Trame
dell'apprendimento
Ho
esaminato in un saggio precedente un'accusa che viene rivolta sempre più spesso
contro le scuole e che si rispecchia, per esempio, nel recente rapporto della
Commissione Carnegie: a scuola gli studenti iscritti si sottomettono a
insegnanti diploma ti per ottenere a loro volta dei diplomi; gli uni e gli altri
si sentono frustrati e incolpano della loro reciproca frustrazione
l'insufficienza di mezzi quali il denaro, il tempo o le sedi.
Questa
critica induce molte persone a chiedersi se sia concepibile una maniera diversa
di apprendere. Le stesse persone, paradossalmente, se sollecitate a precisare
come hanno acquisito ciò che sanno e apprezzano, sono pronte ad ammettere di
averlo imparato più fuori che dentro la scuola. La loro conoscenza dei fatti la
loro, idea della vita o del lavoro derivano da un'amicizia o da un amore, da ciò
che hanno visto alla televisione o hanno letto, dagli esempi dei loro coetanei o
dallo stimolo di un incontro casuale. Oppure possono aver imparato ciò che
sanno dal tirocinio rituale necessario per essere ammessi in una banda di strada
o dal periodo di iniziazione trascorso in un ospedale, nella cronaca di un
quotidiano, nella bottega di un idraulico o in un ufficio di assicurazioni.
L’alternativa alla dipendenza dalle scuole non è dunque lo stanziamento di
fondi pubblici per qualche nuovo congegno che “faccia” imparare, ma la
creazione di un nuovo tipo di rapporto educativo tra l'uomo e il suo ambiente. A
questo scopo dovranno però mutare contemporaneamente gli atteggiamenti verso la
crescita, gli strumenti disponibili per l'apprendimento e la qualità e la
struttura della vita quotidiana.
Gli
atteggiamenti stanno già cambiando. È sparita l' orgogliosa fiducia nella
scuola. Aumenta nell’industria della conoscenza la resistenza del consumatore.
E molti - insegnanti e allievi, contribuenti e imprenditori, economisti e
poliziotti - preferirebbero non dover più dipendere dalle scuole. Ciò che
impedisce alla loro frustrazione di foggiare istituzioni nuove è la mancanza,
non solo di immaginazione, ma spesso anche di un linguaggio appropriato e di un
interesse personale illuminato. Non riescono a immaginare ne una società
descolarizzata ne le istituzioni pedagogiche di una società che abbia soppresso
l'istituzione scolastica.
In
questo saggio intendo dimostrare che il contrario della scuola è possibile; che
possiamo affidarci a un apprendimento autonomo invece di assumere insegnanti che
allettino o costringano lo studente a trovare il tempo e la voglia d'imparare;
che possiamo fornire al discente nuovi agganci con il mondo anziché continuare
a somministrare tutti i programmi didattici attraverso l'imbuto dell'insegnante.
Esporrò alcune delle caratteristiche generali che distinguono la
scolarizzazione dall'apprendimento e cercherò di delineare quattro grandi
categorie di istituzioni didattiche che dovrebbero attrarre non solo molti
individui ma anche parecchi gruppi di interesse esistenti.
Un'obiezione:
a chi possono servire dei ponti che non portano da nessuna parte?
Siamo
abituati a considerare le scuole come una variabile, dipendente dalle strutture.
politiche ed economiche. Siamo convinti che se riuscissimo a cambiare il tipo di
direzione politica, o a far valere gli interessi di questa o quella classe, o a
trasferire dalle mani private a quella pubblica la proprietà dei mezzi di
produzione, cambierebbe anche il sistema scolastico. Le istituzioni didattiche
che mi accingo a proporre sono invece destinate al servizio di una società che
ora non esiste, anche se l'attuale senso di frustrazione nei confronti della
scuola è già potenzialmente una forza importante per avviare il cambiamento in
direzione di nuovi ordinamenti sociali. A questo modo di vedere le cose è stata
rivolta una facile obiezione: perché convogliare energie nella costruzione di
ponti che non portano da nessuna parte anziché adoperarle per modificare,
innanzitutto, non le scuole ma il sistema politico ed economico?
Questa
obiezione però sottovaluta la natura fondamentalmente politica ed economica del
sistema scolastico stesso, oltre che il potenziale politico inerente ad ogni sua
efficace contestazione.
Le
scuole sostanzialmente, non dipendono più dall'ideologia professata da un
governo o da una particolare organizzazione di mercato. Altre istituzioni-base
possono essere diverse da un paese all'altro, come la famiglia, il partito, la
chiesa o la stampa; ma il sistema scolastico ha dappertutto la stessa struttura
e dappertutto il suo programma occulto produce gli stessi effetti.
Invariabilmente, esso plasma il consumatore che apprezza i prodotti
istituzionali più dell'aiuto non professionale del vicino.
Dappertutto
il programma occulto della scolarizzazione inizia il cittadino al mito
dell'efficienza e benevolenza delle burocrazie guidate dalla conoscenza
scientifica. Dappertutto questo stesso programma istilla nell'allievo il mito
che una produzione maggiore assicurerà una vita migliore. E dappertutto crea
l'abitudine al consumo frustrante di servizi e alla produzione alienante,
l'assuefazione a dipendere dalle istituzioni e l'accettazione delle gerarchie
istituzionali. Il programma occulto della scuola realizza tutto questo
nonostante gli sforzi in senso contrario intrapresi dagli insegnanti e qualunque
sia i l’ideologia dominante.
In
altri termini, le scuole sono sostanzialmente simili in tutti i paesi, siano
essi fascisti, democratici o socialisti, ricchi o poveri, grandi o piccoli.
L’identità dei sistemi scolastici ci costringe a riconoscere la profonda
identità, su scala mondiale, del mito, dei modi di produzione e dei metodi per
il controllo della società, nonostante la grande varietà di mitologie nelle
quali il mito si esprime.
Alla
luce di questa identità, è illusorio sostenere che le scuole siano, in senso
non superficiale, delle variabili dipendenti. Ne consegue che è anche
un'illusione sperare in un cambiamento sostanziale del sistema scolastico per
effetto di un cambiamento sociale o economico di tipo convenzionale. Questa
illusione, tra l'altro, assicura alla scuola - cioè all’ organo di
riproduzione della società dei consumi un'immunità quasi incontestata.
