Un'introduzione all'Agenda 21 locale
di Gabriele Bollini, Gianfranco Bologna, Andrea Calori e Michele Merola (Rete Lilliput)
Indice
1.1 Quello che vorremmo fosse realtà: il progetto locale
1.2. Il concetto di sostenibilità
1.3. La Conferenza di Rio de Janeiro e l’Agenda 21
2.1 Che cos’è un’Agenda 21 Locale?
2.2.
Come si fa un’Agenda 21 Locale
2.3. L’Agenda 21 Locale come linea guida dei piani di settore (dai PER ai PRG, dai PTC ai PUT)
2.4. Misurare la sostenibilità: gli indicatori
2.5. Cosa non funziona nel processo di Agenda 21 (i punti deboli, le criticità)
3.1. Il coinvolgimento della comunità locale nei processi di sviluppo sostenibile
3.2. Il ruolo del singolo o di un gruppo nel processo di Agenda 21 Locale e nella sua attuazione
Connessioni
e sinergie tra pianificazione territoriale e urbanistica e processo di Agenda 21
Locale
1.1.
Quello che vorremmo fosse realtà: il progetto locale
La
costruzione complessa dell’ambiente
Per
molte persone l’ambiente viene spesso associato o ad un settore dell’azione
pubblica - per il quale vengono attivate politiche specifiche come la
realizzazione di parchi, la raccolta differenziata dei rifiuti o altro ancora -
o a qualcosa che ci ricorda alcuni dei momenti migliori della nostra vita, a
contatto con l’aria aperta e il verde di qualche luogo “incontaminato”.
In
aggiunta a questa percezione immediata, l’idea diffusa di ambiente risente
anche di fattori maggiormente di lungo periodo derivanti dalla nostra cultura,
che è fortemente segnata da un approccio che ha relegato l’ambiente ad una
funzione sostanzialmente di cornice rispetto ai fattori fondamentali dello
sviluppo. In questo senso, a fronte
di alcuni elementi considerati come sintomo di progresso “buono” e che
andavano lasciati liberi di espandersi (gli insediamenti, le infrastrutture,
ecc.), l’ambiente ha assunto in maniera evidente il ruolo marginale di un
elemento che va semplicemente preservato e va tutelato, possibilmente
confinandolo ad aree specifiche alle quali affidare il compito ingrato – e, in
realtà, impossibile – di compensare i danni progressivamente creati nella
altre aree dove la società produce le sue ricchezze.
Non
è un caso che, passato il primo periodo di industrializzazione - che si
localizzava nei territori fluviali che fornivano la risorsa acqua per produrre
vapore – lo sviluppo moderno abbia privilegiato soprattutto i territori che
presentavano pochi ostacoli naturali: l’idea del territorio come tabula
rasa sul quale collocare grandi estensioni urbane è una metafora della
modernità, che si percepisce come processo che libera l’uomo dai legami e
dalle costrizioni dell’ambiente per espandersi sull’intero globo, isolando
alcune aree nelle quali mantenere degli elementi naturali o da dedicare
prevalentemente alla ricreazione o utilizzati al massimo come compensazione e
contenimento delle espansioni degli insediamenti.
Questa
concezione riduttiva è uno dei tanti frutti di un approccio culturale che
percepisce lo sviluppo come un processo sempre in crescita che viene misurato
solo in termini di performance economica astratta, che viene prodotta in modo
sostanzialmente slegato dai caratteri del luogo e dell’ambiente.
Il
ragionamento sotteso è che, quello che conta, è riuscire a produrre sempre di
più; costi quello costi, anche – e soprattutto - sotto il profilo ambientale.
Questo
approccio può anche non risultare particolarmente dannoso se la quantità di
produzione è relativamente bassa, ma è evidente che la produzione – e il
relativo consumo - non può aumentare all’infinito, se non producendo infiniti
rifiuti e consumando quantità sempre maggiori di energia, fino
all’esaurimento delle fonti e delle risorse da cui trae origine questo tipo di
sviluppo.
