Comunicazione al Convegno internazionale "La nuova cultura delle città. Trasformazioni territoriali e impatti sulla società", Accademia Nazionale dei Lincei - CNR, Roma, 5-7 Novembre 2002

 

Carta del Nuovo Municipio: attori e forme delle spazio pubblico

Alberto Magnaghi*

 

Premessa

Questo mio intervento[1] riprende le principali argomentazioni che hanno portato la riflessione collettiva della “scuola territorialista” sui temi sollevati dal Progetto locale[2] a proporre un manifesto sintetico, la Carta del nuovo municipio[3], sui temi della costruzione di spazi e pratiche di nuova democrazia finalizzati al perseguimento di modelli di sviluppo locale autosostenibile. Questo manifesto ha assunto il ruolo di una proposta politica[4], utopicamente allusiva a un mondo plurale de-gerarchizzato e solidale, per un processo di globalizzazione dal basso in grado di diffondere e connettere energie di risposta attiva alla globalizzazione economica.

La sperimentazione di nuovi modelli di sviluppo locale fondati sulla valorizzazione durevole delle risorse sociali, ambientali, territoriali, è la via maestra per una globalizzazione dal basso caratterizzata dalla attivazione di nuovi strumenti di autogoverno e di democrazia diretta e di relazioni “globali” non gerarchiche e solidali.

Tuttavia, visibilità globale e incidenza locale dei nuovi soggetti sociali che possono costituire gli attori concreti di questo processo, sono chiaramente sproporzionate: il movimento che ha messo in serie difficoltà, da Seattle in poi, gli istituti della globalizzazione economica con mobilitazioni puntuali crescenti a livello planetario, non sempre riesce a misurarsi “sotto casa” nei diversi contesti locali con la costruzione di politiche. Queste politiche dovrebbero ad esempio produrre alternative alla privatizzazione e alla mercificazione dei servizi sociali e degli spazi pubblici nelle città, proponendo nuove modalità di consumo e di produzione, mentre le azioni dei movimenti a livello locale risultano il più delle volte azioni puntiformi e di nicchia rispetto ad un contesto dominato dalle reti lunghe della globalizzazione. L’incontro fra municipalità e nuovi movimenti può costituire l’elemento decisivo per il superamento di questa debolezza, costruendo nuovi spazi pubblici nelle città, nuovi istituti di democrazia, nuove forme di autogoverno delle comunità locali.

E’ maturo ormai il problema di passare da una tradizione italiana di partecipazione - anche assai ricca di esperienze, a carattere consultivo, concertativo e pattizio su temi specifici, con pochi attori, sovente su progetti predeterminati - ad esperienze di partecipazione “costituente” di progetti di futuro socialmente condivisi da molti attori, che abbiano valenza decisionale.

L’esperienza partecipativa di Porto Alegre, anche se riferita allo specifico settore del bilancio comunale, segna questo passaggio politico dalla consultazione a posteriori alla co-decisione ex ante. E’ tempo di porre con chiarezza il problema della costruzione di sedi concrete in cui poter discutere e proporre visioni di futuro che emergano dalla esplicitazione conflittuale di una vasta rappresentanza di interessi sociali e di microesperienze di autogoverno non mercantile della vita quotidiana: conflitti ed esperienze da comporre in un patto costituente per un futuro autosostenibile e solidale.

Questi luoghi “costituenti” (che possono essere attivati a livello di un municipio, un’unione di municipi, un sistema territoriale locale, un circondario, una autorità di valle, un “parlamento”di fiume ecc.) dovrebbero realizzare un incontro a “mezza strada” fra amministrazioni locali che intendono politicamente predisporsi all’ascolto e all’interlocuzione con gli attori sociali della trasformazione presenti su un territorio e componenti sociali (attori economici e culturali, associazioni, comitati, reti solidali, forum, ecc) disponibili a cercare esiti progettuali e operativi dell’“altro mondo in costruzione”.