A
questo punto diventa importante l'esempio della Cina. Per tre millenni questo
paese ha protetto la cultura superiore mantenendo un distacco totale tra il
processo d'apprendimento e i privilegi assicurati dagli esami per il
mandarinato. Ma, per diventare una potenza mondiale e uno stato nazionale
moderno, anche la Cina ha dovuto adottare il modello internazionale della
scolarizzazione. Solo l'avvenire ci permetterà di stabilire se la “grande
rivoluzione culturale” passerà alla storia come il primo tentativo riuscito
di descolarizzare le istituzioni di una società.
Anche
la creazione asistematica di nuovi organi didattici che siano il contrario della
scuola sarebbe un modo di attaccare l'anello più sensibile di un fenomeno
invadente, che è organizzato dallo stato in tutti i paesi. Un programma
politico che non riconosca esplicitamente la necessità della descolarizzazione
non può dirsi rivoluzionario: chiedere una dose maggiore della stessa minestra
è mera demagogia. Qualunque programma politico importante degli anni settanta
dovrebbe essere valutato secondo questo criterio: con quanta chiarezza afferma
la necessità della descolarizzazione? e con quanta chiarezza precisa le linee
direttive del tipo d'istruzione della società alla quale tende?
La
lotta contro lo strapotere del mercato mondiale e della politica delle grandi
potenze è forse al di sopra delle possibilità di certe comunità o paesi
poveri, ma la loro debolezza è una ragione in più per insistere
sull’importanza di liberare ogni società attraverso un capovolgimento della
sua struttura didattica: un cambiamento questo che non è al di sopra dei mezzi
di nessuna società.
Caratteristiche
generali delle nuove istituzioni didattiche formali
Un
buon sistema didattico dovrebbe porsi tre obiettivi: assicurare a tutti quelli
che hanno voglia d'imparare la possibilità d'accedere alle risorse disponibili,
in qualsiasi momento della loro vita; permettere, a tutti quelli che vogliono
comunicare ad altri le proprie conoscenze, di incontrare chi ha voglia di
imparare da loro; offrire infine a tutti quelli che vogliono sottoporre a
pubblica discussione un determinato problema la possibilità di render noto il
loro proposito. Un tale sistema esigerebbe l'applicazione di alcune garanzie
costituzionali all'istruzione. I discenti
non dovrebbero essere costretti ad assoggettarsi a un programma obbligatorio, o
discriminati in base al possesso di un certificato o di un diploma. Ne il
pubblico dovrebbe essere costretto a sostenere, mediante una tassazione
regressiva, un enorme apparato professionale di educa tori e di edifici che, di
fatto, limita le possibilità d'apprendimento dei cittadini ai servizi che la
categoria dei docenti è disposta a immettere sul mercato; dovrebbe invece
utilizzare la tecnologia moderna per rendere veramente universali, e quindi
totalmente educative, le libertà di parola, di riunione e di stampa. Le scuole
sono basate sul presupposto che ogni aspetto della vita abbia il suo segreto;
che la qualità della vita dipenda dalla conoscenza di questo segreto; che i
segreti si possano apprendere soltanto in una sequenza ordinata; e che solo gli
insegnanti possano svelarli nel modo giusto. Un individuo dalla mentalità
scolarizzata vede il mondo come una piramide di prodotti confezionati, riservati
esclusivamente a chi possegga il prescritto scontrino. Le nuove istituzioni
didattiche abbatterebbero questa piramide. Il loro scopo dovrebbe essere quello
di facilitare l'accesso al discente, di permettergli cioè, se non ha la
possibilità di entrare dalla porta, di guardare dalle finestre nella stanza dei
bottoni o nel parlamento. Inoltre queste nuove istituzioni dovrebbero essere
canali accessibili senza particolari credenziali o pedigree, spazi pubblici nei
quali il discente possa incontrare coetanei e anziani estranei al suo orizzonte
immediato.
lo
credo che basterebbero quattro, e forse anche soltanto tre, “canali” o
centri di scambio dell'apprendimento, per radunare tutte le risorse necessarie a
imparare veramente. Il bambino cresce in un mondo di cose, circondato da persone
cui si ispira come modelli per le capacità e i valori. Trova dei coetanei che
lo stimolano a discutere, a competere, a cooperare e a capire; e se è
fortunato, è anche soggetto alla verifica o alle critiche di un anziano più
esperto cui sta realmente a cuore. Cose, modelli, coetanei e anziani sono
quattro risorse, ognuna delle quali richiede un tipo particolare di
organizzazione per garantire che tutti abbiano ampie possibilità di accedervi.
Per
indicare i modi specifici di assicurare l' accesso a ognuna di queste quattro
serie di risorse, parlerò di “trame di possibilità” anziché di
“reti”. Il termine “rete”, purtroppo, viene spesso impiegato per
designare i canali adibiti alla somministrazione di materiali selezionati da
altri a scopo di addottrinamento, istruzione o divertimento. Ma lo si può usare
anche per il telefono o il servizio postale, che sono essenzialmente accessibili
a tutti gli individui che vogliono scambiarsi dei messaggi. Vorrei che avessimo
a disposizione un'altra parola, per designare le nostre strutture reticolari
intese a permettere un accesso reciproco, una parola che facesse meno pensare
all'intrappolamento, che fosse meno degradata dall’uso corrente e che
suggerisse meglio il fatto che qualunque ordinamento di questo tipo comporta
aspetti legali, organizzativi e tecnici. Non avendo trovato un termine del
genere, cercherò di ricuperare il solo disponibile, usandolo come sinonimo di
“trama didattica”.
Ciò
di cui abbiamo bisogno sono nuove reti, a disposizione immediata del pubblico e
fatte in modo da poter assicurare a tutti eguali possibilità di apprendere e di
insegnare.