Quando
si parla di critica alla globalizzazione si critica anche questo modello di
sviluppo; che è misurato solo in termini di ricchezza economica diretta; che
viene descritto da indicatori estremamente semplificati e impropri come il PIL
(Prodotto Interno Lordo) e che – in sostanza – non considera i fattori
ambientali come elementi in gioco nel processo di costruzione sociale ed
economica dell’evoluzione della civiltà.
L’ambiente,
più che “semplicemente naturale”, è il frutto di una serie complessa di
caratteri naturali che sono essi stessi costantemente in evoluzione e che, sotto
l’azione dell’uomo, vengono percepiti e ulteriormente trasformati assumendo
conformazioni diverse e sempre in evoluzione. Queste conformazioni dell'ambiente
dipendono quindi molto dal modo in cui l’uomo si pone in relazione con esse
attraverso la propria organizzazione sociale, economica e istituzionale e per
mezzo delle proprie capacità tecnologiche.
L’ambiente
che noi viviamo qui ed ora è il frutto dei diversi modi attraverso i quali le
generazioni che ci hanno preceduto si sono poste in relazione con esso:
coltivandolo, trasformandolo, danneggiandolo o contribuendo alla sua
riproduzione.
L’ambiente
– la sua forma, la sua qualità - dipende da un processo culturale che
coinvolge fattori sociali, istituzionali, economici e istituzionali che sono
strettamente connessi con i caratteri “naturali” dell’ambiente. E’ questo, sostanzialmente, l’approccio che anima il
concetto di sostenibilità: con il quale si mettono in relazione
l’ambiente con l’economia e la società che sono ad esso connesse.
Il
concetto di sostenibilità - che, con diverse sfumature, è diventato oramai
patrimonio comune a livello mondiale - verrà spiegato meglio nei paragrafi
successivi anche per considerare i risvolti concreti e operativi che esso
produce. Prima di addentrarsi in
questa trattazione, è utile però capire perché il tema ambientale è fra i più
centrali all’interno della critica al modello di sviluppo che, sinteticamente
definiamo globalizzazione e quali possono essere le strategie e gli strumenti di
cui possiamo dotarci per costruire modelli diversi di sviluppo.
Elaborando
quanto è stato detto sopra, risulta abbastanza evidente che l’idea di
sviluppo crescente e illimitato che caratterizza la cultura occidentale moderna,
contiene in sé i geni di quegli aspetti negativi della globalizzazione che da
più parti si cerca di contrastare proponendo approcci diversi.
L’elemento che più critichiamo nella “globalizzazione selvaggia”
è, appunto, il suo essere indifferente ai caratteri delle culture, delle società
e delle economie locali; così come lo sviluppo moderno dell’occidente è
stato sostanzialmente indifferente ai caratteri dell’ambiente, come se
l’ambiente e il territorio fossero una tabula rasa sulla quale
collocare funzioni produttive, abitative e infrastrutturali libere da ostacoli
di sorta.
Pensare
a modelli di sviluppo diverso, quindi, significa anche pensare a come ricucire
il legame tra sviluppo economico sociale e ambientale; verificando luogo per
luogo come la combinazione di questi tre elementi possa essere riarticolata
a partire dalle caratteristiche dell’economia, della società e
dell’ambiente locale.
In
quest’ottica, oramai anche i documenti ufficiali di tutti i principali
organismi internazionali e sovranazionali, l’ambiente non viene più
considerato come un settore specifico delle politiche pubbliche, ma come una
dimensione che attraversa tutte le politiche; come un punto di vista a partire
dal quale osservare, valutare e orientare l’intero arco delle azioni
pubbliche.
