Contributo per il Cantiere del Nuovo Municipio
Dalla “gestione consensuale” alla “riprogettazione condivisa” del territorio: l'Europa scopre il potenziale dei Bilanci Partecipativi come “nodo” di riforma democratica[1].
di Giovanni Allegretti
Nell'era
della globalizzazione senza limiti, dove ogni atto di governo ed ogni
trasformazione socioculturale sembrano determinati dall'ingordigia di potentati
o istituzioni economiche prive di legittimità, ripartire dalla dimensione
locale può essere opzione strategica per la stessa possibilità di costruire
campagne globali di rinnovamento contestuale delle politiche e degli stili di
vita.
È
quanto i maggiori “movimenti” globali hanno sottolineato di recente nei loro
più importanti spazi di “costruzione di reti e di scambi di esperienze e
riflessioni” (come il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre), riconoscendo
come, però, attualmente permanga una sproporzione tra la visibilità globale e
l'incidenza locale di molti dei nuovi soggetti sociali in grado di mettere
"in serie difficoltà gli istituti della globalizzazione economica" ma
ancora disabituati a misurarsi sotto casa con "la costruzione di
politiche, ad esempio con il produrre alternative alla privatizzazione e
mercificazione dei servizi sociali e degli spazi pubblici nelle città"[2].
Quella
parte del “movimento dei movimenti” che comincia a cimentarsi con il tema
della democrazia locale va, però, scoprendo e valorizzando pratiche innovative
già in atto da oltre un decennio in diversi territori del pianeta (con
particolare creatività e diffusione in America Latina) che hanno saputo porsi
come luoghi di incontro a mezza via tra auto-riforma della politica e nuove
esigenze dei cittadini di partecipare più attivamente alla gestione, ma
soprattutto alla riprogettazione dei loro ambiti di vita e delle politiche che
li riguardano.
È
quindi sul ruolo della partecipazione dei cittadini alla costruzione delle
scelte territoriali che vanno oggi incentrandosi i più interessanti
dibattiti sul contributo che la riforma della politica e dei processi
istituzionali a livello locale può offrire anche ai fini del rinnovamento
dell'azione su fronti più ampi.
Certo,
il rischio del parlare oggi di partecipazione, è quello di riferirsi a un
termine che va rapidamente e progressivamente svuotandosi dei suoi significati
densi e pregnanti per ridursi (fin dai maggiori documenti internazionali
sull'habitat) a luogo comune o a prerequisito gravoso ma necessario per
garantirsi finanziamenti per i nuovi strumenti di progettazione urbana e
territoriale. Perciò, per ridare al termine partecipazione il senso di un luogo
di democrazia vera, di spazio di crescita e comprensione reciproca per le
diverse componenti sociali che contribuiscono quotidianamente a trasformare il
territorio, si deve restare vigili. Perché la partecipazione dei cittadini può
essere sapientemente “usata”; ad esempio per costruire consenso (facendo
passare per partecipati progetti che nel loro complesso susciterebbero dure
reazioni) o per diluire le energie di rivolta comprando con trattative mirate
singole componenti della cittadinanza. O ancora, per garantire alle istituzioni
alibi all'inazione traendo a pretesto il disaccordo fra i “partecipanti”,
cosa tanto più facile nelle nostre città dove la partecipazione degli abitanti
alla costruzione dei propri ambienti di vita è spesso confinata a livello di
piccole scelte locali: laddove, cioè, più duro può farsi lo scontro fra
interessi minuti, col rischio di imbrigliare localmente le energie più reattive
e polemiche in modo che non intacchino a livello più globale le ingorde e
devastatrici logiche correnti con cui il grosso del territorio continuerà a
scegliere di organizzarsi.
Nel
riconoscere questi pericoli non si deve però perdere l'ottimismo e la fattività
nè desistere dal giusto obiettivo di reclamare il coinvolgimento diretto delle
molteplici comunità di cittadini-abitanti (non declassabili a meri 'beneficiari')
in ogni progetto di trasformazione territoriale. Tali rischi servono semmai a
ricordare che la partecipazione non è un toccasana, e che ottenerla formalmente
è sempre insufficiente, nella misura in cui essa è solo un tassello di più
ampi progetti politici che richiedono forza e respiro. I risultati positivi che
essa produce sono, del resto, direttamente proporzionali alle energie spese per
mantenerla viva, darle profondità, attivarne le capacità di creare conoscenza
del territorio e agglutinare un'azione comune dei suoi diversi abitanti
attraverso il confronto delle loro necessità e aspirazioni. In sostanza, i
benefici reali introdotti per la collettività dai processi di partecipazione
sono proporzionali alla volontà politica di chi governa, ed è su questa che
bisogna esercitare primariamente pressione e controllo costante.
Sottolineare
questo intreccio di limiti e opportunità legate alla partecipazione diretta dei
cittadini alla trasformazione del territorio è premessa indispensabile per
poter comprendere il clima di “tesa attenzione” che oggi circonda in Europa
le informazioni su processi ed esperienze innovative di condivisione delle
politiche locali che vanno oggi consolidandosi in realtà lontane dalle nostre,
ma non per questo così diverse da giustificare il nostro disinteresse per le
elaborazioni ed i principi che vanno orientando tali trasformazioni.