Questa pratica di relazione fra istituzioni locali e movimenti, in quanto costruzione di nuovi spazi pubblici funzionali al cambiamento radicale dei modelli di vita, di produzione e di consumo, pone apertamente il problema di quali rappresentanze degli attori socioeconomici far accedere al tavolo costituente, in particolare dando visibilità e potere decisionale ad attori che solitamente non sono interlocutori delle amministrazioni.

 

Un mutato contesto

Gli elementi portanti della riflessione, concretizzatasi nella “carta”, circa le possibilità e l’utilità di realizzare questo incontro a “mezza strada”, riguardano alcune mutazioni del contesto socio-politico che influenzano oggi in modo rilevante la possibilità di restituire al municipio la sua dimensione di spazio pubblico e di governo collettivo della città e del territorio, con un richiamo alla dimensione di lunga durata della cultura municipalista italiana.

Queste mutazioni di contesto riguardano:

a.    la crisi della democrazia delegata e la crescita della domanda di partecipazione;

b.    il cambiamento di ruolo delle amministrazioni locali nel governo dell’economia;

c.    la nuova composizione sociale dei movimenti.

 

a. La crisi della democrazia delegata e la crescita della domanda di partecipazione

La crisi dei partiti storici di massa intesi come espressione organizzata di reti civiche, organizzazioni collaterali e conseguenti forme di rappresentanza sociale, evidenziata da una crescente disaffezione al voto, ha nel tempo costruito un “vuoto” tra società civile e Stato. Questo “vuoto” ha determinato, per contrappeso, una mobilitazione spontanea, alla ricerca di nuove rappresentanze, che ha segnato le recenti manifestazioni di massa (Firenze, Milano, Roma, Napoli, lo sciopero“generalizzato” dei 3 milioni a Roma il 23 marzo, 14 settembre ecc.).

Questa mobilitazione sociale, appoggiata a soggetti in parte sovradimensionati nel loro ruolo (Sindacati, girotondi, professori), esprime:

-una grande volontà di protagonismo sociale (sui temi della giustizia, dell’informazione, dei consumi, della città, della cura dell’ambiente, della partecipazione locale, ecc) a fronte dell’assenza di alternative politiche, dei limiti delle politiche istituzionali della sinistra a fronte dell’offensiva neoliberista del governo, della crisi di rappresentanza sociale degli istituti di democrazia delegata e dei loro meccanismi burocratico-amministrativi;

- una composizione sociale complessa della mobilitazione, dai “ceti medi riflessivi” alla classe operaia, ai lavoratori autonomi, all’associazionismo sociale, alle reti diffuse “no global”, ecc., che allude ad una potenziale progettualità socioeconomica a partire dal riconoscimento delle differenze e dalla loro valorizzazione reciproca;

- la possibilità di individuare nuove forme di partecipazione sociale per praticare nuovi contenuti strategici per la trasformazione.

 

b. Il cambiamento di ruolo delle amministrazioni locali nel governo dell’economia

Nonostante il neocentralismo espresso dal governo, e la crescente aziendalizzazione della produzione e gestione dei servizi di interesse collettivo, stiano di fatto riducendo i margini economici e decisionali degli enti locali, il ruolo delle amministrazioni locali è oggi centrale nel governo dell’economia. Di fronte alla crisi di modelli esogeni di uso e consumo delle risorse locali nella competizione del mercato mondiale, vi è infatti una crescente consapevolezza del ruolo dei beni patrimoniali locali e delle peculiarità territoriali nella produzione di ricchezza durevole, e del successo di strategie di differenziazione dei modelli di sviluppo. Se la messa in valore in forme sostenibili delle risorse locali (ambiente, territorio, società e saperi locali) assume un ruolo primario nel futuro dell’economia, allora gli enti pubblici territoriali hanno nuovi compiti: ciò che sono chiamati a decidere non è più soltanto l’erogazione dei servizi, ma l’invenzione del modello locale di sviluppo attraverso le scelte in agricoltura, nei sistemi economici a base locale, nei servizi; decidendo che cosa, come e quanto produrre per determinare la crescita del benessere anche come superamento del puro calcolo economico sintetizzato dal PIL.

