da "Carta Almanacco" n. 2/2002
Il bilancio partecipativo nel mondo
di Giovanni Allegretti
Un acceso dibattito ha accompagnato la scelta della città che ospiterà
il secondo Forum sociale mondiale. Creare un luogo di dibattito itinerante dove
confrontare alternative credibili ai dogmi neoliberisti è certo auspicabile,
perché contribuisce al benefico rinnovamento della discussione [a contatto con
contesti locali diversi] e porta vantaggi diretti e indiretti ai luoghi che
tocca: sia per le enormi masse che mobilita, sia perché - come osservavano i
militanti brasiliani mesi dopo il primo Forum - quando mai si era vista prima
un'estate sulle spiagge monopolizzata dagli strascichi dei dibattiti sulla
mondializzazione, invece che dal calciomercato?
Per altri versi, c'è ancora bisogno di consolidare e render visibile
questo progetto di dibattito democratico; e la temporanea riconferma di un luogo
simbolico come Porto Alegre può aiutare lo sforzo costruttivo di movimenti e
cittadini che sognano e lottano per "un'altra globalizzazione". E mai
momento fu più adatto per una tale scelta, per tre ragioni:
1] Il consolidarsi dei benefici visibili prodotti sulla città e sugli
abitanti dai metodi di gestione democratica che l'amministrazione di Porto
Alegre ha scelto per rifondare la politica cittadina;
2] Il momento di revisione critica che da qualche mese la nuova giunta
porta coraggiosamente avanti, per migliorare il funzionamento democratico e la
rappresentatività di tali strumenti;
3] La crisi nazionale che da un mese attraversa il Partito dos
Trabalhadores [Pt] che amministra Porto Alegre e lo stato del Rio Grande do Sul
di cui è capitale. Una crisi di uomini, legata allo scandalo di presunti
favoritismi nei confronti di finanziatori proprietari di bische clandestine, che
ha messo in subbuglio l'intero Brasile, ma paradossalmente ha sottolineato come
esista una distanza fondamentale tra uomini, principi e progetti politici.
Ovvero che questi ultimi possono restar validi anche dove fallisce la debolezza
umana, continuando a stimolare autonomi percorsi di sperimentazione.
Con il suo ormai notissimo 'Bilancio Partecipativo' [processo di
democrazia diretta attraverso cui i cittadini scelgono autonomamente ogni anno
come e dove investire le risorse del municipio] Porto Alegre pare il luogo
ideale per contrapporre un'idea di politica prossima al cittadino a quella
politica ormai asservita alla "dittatura dei mercati".
Come ha scritto Bernard Cassen, di Attac Francia, mettere l'accento solo
sulla governabilità è ormai "assimilare l'azione politica alla gestione
di un'azienda il cui unico azionista è la globalizzazione", e ridurre la
partecipazione popolare sulle scelte di trasformazione del territorio a mero
strumento di pacificazione sociale e di crescita dell'efficienza gestionale, è
farne strumento ideologico per una "politica dello stato minimale". Il
paradosso della "governance" è che, mentre propone di allargare la
democrazia decisionale alla società civile, riduce gli individui da cittadini a
meri vettori d'interessi privati, compiendo un "colpo di stato a piccoli
passi".
L'amministrazione che da tredici anni governa Porto Alegre non ha messo
in piedi un mero processo di controllo sociale, di governo delle contraddizioni
cittadine o di de-responsabilizzazione istituzionale con contestuale costruzione
di consenso, come si dedurrebbe dalle critiche disinformate o malevole che,
purtroppo, di recente non mancano anche dentro componenti del movimento
italiano.
Tutto il contrario. La trasformazione politica sperimentata a Porto
Alegre porta in sé germi potenzialmente rivoluzionari: la rinuncia della classe
politica a vaste fette dei privilegi insiti nel suo potere decisionale,
l'attenzione ai più deboli e alle minoranze
economiche/etniche/sessuali/culturali, lo stimolo a far sviluppare ai cittadini
una forte coscienza critica verso l'operato dei propri eletti, l'aggravio
contributivo ai più ricchi, la lotta alla speculazione, parallela ad una
valorizzazione in senso antropocentrico dello spirito imprenditoriale, la
costruzione della trasparenza decisionale, la socializzazione di ogni occasione
di guadagno offerta ai privati [come l'apertura di centri commerciali], la
de-privatizzazione dei servizi pubblici, la costruzione della sostenibilità
ambientale come principio condiviso, lo sfruttamento delle tensioni palesi e
delle "energie da contraddizione" per creare progetto.