Facciamo
un esempio. I televisori e i registratori presuppongono uno stesso livello
tecnologico. Ora tutti i paesi dell’America latina hanno introdotto la
televisione e in Bolivia, dove il governo ha finanziato una stazione televisiva,
costruita sei anni fa, non ci sono più di settemila televisori per una
popolazione di quattro milioni di abitanti. Con le somme impegnate nelle
Installazioni televisive in tutta l'America latina si sarebbe invece potuto
fornire un registratore a un cittadino adulto su cinque e, in più, costituire
una biblioteca pressoché sterminata di nastri già incisi, con succursali fin
nei villaggi più remoti, oltre a un'ampia scorta di nastri in bianco. Questa
rete di registratori, ovviamente, sarebbe radicalmente diversa dalla rete
televisiva attuale. Offrirebbe una possibilità di esprimersi liberamente: gli
istruiti come gli analfabeti avrebbero eguali occasioni di registrare,
conservare, diffondere e ripetere le proprie opinioni. Le somme attualmente
investite nella televisione assicurano invece ai burocrati, siano essi uomini
politici o educatori, il potere di inondare il continente di programmi prodotti
istituzionalmente che, a giudizio loro o dei loro finanziatori, vanno
bene per la gente o la gente richiede. La tecnologia è disponibile per
promuovere tanto l’indipendenza e l'apprendimento quanto la burocrazia e
l’insegnamento.
Quattro
reti
La
programmazione delle nuove istituzioni didattiche non dovrebbe fondarsi sulle
finalità amministrative di un rettore o di un preside, sugli obiettivi
didattici di un educatore
professionista o sulle necessità d'apprendimento di una qualsiasi ipotetica
categoria di persone. Non bisognerebbe partire dalla domanda: “Che cosa
dovrebbe imparare una persona?” ma dalla domanda: “Con quali oggetti e quali
persone possono voler mettersi in contatto i discenti per poter imparare?”.
Chi
vuole imparare sa di aver bisogno che qualcun altro gli fornisca sia le
informazioni sia una loro valutazione critica. Le informazioni possono essere
contenute in persone come in oggetti. In un buon sistema didattico gli oggetti
dovrebbero essere disponibili su semplice richiesta del discente, mentre
l'accesso agli informatori umani richiederebbe, in più, il consenso altrui. La
critica può anch'essa venire da due direzioni: dai coetanei come dagli anziani,
cioè sia da quelli che imparano insieme con me e i cui interessi immediati
coincidono con i miei, sia da quelli che possano farmi partecipe della loro
maggiore esperienza. I coetanei possono essere colleghi con i quali sollevare un
problema, compagni di letture o di passeggiate scherzose e piacevoli (o
faticose), avversari in qualunque tipo di gioco. Gli anziani possono
consigliarci sulla specializzazione da apprendere, sul metodo da usare e sulle
compagnie da cercare in un determinato momento; possono servire da guida perché
tra coetanei ci si rivolgano le domande giuste e segnalare le insufficienze
delle risposte cui essi pervengono. Quasi tutte queste risorse sono già
disponibili in abbondanza; ma da un lato non le si considera in genere delle
risorse didattiche e dall'altro non è facile, soprattutto ai poveri, accedervi
con facilità a fini d'apprendimento. Dobbiamo quindi inventare nuove strutture,
di rapporti che. siano concepite proprio per facilitare l’accesso a tali
risorse da parte di chiunque abbia motivo di cercarle per istruirsi. Ma per
istituire queste strutture, simili a trame, occorrono dei dispositivi
amministrativi, tecnologici e soprattutto giuridici.
Le
risorse didattiche vengono di solito classificate secondo gli obiettivi dei
programmi di studio preparati dagli educatori. lo invece intendo fare il
contrario definire cioè quattro diversi procedimenti che permettano allo
studente di accedere a qualunque risorsa didattica in grado di aiutarlo a
precisare e a raggiungere i propri obiettivi.
1.
Servizi per la consultazione di oggetti didattici che facilitino l'accesso alle
cose o ai processi usati per l’apprendimento formale. Tali risorse possono
essere in parte riservate a questo scopo e conservate in biblioteche, agenzie di
noleggio, laboratori e sale d'esposizione come i musei e i teatri; oppure
adoperate quotidianamente nelle fabbriche, negli aeroporti o nelle fattorie, ma
messe a disposizione degli studenti, siano essi apprendisti o frequentatori
fuori orario.
2.
Centrali delle capacità - che permettano agli individui di esporre le proprie
capacità, le condizioni che pongono per servire da modelli a chi vuole
impararle, e gli indirizzi ai quali
sia possibile reperirli.
3.
Assortimento degli eguali - cioè una rete di comunicazione che permetta alle
persone di descrivere il tipo di apprendimento cui vogliono dedicarsi, nella
speranza dl trovare un compagno di ricerca.
4.
Servizi per la consultazione di educatori in genere - professionisti,
paraprofessionisti e liberi operatori, che potrebbero essere elencati in una
guida con l'indirizzo, una descrizione fatta dagli stessi interessati e le
condizioni per accedere ai loro servizi. Questi professionisti, come vedremo,
potrebbero essere scelti mediante un voto o una consultazione dei loro ex
clienti.
Servizi
per la consultazione di oggetti didattici
Le
cose sono strumenti fondamentali dell'apprendimento. La qualità dell'ambiente e
il tipo di rapporto che una persona riesce a stabilire con esso determinano
quanto quella persona imparerà casualmente. L'apprendimento formale richiede
per un verso un particolare accesso alle cose comuni e per un altro verso un
accesso libero e sicuro alle cose destinate a scopi specificamente didattici. Un
esempio del primo tipo è il diritto particolare di far funzionare o di smontare
una macchina in un garage; un esempio del secondo è il diritto generale di
servirsi di un pallottoliere, di un computer, di un libro, di un orto botanico o
di una macchina tolta dalla produzione e messa a completa disposizione degli
studenti. Attualmente si presta particolare attenzione alla disparità tra
bambini ricchi e poveri per quanto riguarda la possibilità d'accesso alle cose
e la maniera in cui possono trarne un insegnamento; ed è partendo da questa
premessa che l'OEO[1]
e altre organizzazioni si preoccupano soprattutto di pareggiare le possibilità,
cercando di fornire ai poveri una maggiore quantità di attrezzi didattici. Un
punto di partenza più radicale sarebbe invece la constatazione che nelle città
i ricchi come i poveri vengono artificiosamente segregati da quasi tutte le cose
che li circondano. I bambini
nati nell'età delle materie plastiche e degli esperti in efficienza devono
superare due barriere che intralciano la loro possibilità di comprendere: una
insita nelle cose e l'altra formatasi intorno alle istituzioni. L’industrial
design crea un mondo di cose che non si lasciano comprendere facilmente
nella loro natura, e le scuole escludono il discente dal mondo delle cose e dal
contesto in cui esse hanno un significato.