In questo contesto di trasformazione dei ruoli, la partecipazione viene ridefinita non tanto in riferimento alla gestione delle esternalità negative del modello di sviluppo esogenamente dato (gli effetti dello sviluppo, i processi riproduttivi, alcune questioni relative ai trasporti, al verde, agli asili, alle discariche, alle fabbriche nocive, ecc.), ma per concorrere alla progettazione del nuovo modello di sviluppo e alla crescita degli istituti di autogoverno della società locale. Rispetto a questa nuova prospettiva non ha più senso parlare di bilanci partecipativi, di nuove forme di partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche, se ciò non è finalizzato a modificare il modello di consumi, il modello di vita, il modello della produzione verso l’autosostenibilità. Non si tratta di proporre una riduzione dei consumi, ma trasformazioni degli stili di vita e dei consumi che aumentino il benessere riducendo l’impronta ecologica. Oggi tutti gli indicatori dimostrano con chiarezza che la crescita economica non è più un indicatore di benessere, anzi, molte volte produce povertà negli stessi paesi sviluppati: le curve statistiche della crescita economica non coincidono più con la curva del benessere.

In relazione a queste trasformazioni di ruoli è cresciuta una cultura amministrativa (soprattutto nelle città piccole e medie e nei territori rurali) attenta a riconoscere e a mettere in valore le potenzialità dei propri territori (paesaggi agrari e produzioni tipiche, saperi e culture ambientali, produttive e artistiche, risorse ambientali, patrimoni territoriali e urbani, ecc); una cultura che, in base a una nuova coscienza delle basi locali della produzione di ricchezza durevole (coscienza di luogo), è attenta a frenare il saccheggio e il degrado di risorse territoriali ambientali e umane (da parte di attori economici forti esogeni o endogeni) e a indirizzare e governare l’economia in funzione della valorizzazione del proprio patrimonio di lunga durata.

Questo atteggiamento culturale, che appartiene ormai, seppure in forme ancora timide e contraddittorie, a molti “nuovi sindaci” e amministratori, ha messo in evidenza le nuove funzioni del municipio nel governo diretto dello sviluppo economico e, conseguentemente, la necessità di far crescere istituti di autogoverno della società locale per realizzarne i necessari presupposti di endogenità, peculiarità e autoriproducibilità del modello locale di sviluppo.

 

c. La nuova composizione sociale dei movimenti

La composizione sociale dei nuovi movimenti che si sono affacciati sulla scena globale negli ultimi anni è profondamente diversa da quella che caratterizzava il “dualismo antagonista ” delle classi nella società industriale matura e che connotava la profonda estraneità della classe operaia industriale rispetto ai fini della produzione: si tratta oggi di un multiverso di differenti componenti sociali (nel terzo come nel primo mondo) composto da agricoltori, rappresentanze operaie, associazioni ambientaliste e culturali, da reti del piccolo commercio equo e solidale, da ampi settori del volontariato, del lavoro sociale, dei servizi e del lavoro autonomo, da aggregazioni giovanili, da associazioni di donne, da rappresentanze etniche, da imprese produttive e finanziarie a finalità etica, associazioni per il consumo critico, ecc; componenti sociali ed economiche che sono accomunate non solo da una critica e da azioni conflittuali e di sabotaggio rispetto ai modelli dominanti di globalizzazione economica, ma anche da pratiche progettuali, da attività produttive, di vita e di consumo alternative a livello locale e da reti solidali a livello globale. In altri termini, ogni componente del movimento produce, nel suo ambito di interesse e di azione, critica, rifiuto, conflitto ma anche riappropriazione diretta di saperi produttivi, di pratiche di vita e di consumo, mettendo in opera sul territorio frammenti di futuro; frammenti appunto, minoritari in ogni luogo, rispetto ai modelli dominanti del mercato globale.