Solo con il forte impegno su questi punti, la partecipazione dei
cittadini ai processi decisionali si è estesa orizzontalmente e verticalmente
nel tempo, cambiando aspetto a molte politiche di settore del Comune e
"contagiando" positivamente altri enti pubblici. Il bilancio
partecipativo ha cercato di costruire giustizia distributiva e democraticità
decisionale, e come effetti collaterali ha raggiunto alti livelli di efficacia
delle trasformazioni ed elevata efficienza gestionale. Questo spiega perché il
sistema di governo portoalegrense sia ammirato e diffuso non solo nei movimenti
della società civile, ma anche da istituzioni internazionali come l'Onu o la
Banca mondiale. Lo scetticismo istintivo che questi ultimi
"ammiratori" potrebbero suscitare va mitigato riflettendo sul percorso
e sugli obiettivi - quelli perseguiti e quelli più ampi conseguiti, talora
quasi spontaneamente - che hanno caratterizzato l'esperienza.
Elemento di attenta riflessione deve essere anche l'attenzione critica
tributata da Comune e cittadini alla loro "creatura portatrice di
democrazia" per far sì che nel tempo evolvesse arricchendosi di
significato, costituendosi come nodo in un processo di riforma vasto e
articolato, che parte dalla proposta audace di coinvolgere i cittadini nelle
scelte di natura economico-finanziaria che riguardano il loro territorio non in
virtù dell'essere elettori con diritti formali, ma in forza della loro
condizione di "abitanti", che costruiscono e trasformano
quotidianamente senso, economia, cultura, vivibilità e convivialità del loro
quartiere, della loro città, del loro stato.
Così è accaduto. Il nuovo "patto sociale" tra istituzioni
locali e settori diversi della cittadinanza è cresciuto nel tempo, grazie
all'impegno del Comune a dar concretezza, visibilità e risposte efficaci a
proposte e indicazioni dei cittadini. Solo così, dalla discussione di obiettivi
localizzati nel tempo e nello spazio, si è passati alla costruzione di scelte
strategiche per il territorio, fino alla redazione condivisa del Piano
Regolatore Ambientale e di quello di Sviluppo Economico, passando [come emerso
nel recente Forum mondiale dell'educazione, tenutosi in ottobre a Porto Alegre]
per l'affollata Costituente Scolastica, che ha riorganizzato l'intero sistema
educativo incentrandolo sul riscatto del senso di cittadinanza e stabilendo
direttrici pedagogiche di non-esclusione, con lo scopo di rispettare i ritmi, i
tempi e le differenti esperienze di apprendimento degli alunni di ogni fascia
sociale, età e condizione culturale di partenza.
Lo scorso aprile è stata coraggiosamente creata una Commissione di
Autocritica, per studiare limiti e ostacoli al perfezionarsi dei processi di
apertura democratica delle istituzioni. Il risultato concreto dell'auto-analisi
[visibile dal marzo 2002] è una riforma radicale dell'organizzazione dei
processi di democrazia diretta e un'apertura all'ascolto dei tanti studiosi e
visitatori che in questi anni sono venuti da ogni parte del mondo a esaminare
principi e conquiste del complesso sistema di partecipazione popolare della città
brasiliana, chiamati a muovere osservazioni e critiche in un Convegno svoltosi
nel maggio 2001.
Dall'autarchia all'ascolto. Così, dopo alcuni anni di chiusura
"autarchica" al mondo, Porto Alegre ha deciso che la sua esperienza
era abbastanza matura e rodata per aprirsi al di fuori, non solo ad offrir
soluzioni, ma ad accogliere risposte e insegnamenti provenienti dalle pratiche
iniziate in tutte le città interessate a emulare e adattare ai loro territori
le sperimentazioni democratiche del Rio Grande do Sul. Le reti di città
cooperanti e dialoganti, di cui da anni Porto Alegre è anima attiva,
testimoniano i risultati che un simile processo di scambio a doppio senso può
generare.