Una
volta assunti questi principi generali, essi vanno però declinati
operativamente per capire come modificare quelle regole genetiche dello
sviluppo “globale” che inducono la cancellazione delle differenze
ambientali, sociali ed economiche. Occorre
un'inversione dello sguardo proprio a partire dal territorio e dall’ambiente
perchè, da puri supporti di un modello di sviluppo omologato, diventino
l’occasione e il motore di una differenziazione locale degli "stili di
sviluppo" in grado di generare ricchezza durevole al di là dei semplici
parametri del profitto misurati dal PIL.
Il
primo passo da fare è quello di comprendere se, a fronte dei disastri causati
da un globale cieco rispetto ad ogni differenza di cultura e di luogo, la
risposta sia un semplice ritorno ad una dimensione locale in cui ci si richiami
agli slogan consolatori del “piccolo è bello”.
In realtà, più che pensare ad una dimensione locale limitata
geograficamente (il paese, la piccola città, la porzione di
ambiente-territorio), è molto più fecondo pensare alla metafora della rete,
in cui diversi luoghi densi, costruiscono relazioni di scambio non
gerarchico. Una rete in cui ogni
nodo trova al proprio interno le risorse necessarie per la propria evoluzione,
riarticolando il rapporto con gli altri nodi in funzione delle proprie capacità
di costruire legami fecondi che valorizzino le proprie peculiarità e, quindi,
garantendo nel lungo periodo il mantenimento e la riproduzione delle risorse
locali: siano esse di tipo sociali, economiche o ambientali.
Parallelamente
a questa riflessione più di tipo culturale e “politico”, il pensiero
scientifico ha elaborato il concetto della “chiusura dei cicli”, che indica
la necessità di limitare gli impatti delle attività umane cercando di limitare
il più possibile a livello locale il consumo delle risorse, in favore di
processi che favoriscano e sostengano la loro riproduzione (vedi anche il punto
2.4 relativo all’”impronta ecologica”).
Cambiare
l’attuale modello di sviluppo avendo in mente queste prospettive è
un’operazione delicata che richiede la collaborazione di tutti: l’approccio
dei “locali in rete” è quello per cui si trovano le modalità più
opportune di mettere tra loro in relazione soggetti diversi che individuano la
possibilità di collaborare insieme, facendo progressivamente germinare
relazioni sempre più complesse fino a coinvolgere l’intera società.
Così, a partire da alcune delle forme più avanzate e radicali di
costruzione di reti locali (i gruppi di acquisto solidali, i commerci equi,
l’autogestione di beni e servizi primari, ecc.), può essere progressivamente
riconvertita tutta la gamma delle relazioni che muovono le economie e le società
senza porsi improbabili obiettivi di rifondazione del mondo e di nuove
palingenesi calate dall’alto.
Avere
cura dell’ambiente al di là delle sole politiche di tutela implica quindi
l’impegno a trovare forme di comunicazione differenziate tra soggetti che si
pongono in rete in modo diretto con lo scopo di cambiare le regole genetiche
del rapporto tra società, economia e ambiente.
Ciò significa anche ripensare all’abitante come produttore di
società e di ambiente; come ad un soggetto che dialoga con altri abitanti
per trovare alternative all'eterodirezione generata dalla logica del mercato.
Significa anche contrastare la dinamica per la quale sono le regole globali
a regolare le società, le economie e le istituzioni locali inducendo
implicitamente la distruzione non solo dell'ambiente, ma anche del capitale
economico e sociale che costituisce fonte delle ricchezze basate sulla qualità
della vita, sulla giustizia sociale, sull'identità culturale e sulla relazione
armonica con l'ambiente.
In
questo processo si situa anche il radicale cambiamento di ruolo dei governi
locali e dei municipi. Trasformare le regole genetiche del rapporto società-economia-ambiente
significa anche sperimentare e dare forma ad istituti intermedi di democrazia,
di rappresentanza e di co-decisione.
In
questi anni, da parte dalle istituzioni di livello superiore (ONU, UE, governi
nazionali) si assiste ad una forte promozione dei processi di partecipazione e
di progetti di sviluppo locale in cui la costruzione di istituti di
concertazione fra attori locali è associata a criteri di verifica ambientale
(Valutazione Ambientale Strategica, inserimento di variabili ambientali, ecc.) e
costituisce il prerequisito per l’ottenimento di finanziamenti.
