Il bilancio partecipativo in Italia
di Giovanni Allegretti
Il “Bilancio
Partecipativo” è per il nostro Paese una scoperta complessivamente recente,
una conoscenza quasi “rimbalzata per via di infatuazione politica” dopo il
Forum Sociale Mondiale del 2001. La conoscenza delle sfide che il processo pone
è arrivata a noi non attraverso la “medietas” delle prime esperienze
statunitensi, neozelandesi, francesi o tedesche, ma sulla scia della più
'radicale' delle esperienze conosciute, quella della metropoli di Porto Alegre,
sul cui esempio si muovono oggi oltre 140 municipi e altri sparsi in diversi
stati del Mercosul.
Ripercorrere questa
'genesi gnoseologica' non è secondario. Il Bilancio Partecipativo' è, infatti,
ormai una best pratice riconosciuta, apprezzata e 'vivamente consigliata' non
solo dalle Nazioni Unite, ma anche dalla Banca In-teramericana di Sviluppo
(BID), dalla Banca Mondiale (che nel 1999 elesse Porto Alegre a sede ideale per
il Seminario Internazionale sulla Democrazia Partecipativa) e da altre di quelle
istituzioni finanziarie internazionali che sempre più tendono ad auto - imporsi
come uniche depositarie della conoscenza di quali regole e modelli di gestione
urbana le amministrazioni statali, regionali o comunali dovrebbero prediligere,
se non altro per poter sperare di accedere ai loro prestiti e all'elargizione
della loro 'fiducia'.
Ovviamente, questa
esibita ammirazione per le esperienze di Bilancio Partecipativo nulla dovrebbe
togliere al valore intrinseco degli esperimenti di democratizzazione urbana che
lentamente e timidamente si cerca di avviare o rafforzare in molti contesti
locali, incluso nel nostro Paese. Ma può servire ad instillare dubbi, e a
stimolare una riflessione propositivamente critica sull'eterogeneità che ne
caratterizza motivazioni, mezzi e risultati.
Nella maggioranza dei
contesti, infatti, il richiamo a prestare attenzione ai processi di Bilancio
Partecipativo assume un'accezione utilitaristico - efficientista, che coglie di
questo processo solo gli “elementi di comodo” per le amministrazioni, ovvero
le sue potenzialità di mero 'strumento di gestione urbana' che può servire a
'costruire consenso' e quindi a ridurre la 'conflittualità sociale' a tutto
vantaggio della semplificazione del lavoro di chi amministra.
I principi su cui si
basano i processi di Bilancio Partecipativo sembrano - infatti - venire incontro
alle indicazioni e ai richiami presenti in vari documenti internazionali, dalle
Agende XXI all'Habitat Agenda, fino a documenti europei che hanno richiesto
lunghi anni di elaborazione, come il recente "Schema di sviluppo dello
spazio europeo" (SDEC o SSSE, 1993/99), i Regolamenti dei Fondi di Coesione
e di quelli Strutturali, le Linee Guida per l'Accesso al Fondo Europeo per lo
Sviluppo Regionale o la Urban Community Initiative. Ma ridurre i Bilanci
Partecipativi a meri 'strumenti gestionali' interpretandoli solo come luoghi
deputati al 'consensus building' e all'aumento dell'efficienza della macchina
amministrativa, significa svuotarli dei loro contenuti principali, del loro
ruolo di 'spazi pubblici non statali', di processi pedagogici che permettono di
far crescere la consapevolezza della cittadinanza, di renderle un ruolo attivo e
propositivo nell'amministrazione della città e nella creazione di scenari
strategici condivisi, e soprattutto di ricostruire un rapporto di fiducia tra
cittadini e istituzioni.
In breve,
l'interpretazione meramente strumentale dei processi di partecipazione popolare
alle politiche urbane coglie il rischio maggiore implicito nell'ossessivo e
ormai rituale richiamo alla 'sussidiarietà: trasformare l'ipotesi di cogestione
dei territori in un semplice mezzo di deresponsabilizzazione delle istituzioni,
di strumento per la 'delega' dei compiti che proprio attraverso il voto gli
elettori avevano affidato ai propri rappresentanti, e che questi rinviano ora al
mittente, scaricando parte delle proprie responsabilità ma senza
contemporaneamente rinunciare a nessuna percentuale della propria fetta di
potere decisionale, ovvero senza cedere ai cittadini quegli
'onori' che ogni
'onere' di solito comporta.