Questi,
infatti, appaiono coerenti con le indicazioni che con sempre maggior
reiterazione vanno riempiendo documenti strategici europei che affermano di
puntare molto alla “valorizzazione del capitale sociale”, allo sviluppo
sostenibile, alle pari opportunità e alla crescita della qualità della vita,
all’”approccio orizzontale” nella soluzione dei problemi sociali, mirando
alla presa in carico delle istanze delle comunità locali attraverso processi
partecipativi allargati.
Il
punto è che - sovente - glI obiettivi europei si perdono fra profluvi di
documenti incoerenti e disarmanti litanie di “Carte d'Intenti” disattese,
che vanno progressivamente svuotando di ogni corporeità ed attrattiva il
concetto stesso di partecipazione,
annacquando la preminenza concettuale attribuita ai principi della coesione
economica e sociale e dello sviluppo sostenibile sia con il sostegno offerto a
progetti di monumentalismo, maquillage e gentrificazione urbana (è il caso
proprio di vari programmi URBAN duramente contestati dalla popolazione locale)
sia commisurando gli appoggi finanziari soprattutto ai vettori di crescita e
competitività o alle tecnologie avanzate messe in campo in ogni realtà.
In
tale quadro, si comprende perché tanto interesse entusiastico (seppur non
sempre avvertito o capace di approfondimento) vada oggi sviluppandosi in Europa
intorno ad esperienze del Sud del mondo di riorganizzazione locale a piramide
rovesciata (in cui i momenti di partecipazione dei cittadini alle scelte
assumono un ruolo decisionale forte e cogente) che vanno operando soprattutto
sul piano dell'azione sperimentatrice, e lasciano invece poco spazio ai
proclami, alle dichiarazioni d'intenti, al marketing ed alla
teorizzazione, in molti casi re introdotta solo in fase avanzata di
sperimentazione.
Il
segreto di tanto interesse per simili esperienze risiede forse proprio in questo
scarto attuativo che - priorizzando l'azione rispetto alla faticosa macchina
della costruzione degli indirizzi e delle raccomandazioni sulla gestione acquisisce
una concretezza che osa subito confrontarsi con i propri limiti per decidere di
farsi subito attuante e visibile nel tentativo di neutralizzare alla radice una
porzione di quello scontento che oggi in Europa va sempre più minando la
relazione di fiducia tra cittadini e istituzioni, svuotando lentamente di forza
di rappresentanza gli stessi meccanismi di voto. Non è un caso che gli stessi
vertici dell'Unione Europea (così come già da qualche anno la Banca Mondiale e
l'Agenzia dell'ONU sull'Habitat) riconoscano oggi la necessità di studiare da
vicino questo genere di esperienze provenienti dal Sud del mondo, nell'ingenua
speranza di carpire metodologie e modelli replicabili a cui attingere per
arginare il sostanziale stallo dello sviluppo istituzionale europeo di ambito
locale, schiacciato tra il peso di una sussidiarietà asimmetrica (che decentra
ai livelli istituzionali più bassi sempre più responsabilità e sempre meno
risorse per farvi fronte) e l'incapacità di comprendere lo scarto politico che
una simile riforma esige prima di poter pensare di emulare con successo
modellistiche organizzative o strategie comportamentali altrove sperimentate. Il
programma URB-AL di cooperazione tra Europa ed America Latina sembra destinato a
diventare uno di questi strumenti di osservazione interessata: tant'è che nella
seconda fase che si apre a breve, è prevista la costituzione di una nuova rete
tematica di cooperazione paritaria tra città dei due continenti, tutta
interamente dedicata al confronto tra pratiche di Bilancio Partecipativo.
In
termini generali, il Bilancio Partecipativo potrebbe essere definito come un
processo decisionale che consiste in un'apertura della macchina statale alla
partecipazione diretta ed effettiva della popolazione nell'assunzione di
decisioni sugli obiettivi e la distribuzione degli investimenti pubblici.
Come
indica il nome, si caratterizza come processo partecipativo di discussione sulle
proposte di Bilancio (Circoscrizionale, Municipale, Provinciale, Regionale, ma -
al limite - anche di impresa, ecc.) che si snoda durante tutto l'anno[3]
fino a disegnare una proposta articolata di Bilancio per ogni anno di gestione
successiva, sulla base delle richieste priorizzate dalla cittadinanza. Per lo più,
esso può quindi immaginarsi come un processo di perfezionamento per gradi dei
documenti di Bilancio (e in particolar modo dei Piani degli Investimento in
Opere e Servizi) discusso e partecipato dagli abitanti del territorio di
riferimento del processo stesso, e caratterizzato da una rigida
temporalizzazione fissata per il compimento delle scelte nelle sue diverse fasi
di articolazione.
