Un'introduzione all'Agenda 21 locale
di Gabriele Bollini, Gianfranco Bologna, Andrea Calori e Michele Merola (Rete Lilliput)
2.1
Che cos’è un’Agenda 21 Locale?
Il
documento Agenda 21 è un ampio catalogo delle politiche-azioni (intese nel
senso di un percorso o metodo d’azione ben definito che serve per guidare e
determinare le decisioni presenti e future) da mettere in atto in tutti i Paesi
per avviarsi sulla strada di uno sviluppo sostenibile.
L’Agenda 21, proprio in considerazione delle peculiarità di ogni situazione locale, invita (nel Cap. 28) le autorità locali di tutto il mondo a dotarsi di una propria Agenda:
“Ogni
autorità locale, dovrebbe dialogare con i cittadini, le organizzazioni locali e
le imprese private ed adottare una propria Agenda 21 locale. Attraverso la
consultazione e la costruzione del consenso, le autorità locali dovrebbero
apprendere ed acquisire dalla comunità locale e dal settore industriale, le
informazioni necessarie per formulare le migliori strategie”.
L'Agenda 21 Locale è il processo di
partnership attraverso il quale gli Enti Locali (Comuni, Province, Regioni)
operano in collaborazione con tutti i settori della comunità locale per
definire piani di azione per perseguire la sostenibilità a livello locale.
Perseguire
la sostenibilità locale presuppone la definizione di strategie oculate
delineate caso per caso. È impossibile infatti adottare politiche identiche in
tutte le realtà locali. Ogni realtà è diversa per dimensione, cultura,
risorse e deve quindi trovare da sé la propria migliore vocazione ambientale,
attingendo alla propria storia e dotandosi di strumenti adeguati a risolvere i
problemi specifici del proprio contesto.
L’Agenda
21 Locale è in genere uno strumento difficilmente codificabile, considerata la
diversa natura dei problemi affrontati e le differenti priorità che
contraddistinguono le autorità locali nella loro articolazione gerarchica e
nella loro distribuzione territoriale.
Un processo, dunque, e non (solo) un
prodotto. Non ha senso pensare ad un’Agenda 21 Locale come un Piano d’azione
predisposto da un referente esterno all’Amministrazione, senza un confronto
con la comunità locale. Non si tratta neanche di un semplice processo di
animazione sociale al cui termine si tratti solo di scrivere una carta o un
documento di buone intenzioni, senza aver definito, anche dal punto di vista
tecnico, gli strumenti per la sua attuazione.
Non
esistono quindi regole fisse, ma esistono requisiti minimi e alcune componenti
chiave per poter definire come Agenda 21 Locale un processo di programmazione
partecipata, capace di avviare strategie di sviluppo sostenibile, rispondenti
alle caratteristiche locali, capaci di guardare al medio-lungo periodo e
strutturate in modo integrato. Un percorso che nasce da una scelta volontaria e
condivisa tra più attori locali, che deve servire a esplicitare e condividere
obiettivi, verificare la loro credibilità e desiderabilità, e, quindi,
tradurli in una strategia integrata, a sua volta articolata in linee d’azione
concrete, che consentano di conseguire gli obiettivi (di livello globale e
locale) assunti con il coinvolgimento attivo e volontario di tutti i soggetti
interessati (attori economici e sociali, cittadini singoli, associazioni no
profit, ecc.).
Il
risultato atteso è l’avvio di un percorso “consapevole” di miglioramento
della qualità dell'ambiente e dello sviluppo, dove ad azioni promosse e
direttamente attivate dall'autorità locale si affiancano azioni e programmi
avviati su base volontaria da attori sociali ed economici, secondo principi di
cooperazione e di integrazione.
Che cosa ha di
speciale?
L’Agenda
21 Locale è speciale per le seguenti ragioni:
viene
adottata su mandato delle Nazioni Unite e gli Enti locali in tutto il mondo
sono impegnati in questo processo;
riconosce
il ruolo chiave degli Enti locali nel perseguimento della sostenibilità;
mette
in risalto la responsabilità globale di ciascuno, sia attraverso la
riduzione del proprio impatto ambientale e dei propri effetti sulle comunità
più lontane che condividendo idee ed esperienze con altri;
chiama
alla partecipazione tutti i settori della comunità locale e rafforza la
democrazia locale;
è
molto più di un “piano verde” perché riguarda l’integrazione degli
aspetti ambientali, sociali, economici e culturali nonché la qualità della
vita della popolazione locale.
2.2.
Come si fa un’Agenda 21 Locale
Requisiti
minimi e fattori di successo del processo di costruzione di un’Agenda 21
Locale
È
di importanza cruciale assicurare che il concetto di sviluppo sostenibile
pervada l’intero modo di operare della comunità locale e dell’Ente locale
che promuove l’Agenda 21 Locale. L’Agenda 21 Locale deve essere
un’iniziativa coerente, volta alla messa in opera dei concetti e dei principi
dello sviluppo sostenibile e della qualità della vita; non può essere solo una
rassegna di progetti belli ma settoriali.
Non ci sono modi rigidi e prefissati di adozione dell’Agenda 21 Locale così come non esistono regole fisse ma esistono requisiti minimi e alcune componenti chiave del processo. Quelli che seguono costituiscono i “requisiti minimi” e i “fattori di successo” del processo di costruzione di un’Agenda 21 Locale.
Il
coinvolgimento dei diversi attori: il processo si avvia effettivamente nel
momento in cui si promuove e si raccoglie la disponibilità e l'interesse di
tutti gli interessati e i poteri coinvolti a livello locale.
La
volontà e motivazione del governo e delle strutture pubbliche locali: la
volontà politica del governo locale e la motivazione a collaborare da parte
delle agenzie e dei servizi coinvolti rappresenta un requisito fondamentale.
La
strutturazione di forme di progettazione partecipata: il Forum (o altre
forme di coordinamento di rappresentanti della comunità locale, strutturato e
mirato allo scopo) ha il compito di essere soggetto attivo e di orientamento nel
processo di elaborazione del Piano d'azione locale. Il Forum serve quindi a
definire le risorse che ogni parte può mettere in gioco, individuando anche gli
eventuali conflitti tra interessi diversi.
