SCHEDA 5
Acqua e agricoltura: consumi, salinizzazione e desertificazione
 
di aprile 2003
 

L’agricoltura assorbe la maggior parte delle risorse idriche. Si calcola che a livello mondiale circa il 70 % dell’acqua prelevata dai fiumi, dai laghi e dalle falde sotterranee sia destinato all’irrigazione. L’agricoltura irrigua ha avuto il suo massimo sviluppo nel secolo scorso, quando questa tecnica è stata applicata nei paesi del Sud del mondo, principalmente Cina, India, Pakistan.

Attualmente il 30-40% delle disponibilità di prodotti agricoli a livello mondiale derivano dal 16% irrigato della superficie totale; inoltre viene stimato che nei prossimi 30 anni, l’80% delle disponibilità alimentari supplementari deriveranno dall’agricoltura irrigua. L’irrigazione è praticata con modalità diverse secondo le aree geografiche e le zone climatiche, con vari gradi di sofisticazione e di tecnologia. Serve a stabilizzare la produttività delle colture per ettaro e nei paesi tropicali a garantire più produzioni nello stesso anno nonché rese più elevate. L’irrigazione è importante anche in zone aride o semi-aride, che altrimenti sarebbero inadatte a sostenere alcune colture. Questo sistema permette di sfruttare al massimo la produttività dei terreni, aggiungendovi tutto ciò che la natura non riesce a fornire secondo i suoi cicli, appunto, naturali. Il che significa grande uso di pesticidi e di fertilizzanti chimici. Da un lato quindi, l’irrigazione diventa uno strumento di sempre maggior rilevanza ai fini delle disponibilità alimentari; dall’altro costituisce la principale forma di consumo delle risorse idriche dovuta all’uomo a livello planetario. Si pensi che la quantità d’acqua che basta normalmente ad irrigare un ettaro di risiera, è la stessa che serve ai bisogni di 100 nomadi con 450 capi di bestiame in tre anni, o a 100 famiglie urbane nell’arco di due anni. Inoltre nei Paesi del Sud del mondo l’acqua utilizzata per l’irrigazione rappresenta ben il 91% del consumo idrico (rispetto al 39% dei Paesi ad alto reddito), e a volte quella che resta è fortemente inquinata; questo spiega perché questi Paesi si trovano spesso ad affrontare gravi situazioni di deficit idrico per uso alimentare e sanitario.

Sprechi.

I Paesi in via di sviluppo, pur utilizzando circa il doppio d’acqua per ettaro rispetto ai paesi industrializzati, hanno una produzione agricola pari ad un terzo, poiché metà dell’acqua destinata all’irrigazione evapora durante la fase di stoccaggio o di derivazione a causa delle elevate temperature, o si perde per strada per via di reti d’adduzione vetuste o irregolari. Per risolvere il problema degli sprechi sarebbe sufficiente introdurre tecnologie più moderne come l’irrigazione a goccia e rinnovare le reti, ma spesso gravi problemi finanziari bloccano queste scelte.

Sovrasfuttamento idrico.

E’ ormai evidente che i prelievi per usi irrigui superano in molte zone le capacità di apporto dei corsi d’acqua, delle piogge e quella di ricostituzione delle riserve naturali; pertanto ogni volta che le piogge tardano a venire, rispetto ai cicli naturali, scoppiano immani carestie, come quella che ha colpito lo scorso anno alcune regione dell’Africa sub-sahariana. Si calcola che in Giordania tra 35 anni le riserve acquifere sotterranee saranno completamente esaurite e, per ricostituirle, occorreranno migliaia d’anni. Negli Stati Uniti il Colorado non arriva più al mare se non in anni di precipitazioni eccezionali già dal 1960. Nella regione africana del Sahel, sia a causa di una prolungata siccità, che del diminuito afflusso dei fiumi, le cui acque sono state deviate per usi irrigui, il lago Chad si è ridotto di ¾ negli ultimi 30 anni. Ma la vicenda più esemplare è la morte del lago Aral (che era il 4° lago più grande del mondo), nel cuore dei deserti dell’Asia Centrale. Alcune repubbliche asiatiche dell’ex Unione Sovietica hanno avuto la "buona idea" di deviare il corso dei due fiumi che rifornivano il lago, Amu Dar’ya e Sir Dar’ya, per coltivare in terreni aridissimi colture estremamente bisognose d’acqua come il riso e il cotone. I risultati di questa scelta miope sono devastanti. La superficie del Lago Aral è diminuita di 2/3; ciò ha provocato un’ulteriore salinizzazione delle sue acque – già salate in passato ma ricche di pesce – aggravata dalla presenza di inquinanti e pesticidi che, convogliati per anni nello specchio d’acqua dai fiumi o drenati dai campi di cotone, sono oggi concentrati ai livelli massimi. L’inquinamento sta generando problemi sanitari gravissimi: anemia, mortalità infantile, artriti reumatoidi, reazioni allergiche, molto al di sopra della norma.