A
mio avviso, ulteriori definizioni sarebbero inopportune, perché tenderebbero ad
accreditare l'esistenza di una modellistica unica a cui fare riferimento, mentre
sarebbe più corretto dire che su queste linee di orientamento generali vanno
sviluppandosi numerosi esempi di sperimentazione - fra loro diversi -a cui è
possibile guardare con uguale interesse proprio in virtù delle differenze di
concezione che mettono in campo. Tali differenze riguardano in genere campi
molto vari, tra cui:
1)
il promotore del
percorso partecipativo. In
genere, sono le amministrazioni, cioè le giunte esecutive locali (per lo più a
seguito di pressioni di singoli correnti partitiche o della società civile
organizzata, come sta accadendo a Manchester e nelle prime ipotesi di
formulazione del Bilancio Partecipativo a Roma e Napoli) nell'ambito dei loro
poteri di consultazione della cittadinanza nella messa a punto delle politiche
territoriali. Astrattamente è però possibile che simili processi prendano
piede anche in conseguenza di pressioni esercitate dalle istituzioni con
carattere che - per comodità - chiameremo più 'legislativo' (Consigli
Comunali, Circoscrizionali, Provinciali, Regionali, ecc) o addirittura che
vengano promosse da organismi di livello istituzionale superiore, attraverso
incentivi e linee di indirizzo che premino (per visibilità o nelle fasi di
distribuzione di fondi) le amministrazioni di grado inferiore che si impegnano
ad attivare processi strutturati di partecipazione alle scelte contenute nei
bilanci. Nel caso della decina di città tedesche che oggi attuano forme di
Bilancio Partecipativo, ad esempio, è stato il Land Renania Settentrionale-
Vestfalia a promuovere e monitorare i processi in collaborazione con il
Programma "Burgerhaushalt" della Fondazione Bertelsmann.
2)
La percentuale di
risorse su cui si discute. Non vi è una regola univoca. In genere si cerca di condividere con i
cittadini la gestione delle risorse con carattere maggiormente flessibile, ad
esempio quelle destinate ad opere e servizi, ma vi sono città brasiliane come
Belèm o Barra Mansa, in cui si sta cercando di estendere la discussione
all'intero Bilancio. Neppure la percentuale delle voci di spesa le spese in
conto capitale messe sul tavolo della con-discussione tra abitanti ed
amministrazione è indicabile come fissa. A Porto Alegre, la popolazione discute
il 100% delle spese di investimento in opere e servizi, altrove si varia tra il
50% e il 70% delle spese di investimento in opere e servizi, o (come a San
Paolo) ci si limita a settori specifici (ad esempio salute e servizi sociali)
decisi con i cittadini l'anno prima, o che godono di percentuali bloccate di
allocazione di risorse sul totale del Bilancio[4]
3)
le modalità adottate
per stimolare il coinvolgimento dei cittadini: se
nella maggior parte dei casi, a stimolare la partecipazione degli abitanti alla
costruzione del bilancio basta la certezza di contare nella definizione delle
scelte, in alcune esperienze di taglio più consultivo si è dovuti ricorrere a
stimoli concreti per risvegliare dall'abitudine alla delega delle scelte (è il
caso della tedesca Emsdetten, dove inizialmente la partecipazione ad alcune
consultazioni cittadine premiata da estrazioni di buoni-acquisto del valore di
26 Euro tra i partecipanti).
4)
le modalità di
interazione usate per mettere in contatto istituzioni e cittadini. A
seconda dei contesti e del loro grado di formalismo operativo, esse tendono ad
essere più informali (assemblee aperte, sondaggi, piazze tematiche, questionari
distribuiti alle famiglie[5],
ecc.) o più formali (referendum cittadini o circoscrizionali, tavoli di
concertazione con ruolo decisionale, consulte e commissioni di rappresentanti,
ecc.). In genere, i Bilanci Partecipativi mescolano sempre momenti assembleari
di democrazia diretta e momenti di democrazia rappresentativa in cui dei nuovi
rappresentanti popolari con vincoli di mandato discutono e approvano gli
indirizzi di spesa della città (con relative localizzazioni degli interventi)
che le Giunte poi armonizzano con le proprie autonome proposte, rimandano ai
cittadini per una valutazione, ed infine fanno propri presentandoli poi ai
Consigli che per legge restano in genere gli unici veri responsabili
dell'approvazione dei bilanci.
5)
lo spazio dato alle
capacità di autorganizzazione autonoma dei cittadini e al rapporto tra
istituzioni elettive (Giunte, Consigli) e abitanti. A
Porto Alegre, ad esempio, le istanze dove i cittadini discutono delle priorità
di bilancio sono spazi dove la Giunta Comunale ha obbligo di partecipazione ma
non diritto di voto, mentre nel Consiglio Popolare di Bilancio della città
brasiliana di Belem siedono anche due rappresentanti del Consiglio Comunale, e a
Santo Andre un 50% dei votanti nelle assemblee di decisione viene dall'ente
pubblico[6].
6)
il grado di inclusione
sociale perseguito dai processi. Generalmente i processi di discussione e di votazione che coinvolgono i
cittadini sono concepiti per essere al massimo grado includenti, senza
privilegiare solo i gruppi di cittadini più motivati o già strutturati, che
potrebbero agire come lobbies di pressione e in tal caso andrebbero
adeguatamente identificate perché ogni pressione sia esercitata a cielo aperto
e resti in un quadro di trasparenza, basilare per offrire a tutti i cittadini
certezza delle regole che caratterizzano il percorso di discussione e decisione.