La
consultazione permanente: il mantenimento durante tutto il percorso di forme
di informazione e consultazione mirata al vasto pubblico dei cittadini ha lo
scopo di individuare le domande e le disponibilità e di creare le migliori
condizioni per l'attuazione del Piano d'azione locale.
La
disponibilità di informazione e l'attività di diagnosi: l'audit e
la redazione del Rapporto sullo Stato dell'Ambiente e della sostenibilità,
servono a costruire, attraverso indicatori appropriati, la base su cui
sviluppare la costruzione delle strategie.
La
visione strategica e i Target: la costruzione di un'idea di
"sostenibilità locale", il più possibile condivisa, e la definizione
di obiettivi, quanto più concreti o addirittura quantificabili, da associare a
precise scadenze temporali, sono il passaggio chiave per la predisposizione del
Piano d'azione locale.
La
costruzione di un Piano d'azione integrato, da attuarsi sulla base
del principio di sussidiarietà: la capacità di trasformare la
visione strategica in un programma di azioni concrete e integrate tra loro,
adatte a raggiungere gli obiettivi individuati, da attuarsi da parte del governo
locale e del Forum, attraverso una diretta responsabilizzazione dei diversi
"attori" che saranno i protagonisti della loro attuazione.
La
capacità di attuazione e di monitoraggio: la capacità di sostenere il
Piano d'azione locale definendo scadenze e responsabilità, dotandole di risorse
finanziarie e strumenti di supporto, integrandolo nel sistema della
programmazione locale. La comunicazione verso l'esterno e il mantenimento di
procedure di controllo permanente sull'attuazione e sull'efficacia del Piano
d'azione locale si possono realizzare mediante la redazione periodica di
rapporti che individuino i miglioramenti e i peggioramenti della situazione
ambientale e che servono a suggerire eventuali aggiustamenti del Piano d'azione.
Il
processo di attivazione di un’Agenda 21 locale si costituisce di alcune fasi:
Lo
schema che segue intende fornire un riferimento di ordine generale, desunto
dalle esperienze più consolidate all'estero e in Italia, delle principali fasi
del processo e delle attività che, nell'ambito di ogni fase, possono essere
sviluppate. Dallo schema emerge con evidenza la natura complessa del processo,
dove ad attività di ordine conoscitivo ed analitico si affiancano azioni di
coinvolgimento e stimolo della partecipazione, scenari di previsione, indirizzi
di pianificazione e linee di intervento per il conseguimento degli obiettivi
assunti.
Attivazione
del processo di Agenda 21 Locale
|
Iniziative di sensibilizzazione e promozione Adesione ad accordi e network internazionali Impegno
formale dell’Amministrazione locale |
|
Individuazione
e coinvolgimento del pubblico |
Coinvolgimento dei settori interessati Creazione del gruppo tecnico Attivazione
del Forum civico |
Predisposizione
del quadro diagnostico
|
Rapporto sullo Stato dell’Ambiente Audit della struttura e della gestione Valutazione
delle politiche |
Individuazione
delle priorità e definizione
degli obiettivi
|
Selezione di obiettivi strategici e locali Discussione e validazione degli obiettivi Definizione
delle strategie di intervento |
Costruzione
del Piano d’Azione Locale
|
Predisposizione di scenari Definizione di linee di intervento Individuazione
di strumenti d’azione |
Adozione del
Piano d’Azione Locale
|
Confronto sulla proposta preliminare Individuazione degli attori Adozione
formale e indirizzi per la gestione |
|
Implementazione,
monitoraggio, valutazione e
feedback |
Individuazione della struttura e delle procedure Attivazione di verifiche periodiche Aggiornamento
e adeguamento del Piano |
Schema di riferimento di ordine generale sulle principali fasi del processo e sulle attività che, nell’ambito di ogni fase, possono essere sviluppate
(tratto
da ANPA, Linee guida per le Agende 21 Locali, 2000)
2.3.
L’Agenda 21 Locale come linea guida dei piani di settore (dai PER ai
PRG, dai PTC ai PUT)
In Italia molti terreni di intervento locale sono governati attraverso piani e programmi. Il sistema delle competenze locali prevede l’attivazione di piani comunali, provinciali e o regionali per gran parte dei temi di interesse per una Agenda 21 locale.
In linea generale, si può ricordare l’esistenza dei vari livelli amministrativi riferibili a:
la programmazione socio economica e la programmazione finanziaria a livello locale (Piani regionali di Sviluppo, Piani di sviluppo delle Comunità Montane, Documenti di Programmazione economico – finanziaria, Relazioni e bilanci revisionali, etc.)
la pianificazione territoriale e paesistica (Piani regionali, provinciali, delle Comunita’ Montane e Piani regolatori generali, ai sensi delle Leggi urbanistiche regionali e della L 142/90, Piani territoriali paesistici e Piani urbanistico territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici e Piani urbanistico territoriali con specifica considerazione dei valori paesistici e ambientali ai sensi L. 431/85, 1497/39 e DLgs 112/98);
la pianificazione ambientale locale “di settore” (Piani di bacino e difesa del suolo, Piani di ambito per le risorse idriche, Piani dei parchi e delle aree protette, Piani di risanamento atmosferico e acustico, Piani faunistici);
la pianificazione locale “di settore” che incide su diversi “fattori di pressione” (Piani rifiuti, Piani cave, Piani del Traffico e della viabilità, Piani energetici, Piani di sviluppo rurale, Piani del turismo, etc.).
Altri strumenti di carattere più contingente, ma che negli ultimi anni hanno assunto un ruolo sempre più rilevante (per le risorse mobilitate e le trasformazione indotte) sono quelli riferiti a:
i Programmi di riqualificazione urbana (PRU, PRIU, PRUSST e Contratti Quartiere);
la programmazione regionale per la destinazione dei Fondi Strutturali Europei (i cosiddetti Documenti Unici di Programmazione - DOCUP - con i Programmi Operativi Regionali – POR -);
la programmazione concernente come definita con Delibera CIPE 21.3.97 (Patti territoriali, Contratti d’area e Accordi di programma).