Dunque
le condizioni di un incontro fra “cantieri” di società locali in
costruzione” e istituzioni sono date, anche se l’attivazione di questo tipo
di iniziative “dall’alto” non significa necessariamente far crescere
società locale, se gli attori che siedono al tavolo della concertazione sono
sempre gli stessi - pochi e forti – e se le regole dello sviluppo locale
rimangono quelle “globali”.
E’
necessario che a questi strumenti di finanziamento e di costruzione di politiche
di sviluppo locale possano accedere anche attori differenti; riconoscendo,
valorizzando e sostenendo soggetti singoli e collettivi che hanno come obiettivo
la trasformazione della società locale e la valorizzazione dei beni pubblici;
primi fra tutti quelli connessi con la riproduzione delle risorse territoriali e
ambientali.
In
questo orizzonte, la società sostenibile richiede processi complessi e
integrati, che rendano compatibili e coerenti la sostenibilità culturale
(i processi di ridefinizione delle forme di cittadinanza, il municipio,
l'autogoverno), economica (la conversione ecologica dell'economia,
l'affermazione dell'economia della natura), geografica (le reti non
gerarchiche e solidali di città, la democrazia territoriale), ambientale
(la coerenza degli insediamenti umani con la riproducibilità dei sistemi
ambientali).
Diversamente,
l’insostenibilità della società globale ha il suo orizzonte più
drammatico nelle megalopoli del terzo mondo, nelle quali è palese lo
sradicamento degli individui dalla società, dall’economia e da un ambiente
riproducibile che costituisce realmente una fonte di vita.
Per questo è urgente conoscere e utilizzare tutti gli strumenti
istituzionali ed extraistituzionali che ci permettono di sperimentare nuove
forme di dialogo sociale in cui emergano e si consolidino nuove solidarietà,
stili di vita, pratiche e soluzioni tecniche innovative.
Scopo
ultimo è quello di costruire patti tra soggetti che si impegnano a
giocare ruoli differenti all’interno di un unico quadro concertato e
condiviso, tenendo ancora una volta conto che i patti sono tanto più efficaci
quanto c’è un impegno a verificarsi reciprocamente.
Per
questo, ancora una volta, è la dimensione locale a presentarsi come la più
adatta a garantire la costruzione e il mantenimento di questi patti, in quanto
è a questo livello che le reti di solidarietà e di scambio non mercificato
riescono ad essere più efficaci. Il
patto locale è costituito dalla serie di impegni che una società locale prende
pubblicamente per darsi degli orizzonti condivisi di azione: per ri-costruirsi
partendo da un progetto.
In
questa direzione, lo strumento più conosciuto a livello mondiale che può
essere utilizzato per attivare processi di dialogo e di concertazione locale in
stretta connessione con le tematiche ambientali è quello dell’Agenda 21.
Come verrà spiegato meglio nei capitoli successivi, si tratta di uno
strumento codificato a livello mondiale nel corso della Conferenza ONU tenutasi
a Rio de Janeiro nel 1992 che è stato esplicitamente pensato per facilitare il
dialogo tra tutte le componenti della società, affinchè trasformino le loro
attività e la loro economia considerando l’ambiente come una variabile
strutturale delle decisioni e delle azioni.
Agenda
21 pone una forte enfasi sulla dimensione locale della comunicazione e
dell’azione, proprio per la possibilità che questa dimensione offre in
termine di dialogo, di costruzione di patti condivisi e di verifica del
mantenimento e dell’attuazione di questi stessi patti.
Se non viene utilizzata come l’ennesimo strumento da applicare con
freddezza manualistica – come spesso si verifica osservando diverse delle
esperienze in corso - essa può sostenere efficacemente la costruzione di
politiche ambientali basate su un progetto locale, cioè sulla capacità di una
società di darsi regole autonome e condivise e di sottoscrivere patti e
solidarietà nel quadro di un orizzonte comune.