Salinizzazione

Coltivare in climi aridi, oltre ai problemi che derivano dalla necessità di reperire grandi quantità d’acqua (dighe, enormi invasi artificiali ecc. con altri problemi al seguito), ha portato l’uomo a scoprire la catastrofe della salinizzazione. Questo fenomeno naturale consiste nel progressivo aumento di sali nel terreno, fino a renderlo non più adatto alla coltivazione; questo avviene in concomitanza di due situazioni: cattivo drenaggio del terreno e forte evaporazione delle aree irrigate. L’acqua che il terreno non è in grado di assorbire subito evapora e cede al suolo il suo contenuto minerale. La salinizzazione dell’acqua delle falde freatiche può avvenire anche a causa degli eccessivi prelievi che creano dissesti nella struttura idrogeologica del sottosuolo. A questo fenomeno si deve quindi il calo di produttività delle culture irrigue nei Paesi aridi o semi aridi del pianeta. Su 270 milioni di ettari di superficie irrigata totale si stima che 20/30 milioni siano colpiti da questo fenomeno.

Inquinamento.

Se fiumi e laghi sono per lo più inquinati da scarichi civili, e industriali (compresi allevamenti e laboratori artigiani), le falde acquifere sono in gran parte compromesse dalle attività agricole. I responsabili hanno un nome: si chiamano pesticidi e fertilizzanti chimici. I pesticidi sono sostanze chimiche create, a partire dagli anni ’40, per sterminare insetti, funghi e malerbe che possono danneggiare o ridurre la quantità dei raccolti agricoli. Si calcola che ogni anno vengano immesse nella biosfera 250.000.000 di tonnellate di prodotti organici di sintesi, tra cui 2.000.000 di tonnellate di pesticidi (300.000 t. nella sola Unione Europea). Una serie di studi condotti da agenzie olandesi affermano che almeno il 65% delle terre agricole europee supera abbondantemente il limite di contaminazione stabiliti dalla U.E., con gravi ripercussioni sulle acque che vi scorrono sopra e sotto il suolo.

Nei Paesi del terzo mondo il costo di queste sostanze dovrebbe essere un disincentivo al loro impiego massiccio. Purtroppo non è così perché questi Paesi sono diventati i mercati di sbocco di veleni micidiali, ma economici, banditi da anni dall’occidente, come il D.D.T..

La presenza di nitrati nelle falde acquifere (presenza che in molti casi supera i limiti imposti dalla legge) è il risultato dei massicci cambiamenti intercorsi dei sistemi agricoli nel secolo scorso e tuttora in atto. In particolare, l’impiego di concimi chimici azotati, reso massicciamente necessario dall’intensificazione delle pratiche agricole, i diversi assetti agrari e il conseguente cambiamento dei sistemi di dilavamento e altre cause legate alla meccanizzazione dell’agricoltura, hanno contribuito all’inquinamento delle falde acquifere delle aree più sviluppate dal punto di vista agricolo. In Italia l’area più colpita è la Pianura Padana; ma anche gli abitanti di altre zone dell’Italia centrale, come la media e bassa valle del Metauro, a causa dell’alta concentrazione di nitrati (sopra i 50 mg/lt) non possono bere l’acqua di falda, se non miscelata con altra acqua a più basso contenuto di nitrati (spesso acqua superficiale depurata). Non esiste a tutt’oggi un metodo economicamente ragionevole per rimuovere i nitrati dall’acqua. Solo dopo anni di pratiche agricole sostenibili si può sperare di assistere ad un abbassamento dei valori dei nitrati.