Tali ipotesi confermano
in pieno i timori espressi da Marie-Claude Smouts che l'attuale mito della buona
governance sia solo 'uno strumento ideologico per una politica dello stato
minimale', e che oggi - come ha aggiunto Bernard Cassen su 'Le Monde
Diplomatique' - la maggioranza delle prassi partecipative o concertative in cui
gli attori hanno poteri asimmetrici costituiscano nient'altro che 'colpi di
stato a piccoli passi' in cui politiche e progetti già pensati con procedure
top-down sono appena spiegati e non modificati con i cittadini, e per di più si
servano di audience numerose di associazioni selezionate 'dall'alto' con
l'obiettivo di farne dei 'semplici vettori di interessi privati' e dei
'legittimatori' di una politica del tutto assimilata alla gestione di un'azienda
che ha come maggiori azionisti gli squilibri di una Globalizzazione che si è
rinunciato a governare.
C'è un nuovo
'indicatore linguistico' che spesso smaschera questa interpretazione strumentale
delle presunte pratiche di democratizzazione delle decisioni
economico-finanziarie degli Enti Locali, ma che forse la scaltrezza politica non
renderà valido a lungo. In genere, bisogna mettersi in allerta quando si sente
parlare di 'Bilanci partecipati'. Già l'espressione è sintomatica del ruolo
'passivo' attribuito alla cittadinanza, chiamata spesso a prendere parte come 'cofòn
prosopon' (le maschere mute del teatro greco) alla mera registrazione di scelte
già impostate, e non certo ad esercitare un ruolo decisionale 'attivo' sulla
costruzione ex - novo delle scelte stesse, come dovrebbe avvenire in processi
reali di 'Bilancio Partecipativo'.
Intuitivamente, una
misura di questa differenza per nulla minimale tra modalità interpretative
opposte della partecipazione, la si può avere recandosi sul sito web di un
comune che brilla per il personalismo gestionale del suo sindaco, quello di
Treviso, dove - nella sezione 'Bilanci cittadini' – si può venire ingannati
da una di quelle ormai diffuse prassi di 'semplificazione della letture dei
Bilanci' (in sé, anche meritorie) che dovrebbero facilitare il controllo degli
elettori sull'operato della propria amministrazione. Una sorta di libretto
virtuale a fumetti sul Bilancio (il cui protagonista è un leoncino, simbolo
della città) cerca di spiegare in termini semplici cosa è e come si costruisce
un bilancio, quali sono le voci principali della spesa pubblica e come valutarla
in rapporto alle caratteristiche territoriali del comune in oggetto. Non si
parla ovviamente di partecipare, ma solo di 'conoscere' qualcosa che altri
elaborano, tanto più che l'esperimento comunicativo (iniziato nel 1997)
presenta solo i 'Consuntivi di Bilancio' e non certo i 'Bilanci Preventivi', e
non espone se non cifre abbastanza invecchiate (fino al 1999) per non dover
condividere quanto ancora è in costruzione ma comunicare con i cittadini solo a
cose avvenute. Il ruolo strumentale di questo millantato 'bilancio partecipato'
si fa via via più evidente nel tempo: l'ultimo libriccino è un vero polpettone
a fumetti, uno strumento di mera propaganda della giunta che ha per eroe -
protagonista la personificazione del sindaco - sceriffo che lotta contro
'topastri di fogna e insetti succhiasangue che insozzano la città e riduce al
minimo l'esposizione dettagliata di spese e investimenti, per di più
disinformando il cittadino con l'indicazione sommaria di 'spese obbligatorie' e
'rimborsi mutui' spacciati per verità 'scontate', indiscutibili, e non
intaccabili per nulla nelle loro percentuali di incidenza sulle spese comunali.
Per fortuna non esiste
solo questa ipotesi interpretativa, ma vi è ancora chi legge i Bilanci
Partecipativi come il luogo reale di un avvio al cambiamento, e all'apertura
reale al controllo popolare da parte di istituzioni progressiste sorrette nelle
loro riforme da una reale volontà politica di cambiamento. Porto Alegre stessa
è oggi il più interessante esempio della possibilità che la politica accetti
una trasformazione dal suo interno, e cerchi un incontro 'a mezza via' con le
richieste di democratizzazione che salgono sempre più forti dalla società
civile organizzata. È così che da 12 anni a Porto Alegre ha preso forma
un'esperienza 'radicale' di trasformazione istituzionale che va oltre la mera
gestione urbana, e che è stata fortemente voluta dalla cittadinanza prima che
dalla sua classe dirigente; la quale però è stata risolutiva nel metterla in
atto, monitorarne l'andamento, lasciarla come spazio libero dell'autorganizzazione
popolare, costruirle scenari di riferimento e soprattutto favorire quelle
riforme amministrative e della fiscalità locale che solo potevano rendere
effettive, rapide e visibili le decisioni sul Bilancio prese dalla popolazione.