Prima
di addentrarci nelle pagine seguenti per conoscere l’Agenda 21 ed altri
strumenti di costruzione di politiche per la sostenibilità ambientale, possiamo
concludere queste riflessioni iniziali, da un lato, pensando all’ambiente come
ad un’occasione per rivedere e trasformare l’economia e la società e,
dall’altro, riflettendo sulle implicazioni che le attività umane hanno
sull’ambiente e sulle risorse vitali dell’umanità.
1.2.
Il concetto di sostenibilità
Il
tema centrale per il nostro presente e futuro è come riuscire a vivere su
questo nostro pianeta con un numero di esseri umani che ha già superato i 6
miliardi e che potrà superare i 10 miliardi in questo secolo, in maniera
dignitosa ed equa per tutti senza distruggere irrimediabilmente i sistemi
naturali da cui traiamo le risorse per vivere e senza oltrepassare la capacità
di questi stessi sistemi di supportare gli scarti ed i rifiuti dovuti alle
nostre attività produttive.
Non
vi è dubbio che questo costituisce il tema centrale per tutte le società umane
ormai completamente interconnesse da una globalizzazione evidente ma invece, i
politici, gli economisti, gli imprenditori continuano a concentrare la loro
attenzione e la loro priorità operativa sul perseguimento di una continua ed
inarrestabile crescita economica che, nonostante i perfezionamenti
importantissimi della tecnologia, continua ad erodere i sistemi naturali, a
distruggerli e ad inquinarli e ad aggravare le differenze sociali ed economiche
tra i ricchi ed i poveri del pianeta. Sulla necessità che sia necessario un
profondo cambiamento nelle relazioni tra la nostra specie ed i sistemi naturali
che ci supportano ormai non vi è più dubbio. Si sono moltiplicati i vertici
internazionali, si sta creando una vera e propria normativa sovranazionale di
carattere ambientale con convenzioni internazionali, trattati, protocolli e
direttive, ma manca ancora, drammaticamente, la consapevolezza, sia teorica che
pratica, che questi problemi possono essere risolti solo con una vera e propria
“Rivoluzione culturale” rispetto ai nostri modi obsoleti di concepire i
sistemi economici, quelli sociali e quelli naturali. Una rivoluzione che
dovrebbe avere i connotati delle due grandi precedenti rivoluzioni della storia
umana, quella agricola e quella industriale.
Oggi
abbiamo una sorta di parola d’ordine che, al solo utilizzarla verbalmente,
sembra poter fornire la soluzione ai tanti e gravi problemi esistenti nel
rapporto tra i sistemi naturali e la nostra specie: si tratta dello “sviluppo
sostenibile”. È un’espressione
abbondantemente abusata in ogni contesto, soprattutto di tipo politico ed
economico. Sembra che parlare di sviluppo sostenibile o applicare il termine
sostenibilità al solo livello parlato o scritto, per qualsiasi attività umana
nei sistemi naturali, divenga automaticamente una sorta di giustificazione di
tutti gli effetti negativi prodotti dalle stesse.
È
evidente che i sistemi produttivi e di consumo di una società futura, la cui
necessità e desiderabilità si impone alla luce dell’oggettiva situazione
ambientale, economica e sociale attuale, saranno diversi da quelli che sino ad
oggi abbiamo conosciuto. La prospettiva della sostenibilità mette in seria
discussione il nostro modello di sviluppo socio-economico. Nei prossimi decenni
dovremo essere capaci di passare da una società in cui il benessere e la salute
economica sono misurati in termini di crescita della produzione e dei consumi
materiali ad una società in cui si sia capaci di vivere meglio consumando molto
meno, evitando la dilapidazione dei sistemi naturali e quindi del capitale
naturale e sviluppando l’economia riducendone gli attuali input di energia e
materie prime.