Desertificazione e inondazioni.

Desertificazione e inondazioni sono due facce della stessa medaglia. I mutamenti climatici, la distruzione delle foreste temperate e tropicali, le pratiche agricole sbagliate, i dissesto idrogeologico, che hanno sempre per protagonista l’uomo e le sua attività sono la causa di calamità, che di naturale oggi hanno ben poco.

Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo di Rio del 1992 la desertificazione è il "degrado delle terre aride, semi-aride e sub-umide secche, attribuibile a varie cause, fra le quali variazioni climatiche ed attività umane"; si concretizza con la progressiva riduzione dello strato superficiale del suolo e della sua capacità riproduttiva ed è un fenomeno ben più vasto dell’espansione dei deserti sabbiosi. La desertificazione è una delle più gravi emergenze ambientali e oggi minaccia circa 1.300.000.000 di persone (venti anni fa erano 57 milioni, nel 1984 erano saliti a 135 milioni), di cui 800.000.000 sono gravemente denutrite, in oltre 100 Paesi, e ¼ delle terre del pianeta. La situazione è particolarmente drammatica in Africa, ma vi sono vaste aree inaridite o minacciate in Asia, in America Latina, nel Nord del Mediterraneo, e anche in Italia (27% del territorio) che, tra l’altro, è meta di consistenti flussi migratori dei cosiddetti "profughi ambientali". In Europa 20 milioni di ettari risultano degradati a causa degli scarichi industriali e dalle piogge acide e oltre il 25% delle terre agricole e il 35% di quelle a pascolo sono a rischio. Il clima non è il solo imputato. Il degrado dei suoli e la perdita di produttività sono dovuti anche allo sfruttamento intensivo dei terreni e delle risorse idriche, alla deforestazione, a pratiche agro-pastorali improprie, cioè all’uso non sostenibile delle risorse naturali da parte dell’uomo.

Le inondazioni sono invece fenomeni dei quali abbiamo sicuramente maggiore percezione, se non altro perché ci riguardano da vicino. Il 2002 è stato l’anno record per il numero e la gravità di alluvioni nel mondo. Ben 190 da gennaio ad agosto. Il numero più alto negli ultimi 18 anni. Danni stimati per almeno 1.300 miliardi di euro che hanno colpito prevalentemente Brasile, Australia, Cina, Russia, Afghanistan e Europa.

L’agricoltura in Italia

L’Italia dedica a scopi irrigui (agricoltura e allevamenti) circa il 60% dei circa 56 miliardi di mc. annui di consumi di acqua dolce. L’Italia è al primo posto in Europa sia per i consumi di acqua per abitante, sia per la maggiore estensione agricola irrigata, pari a 4.500.000 di ettari. Questa superficie se sfruttata appieno unitamente alla superficie agricola non irrigata dovrebbe dare sostentamento a circa 200 milioni di abitanti. Eppure il nostro Paese ha un cospicuo deficit commerciale nel campo alimentare. Allora dove finisce la gigantesca quantità di cibo prodotta dalla nostra agricoltura? La risposta è semplice: viene distrutta, perché i vincoli internazionali, primi fra tutti quelli della U.E., non ne consentono la commercializzazione. Quindi la nostra agricoltura consuma grandi quantità di acqua (ma anche concimi, pesticidi, carburanti) per produrre alimenti che non servono. E per fare questo si costruiscono dighe, si realizzano invasi e condutture, si cementificano i fiumi, e si sottrae acqua agli usi civili (il deficit idrico del sud ha anche questa spiegazione). Per fortuna negli ultimi anni l’Unione Europea sta lavorando nel senso della riduzione delle terre coltivate e sta incentivando la messa a riposo dei terreni.

Sul lato della qualità un dato positivo viene anche dalla superficie agricola destinata a colture biologiche che ha raggiunto il 10% del totale. Ma purtroppo note dolenti continuano a giungere dal fronte della sicurezza alimentare. Una ricerca di Legambiente (pubblicata nel marzo 2002) denuncia che il 50% della frutta analizzata dalle Agenzie Ambientali e dalle Asl ha residui di pesticidi. Su 3502 campioni ben 1748 contengono uno o più principi attivi. Un po’ meglio gli ortaggi: con 662 campioni contaminati su 3239 esaminati (il 20% del totale). Questo significa che c’è ancora molto da fare a livello legislativo a tutela della sicurezza e della salute dei consumatori, e a livello di politiche agricole per promuovere le produzioni di qualità, come il biologico, e i prodotti tipici.

