documento preparatorio per il Cantiere del Nuovo Municipio
Dalla democrazia alla diplomazia dal basso
di Mauro Bulgarelli e Lorenzo Casadei
Mauro
Bulgarelli, deputato verde, reduce dalla drammatica esperiena di interposizione
di pace in Palestina, a Ramallah, dove riuscì ad entrare negli uffici assediati
dell'Autorità palestinese e ad incontrare Arafat, ha coordinato al Contiere del
Nuovo Municipio, il gruppo di lavoro sulla diplomazia dal basso. Questo è un
suo contributo sull'argomento.
L'epoca
che viviamo è caratterizzata dalla crisi dei vecchi sistemi di rappresentanza,
crisi dei partiti quindi, ma anche crisi delle nazioni stesse, impotenti a
gestire gli effetti della globalizzazione dei mercati, per non parlare della
crisi dei molti popoli che non hanno trovato posto nel nuovo
mondo…palestinesi, curdi, berberi, ed in generale tutti i popoli nomadi. Crisi
è sinonimo di transizione, mutamento repentino, spesso tragico. A fronte della
grande forza che impone il cambiamento secondo le sue esigenze (il Capitale
fattosi Spettacolo della consumazione del mondo) esistono molti esseri umani,
individui e moltitudini, che tentano di opporsi, di resistere, di disobbedire,
di orientare il cambiamento. Queste singolarità divise possono ben poco,
occorre pertanto trovare nuove forme di aggregazione dell'umano, nuovi modi di
fare politica e nuovi modi di fare diplomazia.
La questione che ora ci interessa più direttamente, la diplomazia dal 'basso',
si intreccia inscindibilmente con quella della democrazia diretta.
Condizione necessaria e non sufficiente perché possa esservi democrazia diretta
è che esista una comunità, una realtà in cui gli individui sono integrati e
uniti al di là delle divisioni religiose, ideologiche o di classe.
Resta traccia di comunità nel locale del villaggio globale? E' possibile
trasferire lo schema partecipativo diretto che fu tipico delle comunità di
villaggio, al mondo moderno? Questa è una grande sfida aperta, e mentre la
teoria cerca risposte la pratica deve fare i conti con il presente: la
dissoluzione delle comunità antiche che ha prodotto metropoli di individui
isolati, ha generato altresì una grande fame di aggregazione, che non si placa
nel ricordo nostalgico, ma che nella sua autocoscienza piena sa di avere il
diritto ed il potere di produrre senso, di determinare il reale del vissuto.
Forse più che in ogni altro paese al mondo le città italiane, i municipi,
hanno conservato un identità comunitaria, che le rende atte, molto più degli
altri enti territoriali spesso creati artificialmente dopo l'unità d'Italia, ad
essere il luogo della democrazia diretta, perciò è anche giusto che i municipi
diventino nel nostro Paese, i veri protagonisti della diplomazia dal 'basso'.
Centrali nel "cantiere" e nell'abbozzo di un progetto di democrazia
dal basso, concepito, sia come "educazione" alla pace e alla libertà
sia come diritto dei cittadini a promuovere dal basso la comune ricerca di una
volontà generale deliberante. Democrazia e diplomazia dal basso come autonomo
potere di fare, esteso tendenzialmente a tutti.
La cooperazione tra enti locali e non di diverse nazioni nella forma della
diplomazia dal basso ha innumerevoli vantaggi:
permette l'instaurazione di flussi informativi a doppio senso, sia formali che
informali (spesso più fecondi dei primi) sostanzialmente diversi da quelli già
in essere e quindi una conoscenza non mediata delle situazioni, stabilendo
legami di fratellanza.
È
naturalmente elastica, versatile, essendo potenzialmente slegata dai vincoli
tipici dei governi sempre preoccupati di non pestare i piedi a potenti grandi e
piccoli in nome dell'interesse 'nazionale'.
Richiede
delle risorse piuttosto limitate.
Se
il processo di integrazione politico europeo procederà, la diplomazia dal basso
varrà sia come una sorta di compensazione locale a fronte della ridotta
autonomia della diplomazia nazionale e internazionale, sia come riscrittura e
ricerca continua dell'oltre, del parallelo libero e democratico.
Ma
ciò che mi sembra più importante è che questo strumento, nella misura in cui
saprà divenire a suo modo globale, avrà la forza di tessere una rete di
rapporti con tutti gli attori in campo (ong, associazioni, pacifisti dinamici)
atta a confrontarsi e nei limiti del possibile a trattenere, almeno in alcuni
casi, la frana della guerra e di impedire gestioni scandalose degli aiuti, delle
ricostruzioni e dei progetti di sviluppo, ed in generale per far si che la
solidarietà partecipata non divenga uno strumento di neocolonizzazione, ma si
adatti alle realtà locale dando vita ad un progetto di cooperazione sociale che
sappia tradurre, in tempi possibilmente brevi, la tragica attuale urgenza della
diplomazia dal basso in un progetto di pratica preventiva.
Insomma la democrazia e la diplomazia dal basso potrebbero divenire lo strumento
per dare piena cittadinanza a ciò che Agamben chiama nuda vita, profughi,
diseredati, schiavi ecc…e al tempo stesso per recuperare il vero senso
dell'essere cittadini.