda nel processo storico che ci insegna che non ci
sono verità eterne e assolute nelle relazioni tra la società e lo Stato.
Queste si fanno e si rifanno dal protagonismo degli esseri sociali. La ricerca
di una democrazia sostanziale, partecipativa, retta da principi etici di libertà
e uguaglianza sociale continua, essendo questa il nostro orizzonte storico e la
nostra utopia per l'umanità. Grazie.