Dopo
un breve soggiorno a New York, una donna di un villaggio messicano mi raccontò
di essere rimasta impressionata dal fatto che i negozi vendevano “soltanto
merci pesantemente truccate”. Voleva dire, compresi, che i prodotti
industriali “parlano” alla gente delle proprie attrattive e non della
propria natura. L’industria ha circondato la gente di manufatti il cui
funzionamento interno è comprensibile soltanto agli specialisti. Il profano
viene dissuaso dal cercare di scoprire cosa fa battere un orologio, trillare un
telefono o funzionare una macchina da scrivere elettrica, con l'avvertimento che
se ci provasse romperebbe tutto. Gli si può spiegare come funziona una radio a
transistor, ma che lo scopra da solo non è possibile. Questo tipo di design finisce
cosl per consolidare una società non inventiva nella quale diventa sempre più
facile per gli esperti nascondersi dietro la loro competenza e sottrarsi a ogni
valutazione.
L'ambiente
costruito dall’uomo è diventato imperscrutabile come lo è la natura per un
primitivo. Contemporaneamente tutti i materiali didattici sono diventati un
monopolio della scuola. Persino gli oggetti più semplici vengono confezionati a
caro prezzo dall'industria del sapere: sono divenuti strumenti specialistici per
gli educatori di professione, e si è gonfiato il loro costo forzandoli a
stimolare gli ambienti o gli insegnanti.
L’insegnante
è geloso del libro di testo, che definisce il suo ferro del mestiere. Lo
studente può arrivare a odiare il laboratorio perché lo associa
automaticamente al lavoro scolastico. Il preside giustifica il suo atteggiamento
protettivo nei confronti della biblioteca affermando di voler difendere un bene
pubblico da quanti vorrebbero servirsene per giocarci e non per imparare. In questa
situazione accade fin troppo spesso che lo studente adoperi la carta geografica,
il laboratorio, l'enciclopedia o il microscopio solo nelle rare occasioni in cui
vi è costretto dal programma scolastico. Persino i grandi classici diventano
argomenti di studio di un determinato corso invece di segnare una nuova svolta
nella vita di un individuo. La scuola sottrae le cose all'uso quotidiano
appiccicando ad esse l'etichetta di sussidi didattici.
La
descolarizzazione comporta un capovolgimento di queste due tendenze. Bisogna cioè
rendere accessibile l'ambiente fisico generale, e le risorse materiali per
l'apprendimento, ora ridotte a meri strumenti didattici, devono essere messe a
disposizione di tutti per un apprendimento autonomo. Usando le cose solo come
parti integranti di un programma di studi può anche essere peggio che limitarsi
a toglierle dall'ambiente generale: può infatti guastare l'atteggiamento degli
allievi.
Prendiamo
per esempio i giochi. Non intendo parlare dei “giochi” che in America
dipendono dal dipartimento d'educazione fisica (come il football e la
pallacanestro) e che servono alle scuole per raccogliere finanziamenti e
prestigio, dopo aver investito in essi delle somme cospicue. Come sanno
benissimo gli stessi atleti, queste attività, che assumono la forma di tornei
guerreschi, hanno praticamente distrutto l'aspetto giocoso degli sport e servono
soltanto a rafforzare il carattere competitivo delle scuole. Penso invece a quei
giochi didattici che possono costituire una maniera unica per cominciare a
comprendere i sistemi formali. Teoria degli insiemi, linguistica, logica
proposizionale, geometria, fisica e persino la chimica si rivelano con un minimo
sforzo ad alcune delle persone che fanno questi giochi. Un mio amico andò in un
mercato messicano con un gioco chiamato “Wff’n Proof”, che consiste in
alcuni dadi sui quali sono
impressi dodici simboli logici. Mostrò ai ragazzi che due o tre combinazioni
bastavano a formare una frase di senso compiuto, e nel giro di un'ora anche una
parte degli spettatori comprese induttivamente il principio. Dopo alcune ore
trascorse in questi giocosi esperimenti di logica formale, alcuni ragazzi erano
già in grado di far capire ad altri le prove fondamentali della logica
proposizionale. Il resto degli spettatori se n'era andato da un pezzo.
Di
fatto, per certi ragazzi questi giochi sono una forma particolare di istruzione
liberatoria, in quanto li rendono ancor più consapevoli del fatto che i sistemi
formali si fondano su assiomi mutabili e che la natura delle operazioni
concettuali è simile a quella del gioco. Inoltre sono giochi semplici, poco
costosi e, in gran parte, organizzabili dagli stessi giocatori. Usati fuori dei
programmi scolastici, danno anche la possibilità di riconoscere e sviluppare
certe capacità inconsuete dell'individuo, quelle stesse che, se scoperte dagli
psicologi della scuola, sono interpretate come segni d'una pericolosa tendenza
dell'individuo stesso a diventare un asociale, un malato o uno squilibrato.
Nell'ambito della scuola, invece, quando li si usa in forma di tornei, i giochi
non solo vengono sottratti alla sfera dello svago, ma diventano spesso strumenti
per trasformare la voglia di giocare in competizione, la riluttanza al
ragionamento astratto in un segno d'inferiorità. Un esercizio liberatorio per
certi tipi caratteriali diventa una camicia di forza per altri. Il fatto che
la scuola monopolizzi l'attrezzatura didattica ha anche un'altra conseguenza.
Aumenta enormemente il costo di questi materiali, in se a buon mercato.
Limitandone l’uso alle ore prescritte dai programmi, bisogna infatti pagare
dei professionisti perché li acquistino li custodiscano e li adoperino. Gli
studenti inoltre sfogano la loro rabbia contro la scuola su queste attrezzature
e diventa quindi necessario ricomprarle.
Parallela
all’intoccabilità degli strumenti didattici è l'impenetrabilità dei
congegni moderni. Mentre negli anni trenta ogni ragazzo che si rispettasse
sapeva riparare un'automobile, oggi l'industria automobilistica moltiplica le
sottigliezze e riserva la consultazione dei suoi manuali ai soli meccanici
specializzati. Una volta una vecchia radio conteneva bobine e condensatori
sufficienti a costruire un trasmettitore capace di far gracchiare per i disturbi
tutte le radio del vicinato; oggi le radio a transistor sono certamente più
maneggevoli, ma nessuno ha il coraggio di smontarle. Modificare questa
situazione nei paesi altamente industrializzati sarà estremamente difficile ma
almeno nel Terzo Mondo dobbiamo insistere sugli aspetti didattici intrinseci ai
prodotti.