Per alcuni di questi strumenti e in alcuni contesti regionali, questo sistema di pianificazione locale contiene alcuni elementi di “simmetria” con l’A21L: riferimento al principio di sostenibilità, utilizzo di indagini preliminari o di strumenti di valutazione ambientale, forme di concertazione. Ma nella maggior parte dei casi si tratta di simmetrie molto deboli, più nominali che sostanziali.
Tra le debolezze maggiormente registrate si ritrovano:
i diversi strumenti mantengono un carattere “settoriale” e parziale e raramente ricercano e praticano le opportunità di integrazione e di potenziamento reciproco;
le analisi ambientali preliminari sono scarsamente sviluppate e limitate dalle carenze nei dati disponibili;
gli strumenti metodologici per l’analisi ambientale (gli indicatori, i metodi di elaborazione) e per la valutazione (tecniche previsionali, obiettivi di riferimento) sono poco noti e applicati;
il coinvolgimento degli uffici e dei servizi incaricati della protezione ambientale è spesso marginale o attuato solo nella fase finale di approvazione dei piani;
il coinvolgimento di soggetti sociali è limitato ai soggetti più tradizionalmente riconosciuti e non coinvolge in modo allargato il mondo più vasto delle associazioni no-profit e dei comitati locali;
la partecipazione è praticata più come ricerca di consenso che non come coinvolgimento “alla pari”, nella determinazione di obiettivi e nella assunzione di responsabilità;
i piani hanno speso carattere scarsamente operativo ed è poco sperimentata la pratica della costruzione di partenariati e di affidamento a soggetti non istituzionali (no-profit) con procedure basate sul principio di sussidiarietà;
non è ancora consolidata la capacità di progettare soluzioni innovative e azioni positive, l’ambiente è considerato essenzialmente come vincolo da rispettare e non come opportunità di sviluppo;
manca tuttora un approccio di lungo termine nella pianificazione.
Queste
difficoltà di integrazione della sostenibilità nella pianificazione locale in
Italia, possono, almeno in parte, essere affrontate proprio attraverso
l’Agenda 21 locale che può cioè cercare di colmare gli spazi ancora vuoti e
di innovare questo sistema, interagendo direttamente con esso.
In
particolare l’Agenda 21 Locale può essere considerata come:
“Sostitutiva”
o “integrativa” della programmazione:
Si
configura come strumento che colma un vuoto oggettivo di progettazione
sostenibile e, grazie al suo modello di progettazione partecipata, può riuscire
a mettere in circolazione le migliori risorse locali.
“Starter”
della programmazione:
Si
configura come il percorso attraverso cui si creano le condizioni ottimali per
attuare effettivamente il sistema locale (regionale, provinciale, comunale)
della programmazione.
“Contenuto
ed indirizzo” per la programmazione:
Si
configura come l’occasione per mettere a punto sistemi di obiettivi e Piani di
Azioni in grado di trasformarsi, anche sul piano formale, nei Piani previsti
dalle legislazioni nazionali e regionali o comunque in grado di orientare in
senso sostenibile i loro contenuti e strumenti.
“Strumento
di valutazione” della programmazione:
Si
configura come il sistema di obiettivi e indicatori da utilizzare a supporto
delle procedure di valutazione ambientali dei vari piani.
Le
più recenti normative, sia a livello nazionale che regionale, indicano il Piano
Territoriale di Coordinamento a livello provinciale (PTCP) e il Piano
Strutturale o Regolatore Generale a livello comunale (PSC/PRG) come i quadri di
riferimento entro cui stabilire le direttive strategiche per il coordinamento
del territorio su tutti i temi di carattere di area vasta e comunale: dall’uso
del suolo, alle infrastrutture, ai trasporti, al paesaggi e all’ambiente.
Sia
il PTCP che il PSC/PRG si occupano delle principali scelte di medio-lungo
termine: quindi non solo quelle relative alla gestione delle risorse naturali e
alla tutela dell’ambiente in senso stretto, ma anche quelle relative alla
tutela del patrimonio culturale, storico e paesaggistico, oltre alla mobilità,
alle infrastrutture e servizi per le imprese e per i poli di sviluppo terziario
e residenziale. In definitiva in entrambi convergono le problematiche di
medio-lungo termine in campo economico, sociale e ambientale.
Non
a caso questi tre campi sono anche quelli che interagiscono l’uno con
l’altro nell’Agenda 21 Locale nella ricerca di un difficile ma necessario
equilibrio. Equilibrio che prende il nome di “sviluppo sostenibile” e
che vede appunto nell’Agenda 21 e nel relativo Piano di Azione Locale, lo
strumento cardine per la risoluzione di questa difficile equazione.
Nasce
così, più che la possibilità, la necessità di far colloquiare due processi,
quello della pianificazione territoriale e urbanistica e energetica ecc. e
l’Agenda 21 Locale. Necessità in quanto i due processi non devono e non
possono essere vissuti come uno predominante sull’altro ma, al contrario,
devono interloquire ed integrarsi. Non solo ma le indicazioni contenute
nell’Agenda 21 dovrebbero, in qualche modo, diventare linee guida per TUTTI
GLI ALTRI PIANI DI SETTORE, basandosi sull’intersettorialita’
insita nel concetto di sviluppo sostenibile.
Se
PTCP e PSC/PRG hanno una valenza normativa forte, che ne fa strumenti cardine di
governo del territorio, l’Agenda 21 Locale è uno strumento che basa la sua
forza su una capacità di coinvolgimento molto più ampia di strumenti
istituzionali come i piani urbanistici e territoriali.
L’Agenda
21 può dare un contributo forte sia nel momento formativo che in quello
esecutivo degli strumenti attuativi della pianificazione urbanistica e
territoriale, potendo contare su un’adesione allargata, volontaria e
responsabile, sia di soggetti istituzionali che di associazioni, del mondo
imprenditoriale e di altre organizzazioni.
Inoltre
l’A21 ha alcune valenze uniche che ne fanno anche strumento di coinvolgimento,
di formazione, di conoscenza, di sviluppo tecnologico ed economico, o meglio, di
“sviluppo eco-trainato”.
Evidentemente
la correlazione PTCP-PSC/PRG e Agenda 21 Locale crea forti sinergie, da
utilizzare al fine della buona riuscita di entrambi gli strumenti e processi.