Questa nuova possibilità progettuale ruota, nel post-fordismo, intorno alla diffusione di forme d’impresa basate sul lavoro autonomo e cooperativo, che presuppone un riavvicinamento fra fini e mezzi della produzione. Questo riavvicinamento consente la crescita di imprese a finalità etica, in campo sociale e ambientale, che possono diventare, se valorizzate, protagoniste del nuovo sviluppo.

L’aspetto interessante di questa composizione sociale è il fatto che essa allude, nella sua complessità, alla possibilità di far precipitare e ricomporre su uno stesso territorio questi frammenti di progettualità, integrandoli in modelli di sviluppo alternativi: dall’agricoltura all’alimentazione, alla cura dell’ambiente, della città, degli spazi pubblici, allo scambio equo e solidale, ai sistemi e reti di scambio locale non monetario, al riconoscimento delle diversità delle culture, delle produzioni e degli stili di vita, peculiari ad ogni luogo.

Il passaggio dalle esperienze di partecipazione su specifiche questioni indotte da modelli di sviluppo esogeni, alle costituenti per la produzione di modelli di futuro autodeterminati dalla comunità locale è reso possibile solo quando le nuove domande di qualità dell’abitare e di consumo sono espresse in un contesto decisionale in grado di indirizzare la qualità della produzione e le tipologie dei beni prodotti. Quando, in altri termini, si intrecciano e interagiscono le figure di abitante, consumatore, produttore, superando l’autoreferenzialità e la sovradeterminazione del settore economico.

In questo caso si danno processi di riappropriazione dei saperi produttivi, ambientali, artigiani, propri del contesto locale che consentono di finalizzare i processi produttivi al benessere collettivo e individuale e di non delegare (a grandi macchine tecnologiche, a imprese di profitto) gran parte della produzione di territorio, di qualità urbana e ambientale e di beni relazionali; determinando la possibilità di produrre innovazione nel modello di sviluppo attraverso l’attivazione di nuove figure di produttori e di filiere produttive di beni e di senso.

Questo intreccio fra questioni della qualità dell’abitare, dei modelli di consumo e della produzione nel processo di riappropriazione del territorio può produrre ad esempio pratiche sociali per la riduzione dell’impronta ecologica, laddove la mobilitazione sociale per stili di vita, di consumo e di produzione volti alla valorizzazione durevole del patrimonio territoriale crea capacità sociale di chiudere tendenzialmente cicli ecologici (delle acque, dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’energia) a livello di ecosistema territoriale, attraverso la costruzione di un nuovo rapporto sinergico fra mondo urbano e rurale; in questo contesto il nuovo municipio deve interpretare e valorizzare i soggetti innovativi capaci di fare impresa con finalità ambientali, etiche sociali, mettendo in valore i propri giacimenti patrimoniali anziché rapinare quelli dei paesi poveri.

I due soggetti che ho richiamato per le loro potenzialità, amministrazioni locali e nuovi movimenti, sono nel contempo gravati da limiti e vincoli nell’azione: gli uni, le amministrazioni locali, in quanto i loro orizzonti di futuro sono inscritti implicitamente in poteri sovradeterminati, rispetto ai quali possono apportare soltanto correttivi “compatibili”, allorquando decidono nella solitudine dei loro uffici; gli altri, i nuovi movimenti, in quanto frammenti minoritari in un territorio prodotto da regole ostili, scontano un defatigante processo di emarginazione che ha come orizzonte la nicchia produttiva o il conflitto.

Il nuovo municipio può rappresentare “il laboratorio” in cui l’amministrazione locale rafforza la propria autonomia progettuale dando forza alla progettualità sociale emergente, vincolando le proprie decisioni a nuovi istituti di democrazia, legittimando questi ultimi a deliberare sul futuro del proprio territorio; gli attori sociali dell’altro mondo in costruzione potrebbero trovare in questi istituti le sedi dove integrare le specificità dei propri progetti amplificandone sinergicamente la portata.