Oggi che qualcuno
(sbagliando) ha trasformato in un 'mito' l'esperienza di Porto Alegre, è sempre
più frequente vederla attaccata (stranamente, soprattutto da sinistra, come
avvenuto dentro alcune frange del cosiddetto 'Movimento No - Global') con forme
grossolane di disinformazione, tese a demolirne i principi di innovazione
squalificandola come 'mera prassi riformista' in contrapposizione a presunti
ideali rivoluzionari di riforma totale della politica. Oltre a mostrarsi
tendenziosamente disinformato sui reali risultati in continua trasformazione e
crescita, ottenuti dall'esperienza brasiliana e da quelle consimili, chi fa
simili critiche dimentica forse che un'esperienza di 'incontro' fra 'società
istituente' e cittadini - almeno leggendola dalla prospettiva della prima - non
può che partire dalle responsabilità e dai vincoli tra cui forzatamente deve
muoversi chi rappresenta comunque un ambito istituzionale, e non può che essere
riformista per natura. Questo non significa che non abbia in sé elementi di
radicalità, specie laddove riconosca fiducia e capacità organizzativa e
propositiva ai suoi concittadini, e ceda loro reali poteri decisionali e non
solo responsabilità prive di contropartita. Credere nelle 'energie da
contraddizione', ovvero nelle possibilità costruttive che la critica (anche
dura e animosa) alle istituzioni può portare, è in sé rivoluzionario; perché
togliere l'utilitarismo dall'oscurità della politica clientelista per trarlo
alla luce del dibattito democratico, valorizzando il patrimonio sociale del
territorio, non vuol dire necessariamente 'calmierarne la protesta' e 'attirassi
simpatie' ma anche correre audacemente il rischio (non puramente ipotetico) di
scatenare una 'rivoluzione detronizzante' contro se stessi.
I tentativi che in
questi ultimi 6 mesi stanno venendo gradualmente portati avanti in varie città
italiane per la sperimentazione di processi di Bilancio Partecipativo, non
possono che essere giudicati a partire da questa contraddizione.
Sarebbe difficile
datare esattamente le dinamiche di interazione strutturatesi tra partiti
politici e movimenti cittadini, in particolari i gruppi facenti capo ai
cosiddetti 'Forum Sociali', che a livello locale rappresentano la linfa vitale
delle novità che vanno riconosciute al fenomeno del 'Forum Sociale Italiano'
costruitosi sull'esperienza del I° World Social Forum di Porto Alegre e delle
manifestazioni contro la globalizzazione selvaggia e la guerra svoltasi a Genova
e Napoli (e non solo) nel 2001. Certo è che in comuni di medie e grandi
dimensioni (come Roma, Venezia o Napoli) la nomina di delegati del Sindaco o di
Assessori con delega alla costruzione di processi di Bilancio Partecipativo, è
stata frutto di una battaglia combattuta accanto da movimenti urbani e da
partiti politici, primo tra tutti quello della Rifondazione Comunista che oggi
va ricercando tra gli aderenti al cosiddetto 'popolo di Seattle' nuovi consensi,
sovente prendendo posizioni 'scomode' per i suoi alleati di coalizione in
diverse amministrazioni locali.
Riconosciuto questo, al
momento sembra plausibile che il destino del reale avvio di questi processi
partecipativi nel nostro Paese resti soprattutto nelle mani di organizzazioni e
movimenti della cittadinanza e nella loro capacità di esercitare pressioni
politiche sui propri eletti, creare conoscenza e sperimentare forme di
autorganizzazione e sviluppo locale, elaborare sistemi di monitoraggio e
indicatori di controllo e valutazione dei cambiamenti che verranno. I partiti
che si sono fatti promotori (non sempre entusiasti né coesi) di questi
progetti, corrono infatti un serio rischio: che la troppa pubblicità fatta
all'avvio di ipotesi di Bilancio Partecipativo si ritorca contro di loro. Che -
cioè – in qualche modo i propri alleati possano metterli all'angolo, qualora
non si dimostrino in grado di attivare rapidamente e con visibili risultati le
esperienze promesse quasi in forma di 'concessione di fiducia a tempo
determinato'. I processi di partecipazione popolare sono invece processi lenti,
che richiedono tempo per partire come per dare frutti, tanto più se si tratta
di riformare le procedure decisionali in materia economica, trasformando
strumenti di amministrazione, gestione ordinaria e 'razionalizzazione
scientifica' come i Bilanci - da oltre un secolo caricati di un valore quasi
'politicamente neutro' e puramente tecnico (che è ovviamente una
mistificazione) – recuperandone visibilmente il 'contenuto politico' di luoghi
in cui si tratta di decidere dei 'fini' del governo urbano, prima ancora che
dell'ottimizzazione dei mezzi.