Da molti anni, infatti, Porto Alegre non è più sola nella
sperimentazione di avanzati processi di democratizzazione decisionale. Oltre 140
città in Brasile [tra esse Recife, San Paolo, Belo Horizonte e Belém] e altre
in America Latina [Montevideo, Rosario, Buenos Aires], da tempo hanno, infatti,
iniziato a sperimentare strumenti di partecipazione modellati sul Bilancio
partecipativo, adattandoli a territori, storie e culture differenti, con
risultati diversi e spesso interessanti. Ma non sono state le sole.
L'emulazione virtuosa di Porto Alegre è esplosa come una bomba ad
orologeria anche in occidente. Prima in Francia [Saint Denis, Bobigny, Morsang
sur Orge], poi in Inghilterra [Manchester] e in Spagna [San Feliu de Llobregat,
Rubi e alcune sperimentazioni alla Diputació di Barcellona] vari comuni hanno
intessuto rapporti diretti con città brasiliane governate attraverso forme di
partecipazione allargata, sperimentando graduali riforme concrete sui propri
territori e in certi casi [come dal '98 nelle città tedesche di Moenchweiler e
Blumberg e in altre nel Land Nordreno-Westfalia] mescolando i riferimenti
brasiliani con quelli di autonome sperimentazioni occidentali [come la
neozelandese Christchurch o alcune città Usa] molto centrate su obiettivi di
efficienza gestionale/finanziaria dei municipi, ma con il tempo mostratesi in
grado di attrarre anche un forte interesse sociale diretto alla
democratizzazione della gestione territoriale.
Ovviamente, le prime esperienze di emulazione europea hanno evidenziato
le difficoltà di trasporre conquiste e specifiche formule organizzative in
contesti tanto diversi, specie per la lunga tradizione municipale, che ha
generato nei cittadini salde abitudini alla delega delle scelte.
Organizzazioni coinvolte in questi primi esperimenti europei, ma anche
ricercatori, professionisti e amministratori hanno trovato luoghi per lo scambio
di opinioni ed esperienze in forum di varia natura, come quelli coordinati dalla
Rete "Democratiser radicalement la democratie", nata in Francia due
anni or sono proprio per esaminare e riproporre i principi-base dell'esperienza
di Porto Alegre, facendo pressioni sui governi locali, elaborando proposte, e
organizzando occasioni transnazionali di incontro che mettessero a confronto
esperienze nel nord del mondo come nel sud, dove vanno emergendo pratiche
interessanti e diversificate, come quelle camerunesi o senegalesi [al centro di
un numero speciale di marzo 2001 della rivista "Territoires",
dell'Associazione nazionale dei comuni francesi] o quelle di Petit Bourg a
Guadalupa, di Poto Poto in Congo o della regione indiana del Kerala, nata dalla
costruzione della People's Planning Campaign [interessante il libro "Kérala:
la force de l'ambition", Orcades, 2001].
E l'Italia? L'asse di apprendimento dal sud al nord del pianeta, ha dato
nell'ultimo anno una scossa anche al nostro paese, assopito sulla crisi di
legittimità della sua democrazia rappresentativa. In Italia, la scoperta
recente del Bilancio Partecipativo è quasi rimbalzata dopo il Forum sociale
mondiale 2001. Non è un caso che negli ultimi sei mesi si sia moltiplicata a
dismisura la presenza di rappresentanti di Porto Alegre in Italia, con oltre 65
assemblee, corsi di formazione, convegni e lezioni dedicate ai Bilanci
partecipativi, organizzate da università, amministrazioni locali e gruppi
facenti capo ai Forum sociali.
Non stupisce così che ottanta sindaci del cremonese, stretti attorno
all'Associazione Cattaneo, o trenta amministratori progressisti della provincia
di Napoli si siano uniti per proporre un dialogo approfondito al Comune di Porto
Alegre o partecipare insieme al prossimo Fsm; ed è comprensibile che Regione,
Provincia e comune di Trento sostengano le Ong Unimondo e Fondazione Fontana
nell'organizzazione di corsi di formazione per amministratori locali, che nei
prossimi mesi cercheranno di pensare al tema attuale del Bilancio Partecipativo,
nella prospettiva delle difficoltà e opportunità che pongono i nostri contesti
locali e la legislazione italiana.