 

Obiettivi, forme, fasi e attori dei nuovi istituti di democrazia

Gli obiettivi dei nuovi istituti di democrazia, verso l’autogoverno

I compiti dei nuovi istituti di democrazia consistono innanzitutto nell’attivare strumenti per il riconoscimento, la legittimazione e la valorizzazione di esperienze e di soggetti portatori di energie positive (che possono essere soggetti sociali, culturali, economici, minoranze attive e rappresentanze d’interessi virtuosi per una trasformazione autosostenibile del territorio). Queste energie solitamente non s’identificano con gli attori forti che sono già rappresentati dal sistema decisionale (ad esempio le grandi imprese pubbliche e private, le banche, i proprietari di aree), ma sono solitamente altre, quelle che non hanno voce (o voce debole) nel processo decisionale istituzionale, pur rappresentando bisogni e interessi relativi alla qualità della vita nel territorio.

L’obiettivo perseguibile dando voce a questi attori, consiste nel produrre scenari di futuro socialmente condivisi, finalizzati all’elevamento del benessere, partendo dal conflitto di rappresentanze di interessi diversi, modificando lo scenario iniziale (implicito ed esogeno) attraverso la complessità delle domande sociali determinata dall’attivazione della molteplicità degli attori.

Di solito (tranne che in alcune esperienze di pianificazione strategica) questo scenario non esiste, non è dichiarato negli atti di pianificazione: le scelte di futuro, che sono esogene e dettate dai grandi poteri pubblici e privati, fanno da sfondo implicito e “oggettivo” rispetto alle decisioni locali: dunque il modello di sviluppo è dato, è inarrivabile, è altrove e si evidenziano come problemi nei processi partecipativi soltanto le scelte indotte che divengono “visibili” sul territorio nella vita quotidiana: la viabilità, la casa, il verde, i servizi, l’inquinamento, il traffico, il depuratore…. Molti, troppi, processi partecipativi attivati dalle amministrazioni risentono di questa sudditanza ai poteri forti sui temi determinanti i grandi interventi sul territorio, limitando la partecipazione a temi di dettaglio “trattabili” con gli abitanti, per azioni di consensus building.

L’avvio del processo costituente di nuovi istituti di democrazia ha perciò come primo problema quello di decostruire queste esigenze immediate, risalendo alle cause che determinano elementi specifici di degrado, rendendo cioè visibili le scelte implicite del futuro progettato esogenamente; questo disvelamento aiuta tutti gli attori che partecipano al processo a liberare progettualità sul futuro del territorio.

L’occasione della attivazione dello scenario strategico per una visione di futuro condivisa può essere, volta a volta, un piano regolatore, un piano locale di sviluppo economico, un piano strategico, un’agenda XXI, l’attivazione di un bilancio partecipativo, un patto territoriale, o quant’altro evento possa consentire una generalizzazione del problema. Sovente la riflessione collettiva sul futuro di un luogo promana da una mobilitazione contro un evento specifico (una fabbrica nociva, un inceneritore, un elettrodotto…) per evolversi spontaneamente verso la critica generale del modello di sviluppo e dei suoi attori forti, procedendo verso l’identificazione del patrimonio locale e verso l’obiettivo della sua cura collettiva.

Dunque partendo dal problema/evento anche specifico, occorre che l’amministrazione locale favorisca la crescita di questa riflessione collettiva costruendo un tavolo di discussione nel quale maturi la costruzione dello scenario. In questo percorso di facilitazione della comunicazione sociale la partecipazione diventa un processo interattivo, di ascolto reciproco e di crescita di saperi contestuali, di apprendimento da parte dell’amministrazione pubblica dell’entità e della qualità del patrimonio territoriale (che sovente l’amministrazione disconosce e degrada per portare avanti politiche imposte esogenamente, dai grandi mercati, dalle economie globali).

La costruzione di scenari di futuro condivisi diventa guida e strumento di valutazione delle decisioni pubbliche e private di tipo puntuale e settoriale, influenti sul processo di trasformazione.