Il
concetto di sostenibilità deriva dal verbo “sostenere” che vuol dire
supportare, sopportare, mantenere, mantenere il peso di, dare forza a, ecc. Si
tratta di un concetto apparentemente molto chiaro: sembra infatti facile potere
pensare al fatto che una nostra determinata azione o attività possa essere
sostenuta dalle capacità presenti nel sistema in cui si opera, si agisce, si
interviene e ad una prima considerazione, sembra facile poter conoscere o
calcolare tale capacità.
In
realtà ciò che è difficilissimo chiarire, per mancanza di nostre conoscenze e
per l’oggettiva complessità dei meccanismi di funzionamento dei sistemi
naturali, è proprio la certezza che una nostra attività, una nostra azione, un
nostro intervento, possa essere adeguatamente sostenuto dal sistema naturale su
cui si interviene. Non siamo in grado di avere alcuna certezza della sua
sostenibilità, se non allo stato attuale delle nostre scarse conoscenze.
Il
termine sostenibilità e,
soprattutto, quello di sviluppo sostenibile, si è andato diffondendo nel
decennio Ottanta perchè
nell’ambito della comunità internazionale, in particolare delle Nazioni
Unite, appariva sempre più evidente che il classico concetto di sviluppo
cosi’ strettamente legato a quello di crescita (soprattutto crescita
economica, intesa come incremento del prodotto pro capite), aveva causato una
situazione di profonda insostenibilità dei rapporti con i sistemi naturali.
Lo
sviluppo economico è insostenibile perchè ha profondamente minato i processi
ecologici essenziali, distruggendo di fatto, la base stessa fondamentale per la
sopravvivenza della popolazione umana. La crescita economica aveva promesso di
creare abbondanza, benessere e rimozione dei fattori di povertà. Purtroppo
agendo fortemente sui sistemi naturali e sui servizi offerti dagli ecosistemi
alla nostra sopravvivenza, ne ha profondamente minato le basi rigenerative e le
capacità assimilative e, soprattutto nei paesi poveri, è diventata sempre più
causa di povertà e scarsità.
Sin
dalla preparazione della prima conferenza internazionale delle Nazioni Unite
sull’ “Ambiente umano” di Stoccolma nel giugno 1972 si è iniziato a
parlare e a scrivere di “ecosviluppo” e cioè di uno sviluppo sociale ed
economico che tenesse finalmente conto dell’importanza basilare della tutela e
razionale gestione del “capitale naturale” come base essenziale per lo
stesso sviluppo umano.
La
“Strategia Mondiale per la Conservazione” prodotta nel 1980 dall’IUCN
(World Conservation Union – un’organizzazione costituita da autorità
governative dei diversi paesi e da tante organizzazioni non governative -), dal
Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP – struttura voluta proprio dalla
Conferenza di Stoccolma -) e dal Fondo Mondiale per la Natura (WWF) è stato il
primo documento ufficiale internazionale che ha riportato chiaramente nel suo
titolo il concetto di sviluppo sostenibile (“World Conservation Strategy of
the Living Natural Resources for a Sustainable Development”).
Nel
1987 la Commissione Indipendente sull’Ambiente e lo Sviluppo, nata in ambito
ONU e presieduta dall’allora primo ministro norvegese, signora Gro Harlem
Brundtland,, pubblica il suo rapporto “Il futuro di noi tutti”
(“Our Common Future”) che definisce lo sviluppo sostenibile la
soddisfazione dei bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la
capacità di quelle future di rispondere ai loro.
Esistono
numerosissimi definizioni di sviluppo sostenibile; tra le tante quella proposta
dal rapporto del 1991 “Caring for the Earth, Strategy for a Sustainable Living”
(“Prendersi cura della Terra, una Strategia per il vivere sostenibile”),
realizzata, ancora una volta, da IUCN, UNEP e WWF, è oggi quella più
riconosciuta negli ambienti specializzati, soprattutto dell’economia
ecologica, la disciplina più ricca di elaborazione sulla concezione della
sostenibilità. La definizione dice che lo sviluppo sostenibile è il
miglioramento della qualità della vita pur rimanendo nei limiti della capacità
di carico degli ecosistemi che la sostengono.