Per
meglio chiarire il mie discorso, mi si permetta di fare un esempio. Con una
spesa di dieci milioni di dollari sarebbe possibile, in un paese come il Perù,
collegare tra loro 40.000 villaggi con una ragnatela di piste larghe due metri,
provvedere alla loro manutenzione e, inoltre, dotare il paese di 200.000
“muli” meccanici a tre ruote, cioè cinque in media per ogni villaggio. Oggi
sono pochi i paesi poveri di queste dimensioni che spendono annualmente una
somma inferiore in automobili e strade destinate le une e le altre all'uso
pressoché esclusivo dei ricchi e dei loro impiegati, mentre i poveri rimangono
bloccati nei villaggi. Ognuno di questi piccoli veicoli, semplici ma resistenti,
costerebbe 125 dollari, che per metà servirebbero a pagare la trasmissione e un
motore a sei cavalli. Un “mulo” potrebbe fare 25 chilometri l'ora e
trasportare carichi di quasi quattro quintali (vale a dire quasi tutto quello
che viene normalmente trasportato, tranne i tronchi d'albero e le travi
d'acciaio).
È
ovvio che un sistema di trasporti del genere avrebbe un enorme successo politico
tra i contadini. Ma è altrettanto ovvia la ragione per cui coloro che detengono
il potere - e perciò dispongono automaticamente di un' automobile - non hanno
alcuna voglia di spender quattrini per costruire piste e ingombrare le strade di
“muli” a motore. Un tipo di trasporto universale come questo potrebbe
funzionare solo se i dirigenti di un paese fossero disposti a stabilire un
limite nazionale di velocità diciamo di 40 chilometri orari e ad adattare a
questo
fatto le istituzioni pubbliche. Se lo si concepisse soltanto come un tappabuchi,
il modello non potrebbe funzionare.
Non
è questa la sede adatta per esaminare le possibilità di attuare questo modello
sul piano politico, sociale, economico, finanziario e tecnico. Voglio solo far
presente che, nella scelta di una alternativa al sistema di trasporti a forte
intensità di capitale, possono assumere importanza primaria le considerazioni
di carattere didattico. Aumentando il costo unitario dei “muli” del 20 per
cento circa, diventerebbe possibile progettare la produzione di tutte le parti
del veicolo in modo che ogni futuro proprietario, o quasi, possa passare un mese
o due a montare e capire la sua macchina e sia in grado di ripararla. Con questo
costò in più sarebbe anche possibile decentrare la produzione in stabilimenti
sparsi. I benefici aggiunti non deriverebbero soltanto dall'inclusione dei costi
didattici nel processo di fabbricazione: fatto ancora più importante, un motore
resistente, che tutti in pratica potrebbero imparare a riparare e che potrebbe
essere usato come aratro o pompa da chi avesSe capito bene come funziona,
fornirebbe profitti educativi ben
superiori a quelli delle imperscrutabili macchine dei paesi avanzati.
Non
sono diventati impenetrabili soltanto i congegni, ma anche i cosiddetti luoghi
pubblici della città moderna. Nella società americana i bambini sono esclusi
da quasi tutte le cose e i luoghi col pretesto che appartengono a privati. Ma
anche nelle società che hanno proclamato la fine della proprietà privata essi
sono tenuti lontani dagli stessi luoghi e dalle stesse cose, considerate qui
terreno riservato ai professionisti e pericoloso per i non iniziati. Da una
generazione in qua il parco di smistamento delle ferrovie è diventato
inaccessibile come la caserma dei pompieri; eppure non ci vorrebbe molto ingegno
per provvedere questi luoghi di dispositivi di sicurezza. La descolarizzazione
dei prodotti utili all'istruzione comporterà che prodotti e processi di
produzione siano resi accessibili, e che venga riconosciuto il loro valore
didattico. Certo per alcuni lavoratori sarà una seccatura il dover essere a
disposizione di chi vuole imparare; ma questo inconveniente va messo a confronto
con i vantaggi sul piano educativo.
A
Manhattan si potrebbe vietare la circolazione delle auto private. Cinque anni fa
sarebbe stato inconcepibile, ma oggi certe strade di New York sono già chiuse
al traffico in certe ore, e questa tendenza è destinata probabilmente ad
accentuarsi. In realtà si dovrebbero chiudere al traffico automobilistico quasi
tutte le strade trasversali e il parcheggio andrebbe proibito ovunque. In una
città veramente aperta alla gente, il materiale didattico, oggi chiuso a chiave
nei magazzini e nei laboratori, potrebbe essere distribuito a depositi gestiti
autonomamente e aperti sulla strada, e bambini e adulti potrebbero frequentarli
senza correre il rischio di finire sotto un'automobile.
Se
le finalità dell'insegnamento non fossero più determinate dalle scuole e dagli
insegnanti, il mercato sarebbe per i discenti molto più vario e la definizione
di “materiali didattici” diverrebbe meno restrittiva. Potrebbero aprirsi
negozi di utensili, biblioteche, laboratori e sale da gioco. I laboratori
fotografici e le stamperie in offset permetterebbero una fioritura di giornali
di quartiere. Alcuni centri d'apprendimento aperti sulla strada potrebbero
comprendere cabine per assistere a trasmissioni televisive a circuito chiuso,
altri specializzarsi nell'utilizzazione e nella riparazione delle macchine per
uffici. Ci sarebbero dappertutto jukebox e giradischi, alcuni specializzati in
musica classica, altri in motivi folcloristici di tutti i paesi, altri nel jazz.
I circoli del cinema sarebbero in concorrenza tra loro e con la televisione
commerciale. Dai musei potrebbero ramificarsi delle reti per la circolazione
delle opere d'arte, antiche e moderne, in originale o in riproduzione,
eventualmente sotto la gestione dei vari musei maggiori.