Le formulazioni più avanzate prevedono di solito l'adozione del criterio
decisionale, una testa, un voto in cui ogni abitante conta di per se,
come individuo, prima ancora che per la propria appartenenza a gruppi e
associazioni.
7)
I livelli di compresenza
di procedure partecipative interrelate a quelle sul bilancio. Se,
ad esempio, in contesti come quello peruviano, il Bilancio Partecipativo non è
un obiettivo a se stante, ma un strumento dei Piani di Sviluppo realizzati con
la popolazione, in metropoli come Porto Alegre e Belo Horizonte si è preferito
prima abituare col Bilancio Partecipativo i cittadini alla discussione sugli
interventi di vicinato e alla gestione degli investimenti, preferendo arrivare
per gradi alla discussione di documenti di sviluppo strategico non sempre
facilmente comprensibili da abitanti impreparati alla loro lontananza dal
quotidiano, alla loro temporalità diluita su tempi medio-lunghi e alla loro
complessità. In Europa, invece, come dimostrano i casi tedeschi, francesi,
quello di Manchester e quello della catalana Saint Feliu de Llobregat, si è
preferito da subito integrare la tradizione dell'urbanistica partecipativa con
la nuova proposta di un Piano di Bilancio condiviso con i cittadini, per
muoversi contemporaneamente tra due poli, ognuno dei quali poteva agire come
promotore dell'altro, e al contempo essere singolarmente accessibile a pubblici
e livelli di comprensione diversi e complementari.
Tenendo conto di un simile quadro di
differenze, il Bilancio Partecipativo è difficilmente considerabile come uno
strumento esclusivo per stimolare un senso attivo di cittadinanza, e la
partecipazione degli abitanti alle scelte concernenti i loro territori di vita o
di lavoro. Esso andrebbe concepito appena come uno dei componente complementari
di Sistemi di Partecipazione Cittadina, che ha necessità di essere coordinato
con altre istanze di partecipazione di ambito areale o tematico, per coinvolgere
i cittadini a monte e a valle di tutte le scelte che riguardano il proprio
territorio.
Se poi - nella pratica - in molte città
che lo hanno adottato come primo passo di una riforma delle politiche
territoriali locali, il Bilancio Partecipativo ha teso ad assumere un ruolo
quasi totalizzante rispetto ad altre istanze partecipative di livello locale,
potrebbero individuarsi tre ordini di motivazioni per spiegare tale situazione:
1)
Soprattutto se applicato a tutte le risorse pubbliche (o almeno alle
porzioni meno rigide), il Bilancio Partecipativo è un processo complesso e
spesso difficile da comunicare, cosicché necessita tempo perché la
partecipazione popolare cresca al suo interno, e si possano mettere in campo al
suo intorno altre istanze di partecipazione consultive e decisionali.
2)
Non poche amministrazioni locali possono tendere a limitare alla
discussione del bilancio i tavoli di contrattazione con i cittadini, puntando
sul fatto che esso è una coperta corta, che tende ad incidere sulla
distribuzione di un ammontare pressochè bloccato di risorse, e che limitarsi a
discutere di esso può anche essere un modo di far passare scelte di minima
altrimenti difficili da digerire, mentre il potere della produzione di nuove
risorse può essere spostato in altre sfere.
3)
Ci può essere semplicemente una prevalenza della comunicazione su alcuni
temi al momento in voga, ed al contempo una predisposizione di osservatori e
lettori ad interessarsi che tende a lasciare nell'ombra istanze partecipative
complementari che si sviluppano in parallelo ai Bilanci Partecipativi.
Del resto, l'orientamento crescente
verso processi di Bilancio Partecipativo trova ragione nel fatto che operare
scelte consensuali sui bilanci - che si occupano di distribuzione di risorse per
lo più originate dalle imposte pagate dai cittadini - ha al contempo un forte
valore simbolico e pratico: gestisce denaro (che è simbolo di concretezza dei
risultati sortiti da uno spazio decisionale) e proprio su questo le
amministrazioni accettano di aprire parte del loro potere decisionale
all'intervento diretto dei cittadini.
Così, se il Bilancio non è l'unico
settore dove sia proficuo mettere in campo processi di rinnovamento della
gestione in senso partecipativo, esso è certo un ambito strategico, percepito
sovente dai cittadini come segnale forte della reale volontà di cambiamento da
parte delle istituzioni, e per questo tende a disegnarsi e ad essere percepito
come luogo potenziale di primaria importanza per la ricostruzione del rapporto
tra cittadini e politica. Spesso - anzi - viene erroneamente come "il"
luogo per antonomasia (o, persino, l'unico) di questa riforma, finendo così per
assumere quel ruolo totalizzante di catalizzatore del trasformarsi dei
meccanismi di assunzione delle scelte locali in senso partecipativo.