Le costituenti, infine, devono saper valorizzare saperi contestuali e progetti socialmente prodotti (in campo economico, ambientale, sociale, comunicativo, culturale) individuando nel territorio e valorizzando i soggetti locali per la gestione e la realizzazione della trasformazione verso lo scenario di futuro condiviso.

 

Le forme del processo costituente

L’attivazione del processo richiede un atto politico: l’attivazione di statuti comunali che definiscano i diritti di rappresentanza nel sistema delle decisioni delle diverse componenti sociali e delle rappresentanze di interessi e stabiliscano le regole di funzionamento del processo partecipativo.

Il passaggio da forme consultive di partecipazione a istituti di co-decisione nel governo locale (democrazia deliberativa con i cittadini) richiede che l’organizzazione delle regole del processo sia di carattere sperimentale e specifico ad ogni contesto: non si può dare infatti, per progetti di sviluppo locale endogeno, uno statuto tipo, come non si può trasferire meccanicamente l’esperienza del bilancio partecipativo di Porto Alegre; è necessario che in ogni luogo, in base alle esperienze di forme di partecipazione preesistenti, alla composizione del milieu socioeconomico, al livello di densità e complessità degli attori sociali attivi sul territorio, alla qualità identitaria del patrimonio territoriale, si inneschi un processo di partecipazione e di regole statutarie peculiari al luogo stesso; pur rimanendo costante l’obiettivo del passaggio da forme puramente consultive a forme co-decisionali.

Naturalmente, come ho gia richiamato, il dibattito tra informalità e formalità dei processi decisionali, tra autonomia dei processi di organizzazione sociale e istituzioni, è aperto: stabilire un tavolo, un patto, una costituente, qualunque sia il grado di formalizzazione del procedimento, è una scelta che richiede, pur nella salvaguardia delle rispettive autonomie vincoli per tutti: per chi la propone, cioè le istituzioni che si “sporgono” verso la società, che trasferiscono ad essa parte dei poteri, ma anche per gli attori sociali e i movimenti che accettano il tavolo che debbono rispettarne le regole; vincoli che sono la condizione dell’ incontro “a mezza strada” per sperimentare il processo partecipativo strutturato, decisionale e continuo, verso forme di autogoverno.

Le fasi del processo costituente possono concretizzarsi in sintesi nei seguenti atti:

-l’avvio del processo costituente: individuazione degli attori del processo partecipativo, definizione delle regole statutarie del procedimento;

-la costituzione di un forum generale degli attori che discuta le regole statutarie, censisca i progetti socialmente prodotti e il quadro di domande sociali da organizzare come obiettivi di base per delineare un futuro socialmente condiviso, promuova l’avvio di nuove forme di spazio pubblico, nuovi luoghi aperti di espressione sociale della città e del territorio;

-la produzione di uno scenario di futuro costruito a partire da occasioni di progetti e piani di valenza generale misurati e ridefiniti attraverso le domande e i progetti posti dal sistema degli attori: si tratta di attuare il difficile passaggio dal dispiegamento dei conflitti di interesse ad un patto per lo sviluppo locale autosostenibile, dando voce e peso alla progettualità socialmente prodotta e sinergica all’implementazione dello scenario.

La costruzione dello scenario utilizza un insieme di strumenti, che possono essere in varie forme già attivi sul territorio. Per esempio: oltre al forum generale degli attori del processo, attiva modelli di bilancio partecipativo, tavoli intersettoriali delle categorie economiche, interviste ad attori privilegiati, siti web interattivi, conferenze tematiche e d’area, ecc);

-la valutazione e il controllo delle singole azioni di governo, di piano e di settore attraverso lo scenario strategico: valutazione riferita a indicatori di benessere socialmente condivisi per la valutazione dei processi: indicatori generali (es.: agenzia europea dell’ambiente, responsabilità sociale delle imprese, ecc) e indicatori locali, determinati in relazione allo specifico scenario di futuro definito nel forum;

-l’implementazione dello scenario attraverso progetti integrati urbani e territoriali, patti territoriali locali, con l’attivazione di uno specifico sistema di attori per ogni progetto; agenzie di sviluppo, specifiche forme di parternariato pubblico-privato ecc.