I
professionisti di cui tutta questa rete avrebbe bisogno assomiglierebbero, più
che agli insegnanti attuali, a custodi, guide di museo o a bibliotecari. Dal
negozio di biologia all'angolo, potrebbero segnalare ai loro clienti la
collezione di conchiglie esistente al museo o la prossima presentazione di
videonastri d'argomento biologico in una particolare cabina. Potrebbero fornire
guide per la lotta contro i parassiti, per il regime alimentare e per altre
forme di medicina preventiva. Potrebbero indirizzare chi avesse bisogno di un
consiglio ad “anziani” in grado di darglielo.
Per
finanziare una rete di “oggetti per l'apprendimento” si possono prendere due
strade diverse. O una comunità stabilisce a questo scopo uno stanziamento
massimo e fa in modo che tutti i punti della rete siano aperti, con orari
ragionevoli, a tutti i visitatori; oppure decide di fornire ai cittadini un
numero limitato di autorizzazioni, a seconda delle età, per l'accesso a certi
materiali particolarmente rari e costosi, lasciando invece a disposizione di
tutti altri materiali più semplici.
Ma
il reperimento dei fondi per i materiali appositamente destinati all'istruzione
è solo un aspetto - e forse anche il meno costoso - dell'edificazione di un
mondo didattico. Il denaro che viene oggi speso per il sacro armamentario del
rituale scolastico potrebbe assicurare a tutti i cittadini un più libero
accesso alla vera vita della città. Si potrebbero inoltre concedere particolari
agevolazioni fiscali a chi impiegasse per un paio d'ore al giorno ragazzi tra
gli otto e i quattordici anni, purché beninteso le condizioni di lavoro fossero
umane. Dovremmo tornare alla tradizione del bar mitzvah o della cresima.
Voglio dire che dovremmo prima ridurre e quindi eliminare lo stato di soggezione
giuridica dei giovani e permettere a un ragazzo di dodici anni di diventare un
cittadino pienamente responsabile della sua partecipazione alla vita della
comunità. Molte persone di “età scolare” sanno del loro rione assai più
degli assistenti sociali o dei consiglieri di quartiere. Naturalmente, fanno
anche domande più imbarazzanti e propongono soluzioni che costituiscono una
minaccia per la burocrazia. Bisognerebbe dunque considerarli maggiorenni, per
dar loro la possibilità di mettere al servizio di un governo popolare le
proprie conoscenze e la propria capacità di scoprire i fatti.
Fino
a poco tempo fa era facile sottovalutare i pericoli della scuola confrontandoli
con quelli dell'apprendistato nelle forze di polizia, nel corpo dei vigili del
fuoco o nell'industria dello spettacolo. Era facile giustificare le scuole, se
non altro come mezzo per proteggere i giovani. Ma oggi, spesso, questo argomento
non regge più. Sono stato di recente in una chiesa metodista di Harlem,
occupata da un gruppo di Young Lords[2]
in segno di protesta per la morte di Julio Rodan, un giovane portoricano che,
incarcerato, era stato trovato impiccato nella sua cella. Conoscevo i capi di
questo gruppo perché avevano trascorso un semestre a Cuernavaca. E quando
chiesi come mai non c'era con loro anche un certo Juan, mi dissero che era
“tornato all'eroina e all'università”. Per sbloccare il potenziale
didattico contenuto negli enormi investimenti della nostra società in fabbriche
e attrezzature, ci si può servire di una pianificazione, di incentivi e di
un'apposita legislazione. Ma il pieno accesso agli oggetti didattici resterà
lettera morta fin quando le aziende potranno associare alle garanzie giuridiche
che la Costituzione assicura a ogni privato cittadino il potere economico
conferito loro da milioni di clienti e da migliaia di impiegati, azionisti e
fornitori. Gran parte delle conoscenze tecniche del mondo e quasi tutti i
processi produttivi sono chiusi entro le loro mura e restano inaccessibili sia a
clienti, impiegati e azionisti, sia alla collettività in genere che pure, con
le sue leggi e le sue agevolazioni, permette alle aziende di funzionare. Le
somme che oggi nei paesi capitalistici si destinano alla pubblicità potrebbero
essere indirizzate verso l'istruzione all'interno e da parte di una General
Electric, di una NBC o della birra Budweiser. Vale a dire, gli stabilimenti e
gli uffici dovrebbero essere riorganizzati così che le loro attività
quotidiane divenissero più accessibili al pubblico, con modalità che
rendessero possibile l'apprendimento; e si potrebbe anche trovare la maniera di
pagare alle aziende ciò che la gente ne apprenderebbe.
Un
ancor più prezioso complesso di oggetti e di dati scientifici può essere
negato al pubblico - e persino allo scienziato qualificato - con il pretesto
della sicurezza nazionale. Sino a tempi recenti la scienza era l'unico luogo
d’incontro che pareva realizzare, nel suo funzionamento effettivo, i sogni
degli anarchici: ogni persona capace di fare una ricerca aveva sostanzialmente
le stesse possibilità di accedere agli strumenti necessari e di farsi ascoltare
dalla comunità dei suoi pari. Oggi invece la burocratizzazione e
l'organizzazione hanno escluso gran parte della scienza dalla portata del non
addetto ai lavori. Quella che era una rete internazionale d'informazioni
scientifiche si è frantumata trasformandosi in un'arena in cui combattono
gruppi in concorrenza. I membri e i prodotti della comunità scientifica sono
stati rinserrati in programmi nazionali o aziendali tesi a raggiungere risultati
pratici, con un radicale impoverimento degli uomini che tengono in piedi le
relative nazioni e aziende. In un mondo controllato e posseduto da stati e
grandi aziende, non sarà mai possibile che un accesso limitato agli oggetti
didattici. Ma un maggiore accesso a quegli oggetti al cui uso si può
partecipare per fini didattici potrebbe illuminarci abbastanza per aiutarci ad
abbattere queste estreme barriere politiche. Le scuole pubbliche trasferiscono
la gestione dell’uso didattico degli oggetti dalle mani dei privati a quelle
del professionista. L’inversione istituzionale delle scuole potrebbe
permettere all'individuo di rivendicare il diritto di servirsene per la propria
istruzione. Se si portasse al punto di estinzione il controllo privato o
corporativo sull'aspetto didattico delle “cose”, potrebbe cominciare a
emergere una forma di proprietà veramente pubblica.