Rispetto
ai PTCP-PSC/PRG i punti di convergenza sono vari:
ci
si basa su un sistema di conoscenza che presuppone il riconoscimento delle
risorse presenti, del loro valore relativo, dei principali punti di criticità
del sistema;
si
assume come obiettivo generale la realizzazione di uno scenario ambientale
sostenibile per quanto riguarda la realtà governata ;
si
assume che il processo per il raggiungimento di tale scenario sia di tipo
partecipato, ottenuto anche attraverso il confronto con i principali
soggetti economici e sociali.
Rispetto
ai PTCP-PSC/PRG l’Agenda 21 Locale mostra peraltro le seguenti specificità:
l’Agenda
21 è un processo volontario, attuabile da amministrazioni di differente
livello (Comuni, Province, Regioni) non previsto da leggi specifiche; al
contrario del PTCP e del PSC/PRG che invece sono atto obbligatorio a livello
provinciale e comunale;
gli
impegni che ne seguiranno (in particolare quelli contenuti nel piano
d’azione locale) dovranno utilizzare strumenti giuridici d’altra natura
(ad esempio patti territoriali, accordi di programma, ecc.) rispetto al PTCP
e al PSC/PRG che invece potranno prevederne di specifici e cogenti;
ha
pertanto un margine di flessibilità operativa maggiore rispetto al PTCP e
al PSC/PRG, può scegliersi con libertà i tempi e i modi più efficaci per
il raggiungimento degli obiettivi;
rischia
peraltro, se non sono ben definite le modalità di rispetto degli impegni
presi dai soggetti che sottoscriveranno il piano d’azione, di non essere
sufficientemente garantita nel suo sviluppo futuro.
Appare
necessario un coordinamento tra i due processi che ne sfrutti al meglio le
caratteristiche complementari. A tal fine è necessario:
verificare
la coerenza degli obiettivi adottati; a tal fine il lavoro del Forum per
l’Agenda 21 ha prodotto il Piano d’azione locale che definisce una serie
di obiettivi generali e specifici nonché le azioni per raggiungerli per il
territorio provinciale; è opportuno che questo lavoro sia assunto dal
PTCP-PSC/PRG come base da cui partire per la definizione degli obiettivi
strategici e di sostenibilità da considerare nella VALSAT del piano stesso;
inoltre si potrebbe pensare ad un ruolo del Forum come soggetto plurale e
momento di verifica e consultazione nella fase delle Conferenze di
pianificazione;
verifica
che non vi sia incoerenza tra gli scenari di sostenibilità prefigurati dai
due processi/strumenti e di conseguenza anche i sistemi di indicatori
previsti in entrambi gli strumenti dovranno essere tra loro coordinati.
In
estrema sintesi, e forse in modo anche un po’ semplificato, si può affermare
che il coordinamento tra i due processi/strumenti può portare vantaggi
consistenti ad entrambi nei seguenti termini:
le
potenzialità di coinvolgimento dell’Agenda 21 può aiutare
l’allargamento del processo di PTCP-PSC/PRG anche a soggetti non
strettamente istituzionali e di solito non coinvolti;
la
valenza normativa del PTCP e del PSC/PRG può fornire un appoggio concreto
all’attuazione degli obiettivi di sostenibilità emersi dal Piano
d’azione locale di Agenda 21.
Ragionamenti
analoghi valgono anche in riferimento al rapporto tra Agenda 21 e tutti gli
altri piani di settore previsti dalla normativa vigente.
IL
NOSTRO RUOLO DEVE ESSERE PROPRIO QUELLO DI FAR SI’ CHE I PRINCIPI ED I
CONTENUTI DELL’AGENDA 21 COSTITUISCANO LA BASE PER L’ELABORAZIONE DI TUTTI
GLI ALTRI PIANI DI SETTORE PREVISTI, AFFINCHE’ SI REALIZZINO EFFETTIVAMENTE
POLITICHE DI SOSTENIBILITA’.
2.4.
Misurare la sostenibilità: gli indicatori
Da
Rio ad oggi è diventata sempre più evidente l’importanza dell’utilizzo
degli indicatori che ci consentono di misurare e valutare meglio una determinata
situazione e, analizzandone il trend, di misurarne e valutarne l’andamento per
capire se vi va verso un progresso o meno. Gli indicatori si dimostrano guide
cruciali per prendere decisioni in un’ampia varietà di modi; essi infatti
possono tradurre le conoscenze scientifiche in campo fisico e sociale in unità
di informazioni gestibili che facilitano i processi di decisione. Possono
aiutare a misurare e calibrare i progressi verso obiettivi di sostenibilità.
Infatti già nel capitolo 40 dell’Agenda 21 si invitano le varie nazioni, gli
organismi internazionali, le organizzazioni non governative, a sviluppare ed
identificare indicatori di sviluppo sostenibile per consentire una solida base
decisionale ad ogni livello. Un indicatore puo’ essere considerato di sviluppo
sostenibile se contempla l’indicazione di un target da raggiungere e di un
tempo entro il quale raggiungerlo.
Tra
gli altri proprio la Commissione sullo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite
ha lavorato a fondo su questa tematica ed ha approvato nel 1995 un programma di
lavoro sugli indicatori dello sviluppo sostenibile. In questo ambito, dopo una
serie di riunioni tra esperti di livello internazionale (e’ infatti stato
coinvolto l’ICSU -International Council for Science-), nel 1996 è stato
prodotto dall’ONU un ponderoso volume dal titolo “Indicators of Sustainable
Development: Framework and Methodologies” definito il “Libro Blu” (“Blue
Book”) , ed inviato a tutti i governi con l’invito ad usare e testare gli
indicatori presenti nel testo, per poi diffondere i feedback ed i risultati di
queste applicazioni. Il volume contiene schede dettagliate di ben 134 indicatori
applicabili ai vari capitoli dell’Agenda 21.