Qualunque dei tre i casi sopra
individuati si verifichi, è importante che i cittadini e gli osservatori
esterni svolgano un ruolo di stimolo e sollecitazione nei confronti della
progressiva complessificazione dei processi partecipativi, visto che solo
coinvolgendo i cittadini in tutti i momenti decisionali sulle scelte
territoriali (dalla creazione di risorse alla loro distribuzione per priorità,
dalla discussione dei progetti di dettaglio all'accompagnamento delle fasi
realizzative o al controllo della gestione dei servizi) si può impostare
un'azione coerente, olistica e coscientemente orientata a durare e produrre
ulteriori risultati nel medio e lungo termine (quindi possibilmente
sostenibile).
Se ritengo errato parlare di modelli di
Bilancio Partecipativo, sarebbe, peraltro, deviante negare che - tra le
esperienze finora tentate alle diverse latitudini del pianeta - è almeno
possibile riconoscere due grandi famiglie di Bilanci Partecipativi:
a) La prima (che ha preso forma
specialmente in città o regioni di Brasile, Perù, Bolivia e di altri Paesi
sudamericani) incentra il suo sviluppo su obiettivi di democratizzazione dei
poteri istituzionali locali, e prevede margini maggiori di autonomia nella
decisione per i cittadini partecipanti ai processi di discussione dei bilanci,
con l'obiettivo di rafforzare l'efficacia delle azioni compiute
dall'amministrazione e la loro rispondenza ai principali bisogni auto-rilevati
dalla cittadinanza.
b) La seconda (che ha preso forma in
Nordeuropea e in Nuova Zelanda[7],
toccando anche alcuni esempi statunitensi, e oggi va estendendosi a diverse città
europee e ad alcune zone africane) tratta la partecipazione in forma
maggiormente consultiva, perseguendo primariamente obiettivi di messa in
trasparenza e di gestione efficiente delle risorse pubbliche.
Come ha giustamente notato Carsten
Herzberg[8]
- del resto - sarebbe difficile immaginare una puntuale unità d'intenti, visto
che in America Latina i "responsabili principali del cattivo funzionamento
della democrazia" sono rappresentati "dal clientelismo" e dalla
"povertà" (ed è la lotta contro di essi ad aver permesso nelle
esperienze di Bilancio Partecipativo di ottenere "miglioramenti
amministrativi, così come un aumento delle entrate ed una più equa distribuzione
delle uscite") mentre "in Europa centro-occidentale [ . . . ] tra i
problemi indiscussi della nostra democrazia troviamo piuttosto il ristagno della
modernizzazione, l'appiattimento politico [sulla delega] e
l'individualismo".
Questo
fa sì che, mentre le esperienze che rientrano nella prima famiglia di Bilanci
Partecipativi mostrano in genere un carattere progressista che "punta in
modo prioritario ad una mobilitazione della società civile" e dove
"l'empowermentè il fattore decisivo per la salute della democrazia
e dei rapporti sociali" e porta al "mutamento del rapporto
cittadinanza-Stato"[9],
in molti dei casi che appartengono alla seconda famiglia sembra che la
partecipazione civica rimanga limitata al settore della prestazione dei servizi,
assumendo così le esperienze un carattere quantomeno statico, se non
conservatore. "l cittadini vengono consultati e fanno critiche ai
"prodotti" della pubblica amministrazione, più precisamente ai
prodotti delle imprese incaricate della loro esecuzione. Lo scopo del governo è
che i "prodotti" si adattino alle esigenze dei cittadini, i quali in
questo caso svolgono il ruolo di consumatori. Questo è quanto, e la competenza
del governo [ . . . ] non viene messa in discussione. I motivi sono
semplicemente diversi, essi vertono a legittimare il bilancio e non a rafforzare
la società"[10].
Se
questa esegesi è realistica attuando una panoramica ampia (e non troppo
ravvicinata) delle esperienze di Bilancio Partecipativo attualmente in corso in
Sudamerica e in Occidente, un'analisi di maggior dettaglio rivela una situazione
in rapido cambiamento, dove sempre più diffuse tendono ad essere - viavia che
dentro le reti di cooperazione tra città cresce la conoscenza sulle altrui
sperimentazioni - le forme di contaminazione tra percorsi diversi, e sempre più
ibridi i risultati intermedi che in questa fase si stanno conseguendo nelle
diverse realtà.
Cosicché,
nel mezzo del cammino, tendono a manifestarsi nel tempo maggiori unità di
sviluppi tra territori locali che hanno compiuto la scelta di un percorso comune
- quale il Bilancio Partecipativo - ferme restando le differenze di accenti di
partenza all'interno delle due diverse famiglie summenzionate. Ad oggi
(prendendo coscienza del fatto che le limitate esperienze europee di Bilancio
Partecipativo muovono da poco i primi passi, e non hanno alle spalle studi e
valutazioni approfondite sugli effetti che vanno delineando) si potrebbe dire,
anzi, che connoti unitariamente molte delle esperienze di Bilancio Partecipativo
alle diverse latitudini proprio il progressivo - seppur lento - ridestarsi di un
interesse per la politica, e la capacità di attivare percorsi che aiutino a
superare l'individualismo, riportando le decisioni in sfere che appartengono al
pensare collettivo quando non decisamente improntato a concezioni solidaristiche
stimolate dal dibattito vis-a-vis tra cittadini.