Situazione locale.

A causa della elevata presenza di nitrati nell’acqua di falda che impedivano il rispetto dei parametri europei in fatto di potabilità, la Regione Marche nel 1983, con i finanziamenti F.I.O, inizia la costruzione dell’impianto di ricarica artificiale della falda di Torno, località Bellocchi di Fano. L’impianto prende l’acqua dal fiume Metauro e attraverso dei pozzi la immette in falda ottenendo così una diluizione dei nitrati. L’acqua di falda viene quindi prelevata, depurata e immessa in rete mischiandola con quella che viene dal potabilizzatore di San Francesco di Saltara (che pure prende acqua dal Metauro, ma più a monte) ottenendo così un’acqua con una presenza di nitrati piuttosto bassa, 11 mg/l, ben al di sotto del limite massimo fissato dal D. Lgs, n. 31/01 che è di 50 mg/l.

Dopo questo investimento, che termina nel 1991, il Comune di Fano (ma anche Pesaro ed altri comuni) ha finalmente l’acqua buona. Tuttavia l’acqua di falda resta fortemente inquinata dai nitrati con valori che vanno dai 70 mg/l del pozzo di Caminate ai 170 del pozzo Ca’ Severi. I pozzi comunali (che in tutto sono 20) vengono quindi attivati solo quando si è in presenza di una forte crisi idrica, perché il loro utilizzo comporta quasi automaticamente un divieto d’uso a scopi alimentari. I nitrati ovviamente provengono dalle forti concimazioni che sono impiegate nella moderna agricoltura. La prova è data dal pozzo Piccola Industria, che proprio per non avere campi coltivati nelle vicinanze, fornisce acqua con soli 23 mg./l di nitrati. Considerate le sempre più scarse portate del fiume Metauro, a causa della ridotta piovosità e dei numerosi prelievi abusivi, si pone quindi con prepotenza la necessita di avviare un piano per il risanamento graduale della falda, altrimenti si rischia, in pochi anni, di rimanere senza più acqua potabile. Un’altra causa che minaccia la qualità delle riserve d’acqua del sottosuolo sono gli scarichi di acque reflue in pozzi a dispersione o attraverso impianti a sub-irrigazione. Né il Comune né l’Aset sono a conoscenza di quante abitazioni scaricano nel sottosuolo. L’unico dato disponibile è il numero delle abitazioni che potrebbe collegarsi alla pubblica fognatura perché la rete fognante si trova in prossimità: sono circa 510. Un censimento su tutto il territorio comunale delle utenze non collegate con i depuratori di Ponte Metauro, Ponte Sasso e Bellocchi è quanto mai indispensabile ed urgente, se si vuol attuare una politica di risanamento e di tutela delle falde acquifere. Una risposta valida in termini di costi/benefici per i gruppi di abitazioni isolati, per i quali non è possibile la costruzione di un collettore fognario, può essere data da piccoli impianti di fitodepurazione.

Conclusioni

Piuttosto che cercare nuove fonti sempre più costose e lontane è meglio sfruttare in modo più logico quelle esistenti tagliando gli sprechi, pianificando gli usi e razionalizzando le risorse idriche disponibili. Nello specifico sono importanti i seguenti interventi: uso di tecniche irrigue ad alta efficienza; uso di culture adatte alla specifica situazione meteoclimatica, sociale ed economica; riuso per l’irrigazione delle acque reflue depurate; sistemi di irrigazione di dimensioni ridotte; sistemi di drenaggio artificiale che permettano di evitare il fenomeno della salinizzazione; educazione e controlli sul corretto impiego di concimi e fitofarmaci; sostegno all’agricoltura biologica ed incentivi all’uso di fertilizzanti naturali ed insetti fitofagi; difesa delle terre più fertili da altri utilizzi (es. inurbamento). Infine, occorre sottolineare che il consumatore può fare molto per migliorare l’ambiente, semplicemente acquistando prodotti di stagione, di provenienza locale o nazionale, prodotti biologici oppure prodotti col marchio di qualità.