-costruzione di reti di cooperazione fra enti locali per attivare forme di globalizzazione dal basso (scambio di esperienze di eccellenza, reti solidali di città autogovernate, reti di città “disobbedienti”, forme autonome di ospitalità e rifugio, ecc); sviluppo della diplomazia degli enti locali, come contributo alle istituzioni di democrazia sopranazionali.

 

Gli attori del processo costituente

Naturalmente nel processo descritto è determinante la composizione degli attori del processo stesso: è evidente che è questa composizione a determinare la risultante, ovvero gli obiettivi dello scenario. Se la posta in gioco non è solo il verde del quartiere ma la proposizione di un progetto di futuro di un territorio il Forum degli attori deve agevolare il confronto fra l’economia, la cultura, la società attraverso una complessità di attori che siano in grado di produrre territorio socialmente condiviso.

Rispetto all’attivazione di processi partecipativi di questo tipo il suggerimento di Porto Alegre è importante, laddove i soggetti partecipanti rappresentano la complessità della società locale (attori istituzionali, attori economici, società civile). Nei forum e in tutte le fasi e le articolazioni del processo debbono essere rappresentate dunque le seguenti categorie di attori:

-attori economici per produrre patti per lo sviluppo autosostenibile: rappresentanze degli agricoltori, dei commercianti, delle piccole e medie industrie, degli artigiani, del capitale finanziario, privilegiando gli attori che consentono di praticare delle politiche sulla produzione orientata all’autosostenibilità e all’equità sociale; dando peso e priorità a questo fine alle intraprese economiche e finanziarie (in particolare artigianato e microimpresa, sistemi produttivi a base locale, terzo settore, no profit, cooperative, ecc.) che si pongono finalità etiche, di valorizzazione ambientale e sociale, della qualità e tipicità dei prodotti per un consumo etico in relazione alla valorizzazione durevole dei giacimenti patrimoniali locali.

Per fare maggiore chiarezza occorrerebbe esplicitare che la Carta fa riferimento agli attori economici che praticano finalità sociali, ambientali, etiche dell’impresa, e che la costituente ha fra gli altri lo scopo di delimitare i poteri contrattuali delle imprese di profitto, dando voce alle imprese sociali; tutto ciò nell’ ipotesi che sia possibile e importante restituire al territorio e alle sue istituzioni la capacità di produrre ricchezza durevole e ai suoi attori locali di riappropriarsi dei mezzi e dei fini della produzione, per produrre valori d’uso condivisi e autodeterminati. Mi sembra peraltro che la composizione sociale dei nuovi movimenti alluda a questa possibilità, di costruire società locale che sperimenti la progettazione, la gestione e la produzione del proprio territorio.

-attori sociali: associazioni sociali, ambientali e culturali, sindacali, aziende di economia sociale, attività del volontariato, del lavoro sociale; in generale le energie sociali portatrici di istanze di solidarietà, benessere, qualità della vita. Si tratta di un mondo complesso che va, nella formazione dei patti sociali per lo sviluppo locale nella società postindustriale, a costituire la componente innovativa rispetto ad una fase in cui il “patto” era siglato da amministrazioni locali, banche, associazioni industriali sindacati. Il quadro dei nuovi mestieri, delle economie sociali che operano nel territorio con finalità complesse, divengono determinanti per le nuove forme di sviluppo autosostenibile.

-attori della ‘città insorgente’ (comitati di quartiere, progetti locali, centri sociali, ecc) che esprime i bisogni degli abitanti della “città delle differenze”: la città dei bambini, la città delle donne, la città multietnica del riconoscimento e della convivenza, la città della salute, la città delle banche del tempo, del consumo critico, del mutuo appoggio, delle arti di sopravvivenza, della disobbedienza, la città dell’accoglienza … L’ascolto delle differenze è una componente fondamentale del processo e un arricchimento del progetto della la qualità dei luoghi dell’abitare, a fronte del permanere di una cultura progettuale della città che ha ancora come referente il maschio di età media in produzione.