È
per questa via che - in corso d'opera - alcuni accenti originariamente diversi
hanno teso a stemperarsi, ed anche alcune esperienze di Bilancio Partecipativo
nate in seno alla seconda famiglia summenzionata, nel tempo - una volta iniziati
a coinvolgere i cittadini nell'assunzione di decisioni per loro importanti -
hanno visto il loro nodo di significato spostarsi dall'efficienza della macchina
amministrativa al tema della “ri-democratizzazione della democrazia”, ovvero
alla ricostruzione di un nuovo rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni,
svuotatosi progressivamente nel tempo. Oggi - anche in alcune città occidentali
che lo praticano in forma leggera[11]
- il Bilancio Partecipativo tende a porsi come luogo di riequilibrio delle voci
interne ai territori, specie di quelle dei cittadini tradizionalmente
emarginati: pertanto cercano di coinvolgere con forme di discriminazione
positiva categorie di abitanti non in possesso di diritti politici formali (ad
esempio i minorenni e gli stranieri). Ad esempio, nella tedesca Vlotho-
riproducendo in forma più tenue ciò che accade nella brasiliana Barra Mansa[12]
- l'Amministrazione ha scelto un target insieme a cui condividere e assumere
decisioni sul bilancio: gli studenti delle scuole superiori nella fascia scolare
pre-voto.
È
ovvio, che queste trasformazioni non si producono con uniformità ne di tempi ne
di intensità, ma si può notare come sia proprio l'interazione tra attori
diversi (cittadini comuni, organizzazioni strutturate della società civile e
istituzioni locali) a stimolarne la comparsa, attraverso una redistribuzione
delle responsabilità decisionali, dei diritti e dei doveri. Così, mentre
alcune tra le più note esperienze di Bilancio Partecipativo brasiliane puntano tout
court a rinnovare il ruolo delle amministrazioni, che cedono spazi
decisionali e solo posteriormente esigono dagli abitanti il compimento dei loro
doveri di cittadinanza, altre esperienze contano molto di più sullo scambio
sociale. Ad esempio, in alcuni centri boliviani in cambio di un'allocazione di
fondi ad un certo quartiere è richiesta una contropartita in termini di
cessione di ore di lavoro comunitario gratuito, mentre a Vila EI Savador, città
nata come baraccopoli nei pressi di Lima, tra i tre criteri per scegliere come assegnare i fondi municipali alle diverse aree
urbane vi è una correlazione diretta tra concessioni e livelli di risposta alla
tassazione nei diversi distretti[13],
a sottolineare l'indispensabile con testualità dello scambio tra cittadini e
istituzioni per poter attuare forme di co-gestione del territorio.
Proprio
il tema della cogestione è da tempo al centro di un forte dibattito -
soprattutto all'interno delle forze politiche della sinistra - essendo assunto
da alcuni critici non come una forma di confronto paritario tra società
istituente e società istituita, ma bensì come una forma di cooptazione che
mette gli abitanti in posizione di subalternità, costringendoli a scegliere
spesso tra opzioni bloccate e rendendoli un anello della catena delle
sussidiarietà, così legittimando la parziale deresponsabilizzazione di chi è
stato delegato a governare attraverso i meccanismo elettorale democratici.
Herzberg
(2002, pag. 115), osservando a proposito delle città tedesche di Monchweiler,
Blumenberg, ecc. che i loro Bilanci Partecipativi "sono fino ad oggi
puramente consultivi", riferisce che addirittura "in un prospetto
d'accompagnamento del Bilancio Partecipativo di Rheinstetten vengono in primo
luogo interrogati i cittadini sulle voci di spesa in cui intravedono possibilità
di risparmio, e più precisamente sui servizi ai quali potrebbero rinunciare;
per contro, solo alla fine vengono poste domande riguardo agli investimenti. Un
tale modo di procedere comporta il sospetto che i cittadini vengano consultati
solamente per la legittimazione dei tagli". L 'osservazione - tutt'altro
che peregrina- ben si inserisce in un intenso dibattito politico, che trova oggi
il suo nodo principale nel tema del livello di potere decisionale concesso dalle
Amministrazioni ai propri concittadini dentro i processi di Bilancio
Partecipativo. Purtroppo, si deve riconoscere che i concreti esempi esistenti di
Bilancio Partecipativo - costituendo un ventaglio variegato di formule
differenti di messa in opera che non attingono tutte alla stessa matrice
d'ispirazione, non sempre riescono ad oltrepassare le prime due categorie della
Scala della partecipazione cittadina costruita negli anni Sessanta da
Sherry Arnstein[14]
per individuare i principali livelli di discorso a cui ricondurre le accezioni
del termine generalista di partecipazione: la non-partecipazione (che
includerebbe la manipolazione e la partecipazione terapeutica), la pseudo-partecipazione
o tokenism (cioè le forme dia logiche a bassa intensità, tra cui
l'informazione dei cittadini e la consultazione) e la cessione di potere
reale ai cittadini (che spazierebbe dalla delega di potere al controllo
popolare). Infatti, pur contenendo talora germi compressi degli ultimi due
gradini, molte delle esperienze di Bilancio Partecipativo (specie nei contesti
occidentali avanzati) tendono ancora a riassorbire la promozione di forme di
partecipazione della cittadinanza alle scelte territoriali in un quadro
concettuale impostato sull'asimmetria tra cessione di poteri e crescita delle
responsabilità che caratterizza i diversi gradini di messa in opera del
principio di sussidiarietà.