Successivamente
sono state selezionate 22 nazioni, su base volontaria, per procedere a processi
di test di applicazione di questi indicatori che si sono ufficialmente conclusi
alla fine del 1999. Queste nazioni sono, per l’Africa, Ghana, Kenya, Marocco,
Sud Africa e Tunisia, per l’Asia
e l’area pacifica, Cina, Maldive, Pakistan e Filippine, per l’Europa,
Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Finlandia,
Francia, Germania, Regno Unito, per le Americhe ed i Caraibi, Barbados, Bolivia,
Brasile, Costa Rica, Messico e Venezuela. Contestualmente si è proceduto ad una
revisione della lista e dell’efficienza degli indicatori individuati. Si è
cosi’ seguito un quadro che, tenendo conto delle quattro dimensioni che,
notoriamente, vengono riconosciute allo sviluppo sostenibile e cioè sociale,
economica, ambientale ed istituzionale , ha classificato gli indicatori nel
modello classico, di indicatori delle cause primarie (driving forces – e cioè
le attività umane, i processi, i modelli che impattano sulla sostenibilità
dello sviluppo, sia negativamente che positivamente), indicatori di stato ed
indicatori di risposta. Il lavoro sugli indicatori è stato seguito in tutte le
riunioni annuali della Commissione sullo Sviluppo Sostenibile, oltre ai lavori
specifici svolti dai gruppi di esperti che si sono riuniti indipendentemente
numerose volte. Infine, come indicato dall’ultimo rapporto sugli indicatori
predisposto per la 9° Riunione della Commissione che ha avuto luogo a New York
dal 16 al 27 aprile 2001, è stato
individuato un set di 57 indicatori che deriva da 15 temi e 38 sottotemi che
toccano appunto gli aspetti sociali, ambientali, economici ed istituzionali
dello sviluppo sostenibile. Credo sia utile elencare qui gli indicatori
individuati perchè si tratta dello sforzo più autorevole svolto su questo
fronte a livello internazionale, in sede ONU, e da conto di come il lavoro degli
indicatori sia andato avanti in maniera molto significativa e ci può veramente
aiutare per cominciare ad affiancare seriamente agli indicatori economici, che
oggi dominano completamente la politica internazionale, indicatori di altro tipo
modificando la cultura dominante che vede la ricchezza ed il benessere di una
popolazione, di una nazione, solo nella crescita economica.
I
57 indicatori proposti sono:
percentuale
della popolazione che vive sotto la linea di povertà, - indice di Gini di
ineguaglianza del reddito, - tasso di disoccupazione, - rapporto delle paghe
femminili rispetto a quelle maschili, - stato nutrizionale dei bambini, - tasso
di mortalità sotto i 5 anni di età, - aspettativa di vita alla nascita, -
percentuale della popolazione con adeguate facilitazioni di gestione dei
rifiuti, - popolazione con accesso ad acqua potabile, - percentuale di
popolazione con accesso a facilitazioni per le cure primarie di base, -
immunizzazione contro le infezioni delle malattie infantili, - tasso di presenza
dei contraccettivi, - rapporto del completamento delle scuole primarie o
secondarie, - tasso di alfabetizzazione degli adulti, - area di abitazione
disponibile per persona, - numero di crimini registrati per 100.000 persone ,-
tasso di crescita della popolazione ,- popolazione vivente in abitazioni urbane
formali ed informali, - emissione di gas serra ,- consumo di sostanze dannose
alla fascia di ozono, - concentrazione di inquinanti dell’aria nelle zone
urbane , - area agricola arabile, - utilizzo di fertilizzanti, - utilizzo di
pesticidi in agricoltura , - area forestale come percentuale della superficie
di terra, - intensità di sfruttamento del legno , - superficie affetta
da desertificazione, - area di insediamenti urbani formali ed informali, -
concentrazione di alghe nelle acque costiere, - percentuale della popolazione
totale vivente in zone costiere, - cattura delle maggiori specie alieutiche, -
sottrazione annuale delle acque sotterranee e di superficie come percentuale
sull’acqua totale disponibile, - BOD nei corpi d’acqua, - concentrazione di
coliformi fecali nelle acque dolci , - area di ecosistemi chiave , - percentuale
di aree protette sulla superficie totale, - abbondanza di specie chiave, -
prodotto interno lordo pro capite, - parte di investimento rispetto al prodotto
interno lordo, - bilancio del commercio in beni e servizi, -
rapporto del debito rispetto al prodotto interno lordo, - totale di
assistenza ufficiale allo sviluppo data o ricevuta come percentuale del prodotto
interno lordo, - intensità dell’uso dei materiali, - consumo di energia
annuale pro capite, - consumo di risorse energetiche rinnovabili, - intensità
dell’uso di energia, - generazione di rifiuti solidi industriali ed urbani, -
generazione di rifiuti pericolosi, - generazione di rifiuti radioattivi, -
riciclaggio e riutilizzo dei rifiuti, - distanza percorsa pro capite per modo di
trasporto, - strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile, - implementazione
della ratifica degli accordi globali, - numero di abbonati internet per 1.000
abitanti, - linee telefoniche per 1.000 abitanti, - spese per ricerca e sviluppo
come percentuale del prodotto interno lordo,
- perdite economiche ed umane dovute ai disastri naturali.
(la
lista è tratta da Commission on Sustainable Development, 2001 “Indicators of
Sustainable Development: Framework and Methodologies” Background Paper no.3).
Nell’ampio
lavoro svolto dalla Commissione diverse nazioni hanno suggerito altri indicatori
(ad esempio, la presenza di spazi urbani verdi, la densità del traffico, la
proprietà della terra agricola, il rilascio di organismi geneticamente
modificati ecc.). Si tratta di suggerimenti molto utili ma per cercare di dare
un quadro generale all’utilizzo degli indicatori sono stati individuati alcuni
criteri guida che aiutano la selezione degli indicatori stessi; infatti gli
indicatori devono essere, tra l’altro, dipendenti da basi conoscitive di
qualità, devono essere il più
possibile, chiari, non ambigui e comprensibili, limitati nel numero ma aperti ed
adattabili alle necessità future, dovrebbero cercare di coprire i temi
dell’Agenda 21 e tutti gli aspetti dello sviluppo sostenibile, e dovrebbero
rappresentare il più possibile un consenso internazionale.