-Infine, gli attori istituzionali e le loro associazioni e progetti: accordi di programma, protocolli d’intesa, patti territoriali locali, progetti integrati di sviluppo locale, agende XXI, ecc.

Particolare importanza nella composizione degli attori del processo partecipativo è la compresenza del mondo rurale e delle sue nuove funzioni nella produzione di beni di qualità, di filiere alimentari locali e nella produzione di beni e servizi pubblici (cura e valorizzazione dell’ambiente e del paesaggio). E’ una componente fondamentale per realizzare modelli locali di vita, di consumo e di produzione fondati sulla riduzione dell’impronta ecologica, sulla valorizzazione delle identità locali e dei consumi etici, sulla autoriproducibilità delle risorse.

Questa nuova alleanza tra mondo urbano e mondo rurale è essenziale per porre le questioni ambientali in termini di capacità di autogoverno dei processi produttivi e riproduttivi della comunità locale e non semplicemente in termini tecnici di delega a norme e impianti tecnologici eterodiretti; e per produrre nuovo cibo, nuove forme di alimentazione, nuove forme di digestione dei nostri rifiuti, nuove forme di energie rinnovabili, attraverso la riscoperta e la riappropriazione culturale e tecnica dei giacimenti di risorse di ogni territorio. In questo modo è possibile superare un processo partecipativo che si limita alla redistribuzione di piccole quote della spesa pubblica, verso un processo che produce nuova ricchezza mettendo in valore le energie sociali nella valorizzazione dei giacimenti patrimoniali locali.

La vera sfida del Nuovo Municipio è dunque quella di riuscire a creare costituenti locali che si occupano della produzione della città e del territorio secondo scenari di futuro condivisi; e per farlo attivano in istituti di nuova democrazia i soggetti sociali, non solo contro gli effetti locali degradanti di modelli esogeni di sviluppo, ma per la realizzazione di forme di autogoverno e di autoproduzione del proprio territorio in forme durevoli e sostenibili.



* Università di Firenze.

[1] Il testo costituisce una rielaborazione della relazione svolta al convegno “Il Cantiere del nuovo municipio”, Roma 4-5 maggio 2002, pubblicata con il titolo “Per una costituente del nuovo municipio” in P. Sullo (a cura di), La democrazia possibile, IntraMoenia, Napoli 2002.

[2] A.Magnaghi, Il progetto locale. Bollati Boringhieri 2000.

[3] La Carta del nuovo municipio (pubblicata su Carta Almanacco, gennaio 2002) è stata promossa dal Laboratorio di progettazione ecologica degli insediamenti (LaPEI) che coordino presso l’Università di Firenze ed è stata sottoscritta da molti amministratori locali (primo firmatario il Presidente della Regione Toscana). La Carta è stata presentata al Convegno delle Autorità locali del 28-29 gennaio a Porto Alegre in Brasile da Mercedes Bresso (Presidente della Provincia di Torino); è stata ampiamente discussa in due workshop del World Social Forum di Porto Alegre (il 2 e il 4 febbraio) coordinati da Giorgio Ferraresi e Giovanni Allegretti; infine è stata inclusa fra i documenti conclusivi della Conferenza generale sulla democrazia partecipativa dello stesso WSF.

[4] Il cammino della “carta” ha incontrato una forte domanda di rinnovamento dei processi di legittimazione delle amministrazioni locali, riscuotendo numerose adesioni, ma soprattutto innescando processi organizzativi a rete fra amministrazioni locali al fine di promuovere costituenti partecipative (Il Cantiere del nuovo municipio, Roma 4-5 maggio 2002, e Dalla carta del nuovo municipio alle politiche e alle realizzazioni concrete, Empoli 5 ottobre 2002).