E’
Importante però sottolineare che, a prescindere dalle differenze di accento,
ruolo e strutturazione dei momenti partecipativi, i diversi tipi di Bilancio
Partecipativo messi in atto alle diverse latitudini collocano il proprio
intervento a monte dei momenti decisionali per legge riservati alla
sottoscrizione delle scelte da parte dei Consigli Comunali (Circoscrizionali,
Provinciali, Regionali, ecc.), sui quali la cittadinanza è chiamata ad
esercitare pressioni e controllo perché le indicazioni fornite dai cittadini
non vengano disattese con troppa facilità - e senza spiegazioni confacenti dai
rappresentanti eletti.
Questo
significa che, sia laddove ai cittadini è attribuito un peso decisionale
maggiore che laddove i processi hanno più a che vedere con la mera informazione
capillare e trasparente sull'articolazione dei bilanci e la semplice
consultazione degli abitanti da parte delle Amministrazioni locali, esiste tra i
diversi contesti una sostanziale somiglianza del quadro normativo/istituzionale
di partenza. Ad esempio, in Brasile (Stato Federale dove gli enti locali godono
di margini di autonomia un po' maggiori che in Italia, ad esempio per quanto
attiene la possibilità di approvare in autonomia i propri strumenti regolatori
urbanistici), il Sindaco è eletto direttamente con sistema maggioritario, le
leggi nazionali prevedono che il bilancio comunale sia proposto dalla Giunta e
approvato dal Consiglio Comunale, e le voci di articolazione del bilancio sono
simili alle nostre. È vero, certo, che esiste un quadro socioculturale diverso
dal nostro, ma I"'esotismo" sbandierato da chi - adducendo quadri
istituzionali diversissimi - vuole negare emulabilità in contesto europeo allo
strumento del Bilancio Partecipativo sperimentato in Sudamerica nelle sue forme
più coraggiose e radicali, è meramente strumentale al soffocamento di progetti
che riscuotono un sempre maggior successo nei movimenti popolari e nei più
sensibili rappresentanti istituzionali. Ovvero è strumentale alla
demonizzazione di quanto appare nuovo (poco importa se ha i caratteri del
riformista o del rivoluzionario...), cioè alla conservazione e a quegli
atteggiamenti di rispetto simulato per le istituzioni formali che usa una tantum
assemblee e referendum consultivi, per riconfermare un modo supponente ed
autoriferito di concepire la politica, che nel suo quotidiano accetta al massimo
tavoli asimmetrici di contrattazione con pochi attori, e volutamente diffonde
una confusione terminologica estremamente dannosa tra i concetti di
partecipazione, di consultazione e di concertazione.
Ciò
che più manca nei contesti europei (in prima linea quello italiano) per
sperimentare forme di Bilancio Partecipativo coraggiose, è forse la sinergia
tra bisogno e creatività che ha dato impulso alle esperienze più interessanti
in Brasile come in Perù. Per il resto, anche laggiù è stato l'atteggiamento
politico di coerenza perseverante nei confronti dei processi attivati a
supportare le esperienze più significative di Bilancio Partecipativo e a far
passare il peso delle scelte compiute dai cittadini da un livello meramente
consultivo ad uno decisionale. Perché solo riportando caparbiamente ogni scelta
territoriale agli abitanti dentro il Bilancio Partecipativo, cioè ad un
meccanismo che in virtù di ciò ha assunto un ruolo decisionale che formalmente
non avrebbe avuto (perché nessuna legge ne prevedeva l'esistenza ne tanto meno
il funzionamento), lo stato del Rio Grande do Sul e le città di San Paolo,
Belem, Porto Alegre, Belo Horizonte ecc. sono giunte a compiere scelte di
successo e a costruire la fama del Bilancio Partecipativo. E se ora il Bilancio
Partecipativo è uno strumento previsto dal capitolo sulla Riforma Urbana della
costituzione brasiliana, lo si deve al coraggio sperimentatore di alcune
amministrazioni che dal settembre 2001 (con la Legge detta Statuto delle Città)
è stato riconosciuto a livello nazionale, ed offre ora nuovi strumenti di
azione locale contestualizzata anche ad amministratori più pavidi o,
semplicemente, più isolati nelle loro maggioranze e nel proprio tessuto
sociale. L'insegnamento che da queste vicende viene a noi - culture occidentali
più formaliste - è che si possono concepire e sperimentare strumenti di
riforma delle politiche locali semplicemente operando creativamente (purchè
sorretti da una forte volontà politica) in quel vasto ed inesplorato campo
dell'interpretazione normativa che giace tra ciò che, nei propri contesti di
riferimento, è dettagliatamente normato nel suo funzionamento e ciò che è
esplicitamente vietato dalle Leggi. Un campo che per viltà o per semplice
pigrizia, raramente si tende ad esplorato, ma che è stato finora il terreno
fecondo proprio della nascita dei più riusciti e coraggiosi esperimenti di
Bilancio Partecipativo.