È
utile, infine, menzionare l’utilizzo di due interessantissimi indicatori
aggregati: l’impronta ecologica (Ecological Footoprint – EF -) e la
richiesta o il flusso totale di materiali (Total
Material Requirements – TMR -). Il primo, elaborato da William Rees e Mathis
Wackernagel, cerca di rendere conto dell’area necessaria di ecosistemi
terrestri ed acquatici richiesta per produrre le risorse che una determinata
popolazione consuma e per assimilare i rifiuti che essa produce. L’impronta
ecologica viene data dalla somma di sei diverse componenti: la superficie di
terra coltivata necessaria per produrre gli alimenti, l’area di pascolo
necessaria per fornire i prodotti animali, la superficie di foreste necessaria
per produrre legname e carta, la superficie marina necessaria per produrre pesci
e frutti di mare, la superficie di terra necessaria per ospitare infrastrutture
e la superficie forestale necessaria per assorbire le emissioni di anidride
carbonica derivante dal nostro stile di consumo. L’impronta ecologica è
misurata in “unità di superficie” che equivale ad un ettaro della
produttività media del pianeta. Dal 1961 al 1996 l’impronta ecologica globale
è aumentata di circa il 50%. Secondo i dati presentati nel rapporto “Living
Planet Report 2000” la crescita dell’impronta ecologica umana intorno alla
metà degli anni Settanta è stata tale che l’umanità ha superato il punto in
cui viveva entro i limiti della capacità rigenerativa globale degli ambienti
del pianeta. L’Italia presenta un’impronta ecologica di 5,51 unità di
superficie pro capite a fronte di una sua capacità biologica di 1,92 unità di
superficie a persona, il che significa che abbiamo un deficit ecologico di 3,59
unità di superficie a persona (in pratica per mantenere la nostra
popolazione agli attuali livelli di consumo ci vogliono altre due Italie).
L’impronta ecologica più alta è quella degli Emirati Arabi Uniti di 15,99
unità di superficie, seguiti da Singapore con 12,35 unità di superficie e gli
Stati Uniti con 12,22 unità di superficie. Alla fine della lista, ultima, è
l’Eritrea con 0,35 unità di superficie, preceduta, nell’ordine, da
Afghanistan con 0,58 unità di superficie e Bangladesh con 0,60 unità di
superficie.
Il
flusso totale dei materiali, sul quale ha lavorato molto il Wuppertal Institut
tedesco, è un indicatore aggregato dei flussi dei materiali dell’economia che
misura l’uso totale delle risorse naturali richiesto dall’attività
economica di un paese o una regione.
Include
i consumi diretti di produzione interna o importati, relativamente ai
combustibili fossili, metalli, minerali (industriali e da costruzione),
materiali e prodotti rinnovabili (agricoli, forestali e animali), prodotti
intermedi e finiti (solo come importazione) la cui somma costituisce quello che
viene definito Input Diretto di Materiali
(Direct Material Input) nonchè i consumi indiretti di materiali (definiti
Hidden Material Flows, flussi nascosti dei materiali) costituiti da materiali
rimossi dall’ambiente naturale o escavati per la produzione delle materie
prime (ad esempio nelle attività minerarie, nell’estrazione e processamento
dei combustibili, nella produzione forestale) o per la costruzione di
infrastrutture o per effetto di processi di erosione. Questo indicatore
aggregato sta diventando un elemento importante di valutazione del peso
materiale delle varie economie e, dopo alcuni lavori pionieristici sul flusso
dei materiali delle economie statunitense, olandese, tedesca e giapponese, (Adriaanse
et al., 1997) sta divenendo un
indicatore sempre più studiato. È da segnalare con favore l’attenzione ad
esso dedicato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente che recentemente ha
inserito il TMR nel proprio rapporto sugli indicatori (EEA, 2000) ed ha
elaborato un rapporto per verificare il trend del TMR nell’Unione Europea (Bringezu
e Schutz, 2001). Da quest’ultimo rapporto appare che l’estrazione di risorse
nell’ambito dei 15 paesi dell’Unione è declinato dal 1985 al 1997 del 13%,
ma la richiesta di risorse provenienti dall’estero è incrementata dal 1995 al
1997, in soli tre anni, dell’11% .
È
necessario continuare a perfezionare il lavoro sugli indicatori ma è
fondamentale che, da subito, tutti i paesi si dotino di contabilità ambientali
che affianchino quelle economiche; in questo modo si dovrebbe cominciare a
limitare i danni della visione economica dominante basata sulla crescita
materiale e quantitativa e sull’ignoranza dei chiari limiti biofisici dei
sistemi naturali.
2.5.
Cosa non funziona nel processo di Agenda 21 (i punti deboli, le criticità)
Il processo di Agenda 21 Locale è per
l’Italia ancora un argomento ancora relativamente nuovo. Sebbene negli ultimi
due anni molte amministrazioni si sono interessate all’A21L e vi hanno
formalmente aderito, sono ancora poche quelle che sono in una fase avanzate del
processo e dalla cui esperienza quindi si possono ricavare elementi utili per
capire le criticità e i punti deboli di questo processo. Tuttavia si possono
riscontrare una serie di problematiche comuni.
L’A21L
è ancora uno strumento settoriale: è necessario passare da strumento
ambientale a strumento per la sostenibilità.
L’Agenda 21 Locale dovrebbe occuparsi
delle diverse componenti del benessere umano e delle azioni necessarie al suo
miglioramento in un’ottica di sostenibilità, e non esclusivamente della
dimensione ambientale. Il tema costante di tutto il processo di decisione di
A21L è quello di adottare a livello strategico il principio della sostenibilità
e favorire la presa in considerazione a monte degli aspetti ambientali delle
scelte, al fine di rendere più efficaci, efficienti ed economiche tali scelte
sul versante della tutela dell’ambiente, dell’equità sociale e dell’uso
delle risorse
Invece L’A21L è percepita, non solo dalla
cittadinanza in senso largo, ma anche dagli attori privilegiati (amministratori,
partecipanti al Forum, etc.) come uno strumento di intervento ambientale. Tale
percezione emerge con chiarezza anche negli atti formali che derivano dal
processo di A21L. Ad esempio il Rapporto sullo Stato dell’Ambiente, che
dovrebbe includere anche elementi di valutazione economica e sociale della
sostenibilità, invece quasi sempre si limita a descrivere e quantificare gli
elementi di stato e pressione per settori e componenti ambientali (acqua, aria,
rifiuti, mobilità, etc.).