Centrali
delle capacità
Un
insegnante di chitarra, a differenza di una chitarra, non può essere conservato
in un museo, ne diventare proprietà pubblica, ne essere preso in affitto da una
bottega di materiali didattici. Gli istruttori professionali appartengono
insomma a una categoria diversa da quella degli oggetti necessari per acquisire
una certa capacità. Ciò non significa che siano sempre indispensabili. lo
posso per esempio noleggiare non solo una chitarra, ma anche lezioni di chitarra
registrate su nastro e manuali illustrati degli accordi, e con queste cose sono
in grado di imparare a suonare da solo. Anzi, questa soluzione può presentare
dei vantaggi, se i nastri a disposizione sono migliori dei maestri reperibili,
se ho tempo per imparare a suonare soltanto la sera tardi se i motivi che,
vorrei saper eseguire non sono noti nel mio paese o se sono timido e preferisco
maneggiare lo strumento senza testimoni.
Gli
insegnanti professionali devono essere catalogati e contattati attraverso un
canale differente da quello usato per gli oggetti. Un oggetto è - o potrebbe
essere disponibile a richiesta di chi vuol servirsene, mentre una persona
diventa realmente un mezzo di apprendimento solo quando acconsente ad esserlo, e
può inoltre fissare e limitare a suo piacere gli orari, i luoghi e i metodi.
Bisogna poi distinguerli dai coetanei dai quali si vorrebbe imparare. I coetanei
che vogliono fare una ricerca insieme devono partire da interessi e capacità
comuni: si riuniscono per praticare o migliorare una capacità che già
posseggono, come giocare a pallacanestro, ballare, costruire un campeggio
o discutere sulle prossime elezioni. Viceversa la prima trasmissione di una
capacità professionale comporta
il mettere assieme uno che ce l’ha già e uno che non ce l'ha e vuole
acquisirla.
Un
“dimostratore” è una persona che possiede una capacità ed è disposto a
mostrare come la si esercita. Questa dimostrazione è spesso necessaria al
discente potenziale. Le invenzioni moderne ci permettono di registrarla su un
nastro, in un film o in un grafico e tuttavia è sperabile che continuino ad
essere ampiamente richieste le dimostrazioni personali, specie per le capacità
che concernono le comunicazioni. Nel nostro centro di Cuernavaca hanno già
imparato lo spagnolo quasi diecimila adulti, in massima parte persone fortemente
motivate, che volevano impadronirsi di una seconda lingua per parlarla con la
massima disinvoltura possibile. Ora, quando hanno dovuto scegliere tra corsi
minuziosamente programmati in laboratorio e una rigida routine di esercitazioni
pratiche con altri due studenti e una persona di lingua spagnola, la grande
maggioranza ha preferito la seconda soluzione.
Per
moltissime tecniche largamente diffuse, la persona che ne dà una dimostrazione
è la sola risorsa umana che ci occorra o che sia possibile trovare. Quando si
tratta di parlare o di guidare, di far da mangiare o di servirsi dei mezzi di
comunicazione, ci rendiamo appena conto di essere passati per una fase
d'istruzione e d'apprendi mento formali, specie dopo le nostre prime esperienze
in queste attività. Non vedo perché non si potrebbero imparare nello stesso
modo tecniche più complesse, come gli aspetti meccanici della chirurgia e del
violino, della lettura o l'uso di guide e cataloghi.
Uno
studente che sia fermamente intenzionato a imparare e che non debba sormontare
particolari ostacoli ha spesso bisogno, come unica assistenza umana, solo di una
persona che possa mostrare a richiesta come si fa ciò che egli vuole
apprendere. L’esigere dalle persone competenti il possesso di un diploma di
pedagoghi prima che possano dare dimostrazione delle proprie capacità è frutto
della pretesa o che la gente impari ciò che non desidera sapere o che tutti -
compreso chi si trova in particolari situazioni di svantaggio - imparino certe
cose in un determinato momento della loro vita, e preferibilmente in circostanze
prefissate.
L'attuale
scarsità di specialisti professionali nel mercato dell'istruzione è dovuta
all'esigenza, da parte dell'istituzione, di impedire a chi sa dar dimostrazione
di determinate tecniche di farlo, qualora non abbia ottenuto un attestato di
fiducia pubblica mediante un diploma. Per noi è necessario che chi aiuta gli
altri ad acquisire una capacità sia anche in grado di diagnosticare le
difficoltà d'apprendimento e sappia ispirare negli altri il desiderio
d'impadronirsi della loro capacità. Vogliamo insomma che sia un pedagogo. Una
volta che avremo imparato a riconoscerle fuori della categoria degli insegnanti
patentati, ci accorgeremo che"le persone in grado di fornire un'istruzione
professionale sono numerose. Quando si tratta di insegnare a un principe è
comprensibile, anche se non più sostenibile, che i genitori pretendano che
l'insegnante e la persona tecnicamente preparata si associno in uno stesso
individuo. Ma se tutti i genitori aspirassero ad avere un Aristotele per il loro
Alessandro, finirebbero ovviamente delusi. Gli individui capaci di ispirare i
propri allievi e di dare dimostrazione di una tecnica sono così rari, e così
difficili da riconoscere, che il più delle volte persino ai principi capita un
sofista anziché un vero filosofo.
Anche
una richiesta di capacità poco comuni può essere rapidamente soddisfatta,
persino quando è scarso n numero delle persone in grado di darne dimostrazione;
bisogna però che queste persone
siano reperibili con facilità. Negli anni quaranta i riparatori di radio, che
in genere non avevano imparato a scuola il loro mestiere, erano in ritardo solo
di due anni rispetto alla penetrazione degli apparecchi radio all'interno
dell'America latina. E prosperarono fin quando le radio a transistor, che
costano poco ma non sono riparabili, non li costrinsero a chiuder bottega. Oggi
le scuole tecniche non riescono a realizzare ciò che quei ripara tori di
apparecchi altrettanto utili e più duraturi sapevano fare senza difficoltà. Il
fatto è che oggi una convergenza di interessi egoistici cospira per impedire a
un uomo di far partecipi gli altri delle sue capacità. Chi ne è padrone trae
profitto dalla scarsa diffusione della sua specialità e non dalla sua
propagazione. L’insegnante che si specializza nel trasmettere una tecnica trae
profitto dalla riluttanza dell'artigiano a lanciare in campo i propri
apprendisti. Il pubblico è condizionato a credere che le capacità sono valide
e degne di fiducia solo quando rappresentano il punto d'arrivo di un
insegnamento formale. In quanto al mercato del lavoro, esso riposa sul fatto che
le capacità siano poco diffuse e che vengano mantenute tali o vietandone l'uso
e la trasmissione non autorizzati o fabbricando oggetti che possono essere fatti
funzionare e riparati soltanto da chi ha accesso a utensili o informazioni
disponibili in quantità minima.