1.3.
La Conferenza di Rio de Janeiro e l’Agenda 21
Nel
giugno del 1992 il grande Summit della Terra delle Nazioni Unite a Rio de
Janeiro (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development),
ufficializza definitivamente la concezione dello sviluppo sostenibile a livello
internazionale, sottoscrivendo un ampio documento definito “Agenda 21” (un
Agenda di azioni per il 21° secolo) dove, in 40 capitoli, vengono tratteggiati
gli elementi essenziali per far imboccare a tutte le società umane la strada di
una sostenibilità del proprio sviluppo economico e sociale (un
interessantissimo volume sulla conferenza di Rio è quello curato da Giulio
Garaguso e Sergio Marchisio, pubblicato nel 1993 da Franco Angeli con il titolo
“Rio 1992: Vertice per la Terra”).
Alla
Conferenza partecipano delegazioni di 183 nazioni, dopo due anni e mezzo di
lavori preparatori, con la presenza di moltissimi capi di Stato e di Governo e
con la simultanea presenza di un Global Forum alternativo predisposto dalle
Organizzazioni Non Governative che ha visto la presenza di oltre 2.900 ONG e
circa 17.000 persone (gli Atti del Global Forum sono stati pubblicati in
italiano da ISEDI nel 1993 con il titolo “La Carta della Terra”).
Lo
spirito dell’Agenda 21
L’Agenda
21 è quindi un vasto programma d’azione per tutta la comunità internazionale
che però non contiene obblighi giuridici. È un testo di natura programmatica
ed operativa che riflette il consenso globale raggiunto nel Summit di Rio
(confermato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite).
L’Agenda
21 è ispirata al principio di integrazione delle politiche ambientali con
quelle economiche e sociali e tende a tradurli in pratica in più di un
centinaio di aree di programma che spaziano dall’atmosfera ai suoli, alle
montagne, alle acque del pianeta ed in numerosi altri campi quali la scienza, la
tecnologia, l’informazione ecc. È suddivisa in 4 grandi sezioni che
inquadrano nel complesso i 40 capitoli particolari, ognuno dedicato ad un
insieme di programmi ed iniziative o alla trattazione di un problema
intersettoriale (come quelli della popolazione, dei modelli di consumo, delle
risorse finanziarie, dei trasferimenti tecnologici, del debito estero, delle
spese militari, dei rifiuti, delle foreste ecc.). Di ogni area di programma sono
identificati le basi di azione, gli obiettivi da perseguire, le attività da
realizzare e gli strumenti di attuazione. Nell’insieme l’Agenda 21 presenta
le priorità di sviluppo della comunità internazionale per un periodo che entra
nel 21° secolo e costituisce il più importante “master plan” o documento
programmatico sinora avutosi nella storia della comunità internazionale,
La
Conferenza di Rio ha approvato anche la nascita di un’apposita Commissione per
lo Sviluppo Sostenibile in sede Nazioni Unite, costituita dalle delegazioni di
numerose nazioni, membri della Commissione a rotazione, che si è riunita
regolarmente, ogni anno, a partire dal 1993, e che ha discusso ed ampliato con
apposite ricerche ed approfondimenti, l’attuazione e la concretizzazione dei
contenuti dell’Agenda 21 in tutto il mondo.
Dal 26 agosto al 4 settembre 2002 a Johannesburg le Nazioni Unite hanno convocato il Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (World Summit on Sustainable Development) che vedrà le delegazioni di tutti i paesi del mondo, i capi di Stato e di Governo, fare il bilancio di cosa e’ stato fatto in questi dieci anni nell’applicazione dell’Agenda 21 e di tutta la normativa internazionale in essere e rilanciare l’azione con ulteriori iniziative da intraprendere.