Anche a Porto Alegre il
Comune ha raggiunto una forte efficienza e un consenso alto (la coalizione
guidata dal PT è stata rieletta ormai 4 volte di fila al governo della città)
forse proprio perché non ha ricercato questi elementi come forma di
autolegittimazione, ma li ha ottenuti come 'effetto secondario' nella ricerca di
efficacia delle azioni intraprese nei vari settori della trasformazione del
territorio, puntando coraggiosamente ad 'invertire le priorità' a favore dei
cittadini più deboli attraverso strumenti di 'riequilibrio' (come è il
Bilancio Partecipativo) delle ingiustizie sociali e delle possibilità
tradizionali di accesso al potere e all'informazione, ma anche con la
costruzione di politiche di settore coerenti con questi propositi e coraggiose
nel loro contrapporsi all'automatismo delle tendenze liberiste che vanno
autoimponendosi ormai ovunque alle politiche territoriali. Costringere simili
radicali cambiamenti nei tempi istantanei e ansiosi di una politica che sa solo
pensare a breve termine, non è certo possibile, e può rivelarsi
controproducente per chi li sostenga. Non è casuale che in Italia - in questo
momento - siano proprio ONG, Associazioni e gruppi di movimenti cittadini
(seppur in costante comunicazione con alcuni loro referenti politici) ad esporsi
in prima persona nella richiesta di democratizzazione, sfruttando come valore
aggiunto e in senso critico il proprio potere di 'votanti' e di 'acquirenti' per
veicolare 'nuove visioni', anche facendosi promotori del maggior numero di
dibattiti sulla democrazia partecipativa, con particolare attenzione al Bilancio
Partecipativo letto come 'nodo di partenza' di una riforma complessiva delle
politiche
locali.
Da Legnago a Cagliari,
da Napoli a Trieste, da Roma a Torino, da Trento a Siena, da Firenze a Bologna,
in questi ultimi mesi sono diventati numerosissimi i seminari, i corsi di
formazione, le assemblee per discutere insieme e con le Istituzioni; con
l'obiettivo di superare 'la mitologia del modello - Porto Alegre' per coglierne
la filosofia e le novità principali da adattare e coniugare alla peculiari
evoluzioni socio - politiche dei nostri 'patrimoni locali'. Anche nella
convinzione che sia importante sostituire la pigra imitazione con l'emulazione
creativa, e che (a differenza di quanto pensano alcune amministrazioni locali)
non sarà la 'scorciatoia delle consulenze di gran nome' a fare il successo di
nuovi processi di democratizzazione istituzionale, ma semmai la capacità di
costruire gruppi di lavoro armonici di professionalità sorrette da una comune
volontà politica di rinnovamento e da un forte sostegno popolare, così come
avvenuto per la maggioranza delle città che oggi sperimentano il Bilancio
Partecipativo nel mondo.
Sarà altresì
fondamentale la capacità di radicamento locale dei nuovi processi attivati, che
significa non solo recupero e valorizzazione di esperienze di partecipazione già
tentate in ambito nazionale (pochi lo sanno, ad esempio, ma da 8 anni a
Grottamare in provincia di Ascoli Piceno è stato portata avanti un'esperienza
non troppo dissimile da quelle dei Bilanci Partecipativi, seppure un po' caotica
nelle forme di sviluppo), ma soprattutto armonia con i diversi contesti socio -
territoriali locali, le loro energie propositive e i loro 'spazi di
democratizzazione' più immediatamente raggiungibili.
Ad esempio, se oggi a
Roma si lavora sul Bilancio Partecipativo in alcune circoscrizioni (come il
Municipio X e l'XI), a Napoli - nel predisporre una delibera - quadro sul
Bilancio Partecipativo – si pensa piuttosto a settori tematici del Bilancio
come gli investimenti legati ai Servizi Sociali, che si ritiene possano
permettere risultati più rapidi e visibili atti a stimolare sempre nuovo
interesse per il nascituro processo, a cui magari affiancare esperienze di
progettazione partecipata in singoli quartieri che magari possono usufruire di
Fondi Urban, o di finanziamenti per Contratti di Quartiere. Con la certezza che
spesso - piuttosto che la ricerca di strade del tutto nuove che puntano alla
'rottura' con la tradizione - può essere più produttivo darsi da fare per
'riempire progressivamente' di senso e contenuti democratici istituzioni
partecipative di governo urbano e di controllo politico che formalmente già
esistono ma che sono rimaste a lungo 'scatole vuote', ovvero che non hanno mai
preso a funzionare sia a causa del malgoverno politico che dell'apatia della
cittadinanza, abituata forse troppo alla delega delle responsabilità per
impegnarsi in prima persona a cambiare i modelli di pensiero e gli stili del
vivere quotidiano come sarà necessario se si vuol dare alla 'sostenibilità' un
significato che vada oltre il suo valore di mero slogan politico.