I
motivi della riduzione della sostenibilità alla sua sola dimensione ambientale
possono essere così sintetizzati:
i
soggetti promotori dell’A21L sono quasi sempre l’assessorato
all’ambiente, le associazioni ambientaliste o i consulenti esterni esperti
in tematiche ambientali;
il
timore degli altri assessorati di subire interferenze nei propri settori;
la
non piena consapevolezza da parte del Sindaco o Presidente e dell’intera
Giunta che trattasi davvero del processo di Agenda 21 per lo sviluppo
sostenibile della Comunità e del territorio da essi amministrato;
il
timore che l’estensione delle tematiche oggetto dall’A21L possa
rallentare il processo decisionale, che già, per la sua complessità,
richiede tempi piuttosto lunghi;
la
difficoltà reale a quantificare gli aspetti essenziali dello sviluppo
sostenibile nella sua accezione più ampia.
Soluzioni:
È necessario almeno che, fin da sui primi
passi, l’A21L veda coinvolti tutti i principali settori dell’amministrazione
pubblica e non solo quelli ambientali e territoriali e che venga creato un
apposito ufficio intersettoriale sottoposto alla gestione e al controllo di una
Cabina di Regia (coordinata, nel caso dei Comuni, direttamente dal Sindaco, e
nel caso della Provincia o della Regione, dal Presidente) per condividere la
definizione di priorità, risorse, modalità d’intervento e di comunicazione.
Partecipazione,
forum, ruolo attori non istituzionali.
Uno dei cardini del processo di A21L è
costituito dal coinvolgimento attivo della più ampia rappresentatività degli
attori di una comunità locale nelle varie fasi del processo (condivisione
visione, analisi, definizione obiettivi-azioni, attuazione, monitoraggio e
revisione) al fine di permettere un’ampia co-responsabilità rispetto alle
azioni da intraprendere e rispetto all’efficacia degli obiettivi prefissati.
A questo riguardo, i principali strumenti operativi e interattivi sono
il Forum e i gruppi di lavoro tematici.
In Italia però:
quasi
sempre, sono le amministrazioni pubbliche (nelle proprie componenti politico
e tecnico-amministrative) e non la società civile ad avviare il processo.
In rarissimi casi l’Agenda 21L è stata sollecitata da una organizzazione
esterna all’amministrazione locale (associazione ambientalista). Questo fa
si che, fin dall’inizio, l’A21 Locale sia spesso subita dalle varie
forze sociali come un’altra delle iniziative dell’autorità pubblica
(anche se nella volontà dei promotori c’era solo l’idea di giocare il
ruolo di “innesco” del processo). Si può trattare di disinteresse e
disinformazione per le questioni legati allo sviluppo sostenibile, di
debolezze strutturali del mondo associativo, di mancanza di fiducia nello
strumento di A21L, oppure di un suo utilizzo limitante solo come strumento
per la ricerca di consenso, più che di partecipazione.
Gli
attori più spesso coinvolti dalle amministrazioni sono principalmente le
associazioni ambientaliste, il mondo scolastico, il settore imprenditoriale
e le associazioni di categoria. Più rari i casi di coinvolgimento di attori
meno “tradizionali” come i giovani, gli immigrati, gli anziani e le
donne, aspetto questo che limita una completa rappresentanza delle varie
sensibilità e delle diversità culturali di una comunità locale, criterio
fondamentale per l’efficacia e la credibilità del processo partecipativo
di A21L.
Dal
punto di vista della classe politica le attività del Forum sono a volte
percepite come un’indebita interferenza nei lavori del Consiglio e della
Giunta, che si considerano gli unici titolari legittimi del potere locale in
quanto eletti dalla comunità.
Le
forze sociali svolgono più un ruolo di portatori di interessi, che di
compartecipazione all’attuazione della A21L. Sono attivi nella fase del
Forum quando devono avanzare bisogni, suggerimenti e consigli, mentre nella
fase attuativa (Piano d’Azione Ambientale) è quasi ovunque solo l’ente
pubblico a svolgere un ruolo attivo.
Soluzioni:
È necessario rispettare i tempi medio-lunghi di realizzazione del processo di A21L, individuare attentamente i partecipanti al Forum, realizzare una campagna preliminare di informazione e formazione su sviluppo sostenibile e A21L che coinvolga tutti gli attori coinvolti (politici, amministratori, forze sociali).
Scarsità
di risorse umane e finanziare
A
livello locale
La
promozione e gestione delle diverse fasi di un processo di A21L, caratterizzata
da un’oggettiva complessità, richiede oltre ad appropriate risorse economiche
e tempi adeguati, anche nuove competenze professionali: interdisciplinarietà di
approcci, competenze tecniche di settore, competenze organizzative,
comunicative, utilizzo di nuove tecniche e strumenti per la gestione di processi
partecipati, continuità, trasparenza e accessibilità a dati e informazioni per
il pubblico, collaborazione e integrazione progettuale tra i settori
dell’amministrazione, legittimazione reciproca tra gli attori coinvolti,
gestione e prevenzione di conflitti, motivazione, logica di partnerships,
efficacia ed efficienza delle singoli fasi del processo.
Si
tratta inevitabilmente di requisiti e competenze non sempre esistenti, o non
valorizzate, nell’ambito delle pubbliche amministrazioni. Spesso per sopperire
a queste lacune ci si avvale opportunamente di personale esterno. Tuttavia gli
enti locali devono sfuggire alla tentazioni di acquistare un pacchetto “chiavi
in mano”, soluzione più facile, ma che rischia di snaturare il processo di
A21L, perché riduce la consapevolezza degli amministratori e la valenza
partecipativa dei soggetti esterni.
A livello di Governo centrale
Scarsi
interventi ufficiali di supporto operativo, informativo o di coordinamento alle
amministrazioni impegnati in processi di A21L sono stati promossi negli ultimi
anni a livello ministeriale. Le uniche iniziative di rilievo sono state la
creazione di un “Premio delle Città Sostenibile” e, solo l’anno scorso,
la pubblicazione di un bando di co-finanziamento di
progetti di Agende 21 Locali, escludendo tra l’altro, per insufficienza
di risorse finanziarie, numerosi progetti risultati idonei.