[1] Il presente testo - base dell'intervo all'incontro su 'Il Nuovo Municipio' (Roma 4-5 maggio 2002) è un estratto del testo in pubblicazione sul prossimo numero di Quale Stato
[2] Alberto Magnaghi, "Porto Alegre, la lezione locale", su II Manifesto, 23 febbraio 2002.
[3] Questa lunga estensione temporale dei processi di confronto tra cittadini e istituzioni spiega perche la dicitura di Bilancio Partecipativo sia più adatta di quella di 'Bilancio Partecipato' (spesso usata in Italia per indicar]o) che - nell'uso aggettivante del participio passato - tende ad accreditare l'idea di rari momenti di contatto tra cittadini e rappresentanti politico/tecnici, al di fuori quindi di un processo' iterativo " complesso e articolato nel tempo.
[4] Questo 100%, a Porto Alegre rappresenta una percentuale annualmente variabile tra il 15% e il 25% delle spese comunali. Non solo questa 'fetta' è cresciuta molto nel tempo grazie a importanti riforme fiscali locali e politiche nuove di tassazione dei suoli (nel 1989 era del 3%), ma anche - attraverso Commissioni miste divise in segmenti di \13 (popolazione civile, rappresentanti comunali ed esponenti di sindacati degli impiegati municipali) si è arrivati anche a proporre collettivamente misure di riduzione della spesa di gestione corrente e assunzioni di nuovo personale.
[5] Nel caso della francese Bobigny, oltre 10.000 questionari (in stile 'censimento delle priorità del bilancio') sono stati riconsegnati nel 200 1 dagli abitanti al Comune, grazie al lavoro di 300 volontari appositamente formati dal Comune per fungere da' appoggio , nella comprensione e nella compilazione (cfr. Atti Seminario Internazionale di scambio sulle esperie di Bilancio Partecipativo della Rete DRD- Camera del Lavoro di Bobigny, 26 gennaio 2002).
[6] Yves Cabannes (coordinatore PGUIONU per l' America Latina); Panorama latino americano della pianifìcazione parteclpativa dello sviluppo, in Materiali d 'appoggio al corso " Indicatori e strumenti di nuova democrazia territoriale: il Bilancio Partecipativo " (Trento, 7-\1 maggio 2002).
[7] In particolare la città di Christchurch, insignita del premio creato dalla Fondazione tedesca di studi Bertelsmann nel 1993, ,ed oggi tra le città-Ieader della rete 'Cities of Tomorrow . insieme alla tinlandese Hiimeenlinna e alla statunitense Phoenix.
[8] Carsten Herzberg (2002); Der Biirgerhaushalt Von Porto Alegre, Ed. Lit - Monaco - Amburgo - Londra; pag. 113.
[9] Idem, pag. 115
[10] ldem, pag. 115
[11] In Brasile la seconda famiglia di esperienze sopra menzionata viene scherzosamente chiamata 'Bilancio Partecipativo Light' (sulla falsariga di famose bibite nella loro versione 'dietetica leggera').
[12] Barra
Mansa, nello Stato di Rio de Janeiro, è una città di 200.000 abitanti,
dove si sono costituiti i primi esperimenti di bilancio partecipativo di
giovani e bambini in forma assolutamente paritaria. Il primo anno hanno
partecipato 7 mila bambini, bambine e giovani che rappresentano il 30% della
popolazione di questa fascia d'età. Con l'aiuto del programma PGU dell'ONU
ed un approccio multiscalare che cerca di costruire 'senso d'appartenenza' a
partire da lavori sugli ambiti 'di vicinato', si organizzano assemblee di
quartiere, poi si una plenaria di tutte le assemblee; successivamente si
passa alle regioni amministrative, che sono sotto il distretto; poi alla
sessione plenaria delle zone. La cosa interessante è che ogni anno i
bambini devono scegliere tre tipi di progetti: uno per il distretto, un
altro per la regione ed un terzo per la città. Avviene così la
ricostruzione dell'identità del cittadino, della sua identità come
abitante a partire dal quartiere, ma senza dimenticare che si parla di un
processo che va oltre il quartiere. Dei 7000 bambini 400 compongono una
plenaria municipale con consiglieri giovani e bambini con 'vincolo di
mandato'. I progetti selezionati l'anno scorso sono stati per lo più di
micro-cooperazione (illuminazione in aree pericolose, costruire campi da
calcio, piantumare un parco pubblico) con microcrediti del valore di 3-5
mila dollari, per aumentare il livello di integrazione di alcune aree
povere(Cabannes, op. cit).
[13] Josè Velasquez ( 2002), I PIANI DI SVILUPPO :/l caso di Villa el Salvador, in Materiali d'appoggio al corso "Indicatori e strumenti di nuova democrazia territoriale: il Bilancio Partecipativo " (Trento, 7- I I maggio 2002).
[14]
Arnstein, Sherry ( 1969); A
ladder of citizen participation , in Journal of the American
Institute of Planners, n° 35/luglio 1969, pag. 216-224