Sotto il profilo degli avvii di sperimentazione, in comuni medio-grandi
[Roma, Venezia o Napoli] la recente nomina di assessori o delegati dei sindaci
alla sperimentazione di processi-pilota di Bilancio Partecipativo è frutto di
una battaglia combattuta accanto da movimenti urbani e partiti politici, primi
tra tutti Rifondazione e Verdi. I primi restano i soggetti-chiave del
concretizzarsi delle esperienze: i partiti [non sempre entusiasti né coesi]
corrono infatti il rischio che la troppa pubblicità fatta all'avvio di ipotesi
di Bilancio Partecipativo si ritorca contro di loro. Che, cioè, i loro alleati
possano metterli all'angolo qualora non siano in grado di attivare rapidamente e
con successo sperimentazioni "concesse" loro in forma di fiducia a
tempo.
Per loro natura, invece, i processi di partecipazione sono lenti e
richiedono costanza e pazienza, specie se si vuole trasformare strumenti di
gestione ordinaria e "razionalizzazione scientifica" come i bilanci -
ormai carichi di un mistificatorio valore quasi politicamente neutro e puramente
tecnico - per recuperarne il visibile contenuto politico di luoghi in cui si
tratta di decidere dei fini del governo urbano, prima che dell'ottimizzazione
dei mezzi.
Un obiettivo concreto è superare la mitologia del modello-Porto Alegre,
per coglierne la filosofia di base da adattare ai nostri "patrimoni
locali", sostituendo alla pigra imitazione l'emulazione creativa, e
coscienti che non sarà la scorciatoia delle consulenze di gran nome a portare
ventate di democratizzazione istituzionale, ma semmai la capacità di costruire
gruppi di lavoro di professionalità specifiche sorrette da una comune volontà
politica di rinnovamento e da un forte sostegno popolare.
Fondamentale sarà anche la capacità di radicamento locale dei nuovi
processi, che significa non solo recupero e valorizzazione di esperienze di
partecipazione già tentate in ambito nazionale [pochi sanno che da otto anni a
Grottammare, nelle Marche, esiste un'esperienza non dissimile dal Bilancio
Partecipativo] ma soprattutto armonia con i diversi contesti socio-territoriali
locali e i loro "spazi di democratizzazione" più raggiungibili. Così,
se a Roma si lavora sul Bilancio Partecipativo in alcune circoscrizioni
[Municipi X e XI], a Napoli si pensa piuttosto a settori tematici del Bilancio,
come gli investimenti legati ai servizi sociali, dove sono immaginabili
risultati più rapidi e visibili utili a stimolare interesse per il nascituro
processo, a cui magari affiancare esperienze di progettazione partecipata in
singoli quartieri, magari con Fondi Urban o per Contratti di Quartiere.
Basilare sarà procedere a riformare i tavoli di concertazione già
esistenti, perché essi non riflettano, ma semmai riequilibrino, le disparità
di potere decisionale già insite nella società di mercato.
Ci si deve chiedere: perché
associazioni di categoria e ordini professionali, già detentori di reali poteri
di indirizzo, devono sedervi in numero maggiore dei rappresentanti del terzo
settore? La formula di rappresentanza di un terzo per tutti [istituzioni, poteri
economici, cittadinanza solidale] non dovrebbe essere imposta come garanzia di
equità delle scelte? E perché i rappresentanti della società civile sono
scelti dal mondo politico, e non indicati direttamente dalla popolazione in
forum cittadini autogestiti? Come a Porto Alegre, una simile riforma agirebbe su
consessi decisionali già esistenti, riformandoli in senso democratico; tutt'al
più dovrebbe toglier loro il valore meramente consultivo, per attribuire alla
partecipazione un peso realmente decisionale. Spesso, piuttosto che battere
strade del tutto nuove di rottura con la tradizione, può esser utile cercare di
"riempire progressivamente" di senso e contenuti democratici
istituzioni partecipative di governo urbano e controllo politico che formalmente
già esistono ma sono rimaste finora scatole vuote.