Soluzioni:
Promuovere sia a livello locale sia ministeriale corsi di aggiornamento su queste tematiche per funzionari pubblici, razionalizzare e coordinare i lavori all’interno dell’amministrazione locale, valorizzare le risorse interne, incrementare i finanziamenti ministeriali.
Alcune
debolezze concettuali
Le
idee fondamentali dell’Agenda 21 erano e sono giuste. Ma essa conteneva
anche alcune intrinseche debolezze concettuali che spesso l’hanno resa
inefficace. Tentiamo di tematizzare alcuni (tre) di questi punti critici,
tutti però riconducibili ad una unica questione: la illusoria convinzione
di poter raggiungere la sostenibilità rimanendo dentro e pensando di poter
venire a patti con le micidiali regole del mercato.
Sostenibilità, spesso e volentieri, ha dimostrato di contenere troppi margini di genericità e ambiguità; fino ad apparire una parola passpartout che giustifica politiche le più disparate. Troppo spesso nel tentativo di coniugare economia e natura è stato assunto il solo punto di vista dell’economia. Così molte politiche ambientali in realtà sono risultate essere un tentativo di forzare i limiti degli ecosistemi naturali adattandoli alle necessità degli insediamenti umani e ai bisogni delle attività economiche. Molto spesso le politiche ambientali si limitano ad intervenire a valle delle attività di trasformazione dell’ambiente con operazioni di sola mitigazione, di compensazione, di internalizzazione monetaria delle esternalità negative. Quasi mai, invece, partendo dalla necessità della protezione delle risorse naturali si giunge a mettere in discussione processi e prodotti economici. Per indorare la pillola a chi detiene il cordone della borsa si sono dette e ripetute frasi farisaiche del tipo: l’ambiente è una opportunità e può essere trasformato in ricchezza; investire in protezione ambientale è un affare economico. Con questo atteggiamento di ossequioso rispetto delle convenienze economiche molto spesso si evita di affrontare problemi quali quelli della limitatezza delle risorse, dell’entropia e della termodinamica globale, della capacità di carico degli ecosistemi, del “valore” economico dei servizi degli ecosistemi indipendentemente dal loro utilizzo. In definitiva spesso si evita di riconoscere la questione culturale centrale messa in luce dal pensiero ecologico: l’economia è un sottosistema dipendente dal mondo biofisico (ecosfera) e dai processi vitali generati dai flussi di materia e di energia. Le scienze della vita usano unità di misura fisiche, che non sempre è possibile, né utile, contabilizzare in quantità di denaro equivalenti.
Il problema della scala territoriale (locale) più opportuna per comprendere le interazioni tra economia e ambiente naturale dovrebbe essere risolto a favore dell’unità eco-geografica fisica che definisce gli ecosistemi omogenei, del bacino idrografico, ad esempio, da una parte, e dell’ecosfera dall’altra. Ma questa semplice constatazione presuppone la capacità di agire una riforma politico-istituzionale non da poco. Senza di ciò l’ambito operativo delle Agende 21 rischia di risultare eccessivamente limitato alla dimensione dei servizi ecologici urbani e – anche nei migliori dei casi – le azioni locali hanno poche possibilità di incidere sulle decisioni che vengono prese ai “piani alti” del sistema politico nazionale e internazionale.
Tutta
la procedura d’azione del processo immaginato dalla Agenda 21 è
attraversata dall’idea (a dire il vero un po’ illuministica) di poter
avviare un dialogo alla pari e una cooperazione volontaria tra “attori
sociali” generici ed equivalenti (associazioni, imprese, cittadini, ecc.)
ritenuti interessati ad assumere una visione condivisa di lungo periodo e su
un larghissimo spettro di questioni. Non solo, l’accordo dovrebbe
riguardare anche le modalità e le azioni necessarie a realizzare il futuro
atteso. In una parola attraverso le procedure dell’Agenda 21 si
giungerebbe ad una coesione sociale della comunità locale e ad un consenso
sull’azione di governo. Siamo alla “joined-up governance”, al
governare insieme in nome di un futuro condiviso. Se ciò accadesse sarebbe
un vero miracolo, in un’epoca di crisi della rappresentanza politica degli
interessi e di caduta della partecipazione democratica. Il rischio invece è
che si tratti di una illusione, per un verso, e di una trappola, per un
altro. Intorno al tavolo dei “Forum” concertativi, realisticamente,
riusciranno a trovare posto solo i soggetti in grado di autorappresentarsi e
di negoziare i propri interessi. Chi non sarà in grado di sviluppare una
tale sufficiente capacità organizzativa, non avrà voce in capitolo (al
massimo potrà vedersi assegnare un “avvocato d’ufficio”, un
facilitatore-animatore professionalizzato messo a disposizione
dall’amministrazione). Dall’altro verso il famoso metodo partecipativo
dell’Agenda 21 si ridurrebbe ad una procedura negoziale preliminare, dove
i conflitti sociali dovrebbero essere anticipatamente inglobati e
disinnescati nel gioco di simulazione delle reciproche convenienze attese
(secondo l’ottimistico modello “win-win”, che prevede che tutti
possano raggiungere i propri obiettivi in nome di un condiviso interesse
generale) in preparazione all’assunzione delle decisioni vere e proprie
che rimarrebbero – comunque - in capo ai poteri istituzionalmente
costituiti, tal quali sono. Al meglio la procedura dell’Agenda 21 si
configurerebbe come un passaggio filtrante nel percorso politico
decisionale. Al peggio servirebbe ad espungere dal consesso partecipativo
tutti quei soggetti che non vogliono o non possono o non ritengono comunque
utile negoziare le proprie istanze. Si pensi ad esempio a quei gruppi di
cittadini che ritengono la difesa delle risorse naturali e della salute
pubblica un bene non-negoziabile, un vincolo non contrattabile e che
pertanto ritengono non praticabili le forme di concertazione con coloro che
sono ritenuti responsabili di apportare inquinamenti o di sottoporre a
rischi inaccettabili la salute altrui.