Le
scuole producono dunque una scarsità di personale qualificato. Un buon esempio
è dato, negli Stati Uniti, dal numero sempre più esiguo delle infermiere,
dovuto al rapido imporsi dei corsi quadriennali per il conseguimento di questo
diploma. Le ragazze di famiglia povera, che una volta erano disposte a seguire
corsi di due o tre anni, evitano ora completamente questa professione.
Il
volere assolutamente degli insegnanti abilitati è un altro modo per garantire
una scarsità di personale specializzato. Se si incoraggiassero le infermiere a
formarne delle altre e se le si assumesse in base alla loro dimostrata capacità
di fare un'iniezione, di compilare una cartella clinica e di somministrare una
medicina, ben presto non ci sarebbe più deficienza di infermiere preparate.
Oggi la richiesta di un diploma tende a limitare la libertà d'istruzione,
trasformando il diritto di far partecipi gli altri delle proprie conoscenze, che
è un diritto di tutti, nel privilegio della libertà accademica, oggi conferito
soltanto ai dipendenti delle scuole. Per assicurare l'accesso a un effettivo
scambio di capacità, abbiamo bisogno di leggi che estendano a tutti la libertà
accademica. Il diritto di insegnare una tecnica dovrebbe essere protetto come
parte integrante della libertà di parola. E una volta eliminate le restrizioni
sull’insegnamento, spariranno in fretta anche quelle sull'apprendimento. Per
offrire i suoi servizi a un allievo l'istruttore professionale ha bisogno di
qualche incentivo. Ci sono almeno due metodi, entrambi semplicissimi, per
incominciare a incanalare il denaro pubblico verso gli istruttori non diplomati.
Il primo potrebbe essere l'istituzionalizzazione degli scambi di capacità con
la creazione di liberi centri di preparazione tecnica aperti a tutti. Questi
centri potrebbero e dovrebbero sorgere nelle zone industrializzate, soprattutto
per quelle capacità che sono assolutamente necessarie a chi intenda avviarsi in
certi settori: per esempio leggere, scrivere a macchina, tenere la contabilità,
conoscere le lingue estere, programmare un computer ed elaborare i dati,
comprendere linguaggi speciali come quello dei circuiti elettrici, saper
maneggiare certi macchinari, ecc. Un'altra soluzione potrebbe essere quella di
dare a certi gruppi della popolazione
assegni di studio da spendere per la frequenza dei centri di preparazione
tecnica, che per altri clienti sarebbero invece a pagamento, secondo tariffe
commerciali. Un sistema molto più radicale sarebbe quello di creare una
“banca” per gli scambi di capacità. Ogni cittadino otterrebbe una certa
apertura di credito per l'acquisizione delle capacità fondamentali. Al di sopra
di questo minimo, si aprirebbero crediti ulteriori a chi se li guadagnasse
insegnando, sia nei centri organizzati sia in privato, a casa propria o in un
campo di gioco. Solo chi avesse insegnato agli altri per una quantità di tempo
equivalente avrebbe diritto al tempo di insegnanti più avanzati. Nascerebbe così
un'elite completamente nuova, composta di individui che si sono guadagnati la
loro istruzione facendone partecipi gli altri.
Dovrebbe
essere consentito ai genitori di guadagnare crediti di questo tipo per i propri
figli? Una simile possibilità darebbe un ulteriore vantaggio alle classi
privilegiate; ma si potrebbe neutralizzarlo concedendo crediti maggiori a chi di
privilegi non gode.
Per
funzionare, uno scambio di capacità dovrebbe far capo a degli organismi aventi
il compito di facilitare la raccolta di informazioni in appositi repertori e di
assicurarne l'uso libero e gratuito. Un organismo del genere potrebbe anche
prevedere servizi di controllo e di certificazione e contribuire
all'applicazione delle leggi necessarie per sventare e prevenire le pratiche
monopolistiche.
Fondamentalmente,
la libertà di uno scambio universale di capacità deve essere garantita da
leggi che consentano di discriminare unicamente sulla base delle capacità
dimostrate e non in base a un pedigree scolastico. Una tale garanzia comporta
inevitabilmente il controllo pubblico delle eventuali prove richieste per
qualificare una persona nel mercato del lavoro: altrimenti sarebbe possibile
reintrodurre furtivamente negli stessi luoghi di lavoro complessi sbarramenti di
test, che favorirebbero una selezione di carattere sociale. Si potrebbe far
molto per rendere obiettive le prove di capacità, per esempio consentendo
soltanto quelle fatte su macchine e sistemi specifici; le prove di dattilografia
(valutabili secondo la velocità, il numero di sbagli e la capacità o meno del
candidato a scrivere sotto dettatura), quelle di padronanza d'un sistema di
contabilità o dell'uso di una gru idraulica, di guida, di codificazione in
Cobol, ecc. possono esser rese oggettive con estrema facilità.
Di
fatto, molte delle capacità che hanno un'importanza pratica sono saggiabili in
questa maniera. E per gli scopi di un direttore del personale il saggio
dell'effettiva capacità posseduta al momento è molto più utile
dell'informazione che il candidato, vent'anni prima, ha soddisfatto il suo
insegnante al termine di un corso di studi che comprendeva stenografia,
dattilografia e contabilità. Si può naturalmente contestare la necessità
stessa delle prove ufficiali; io personalmente credo che una garanzia contro il
rischio di offendere indebitamente la reputazione di un uomo appiccicandole
un'etichetta sia assicurata meglio da una limitazione che da un divieto di
queste prove.
Assortimento
degli eguali
Nel
peggiore dei casi, le scuole radunano dei compagni di corso in una stessa aula e
li assoggettano a un’identica successione di dosi di matematica, educazione
civica e ortografia. Nel migliore, permettono a ogni studente di scegliersi un
piano di studi entro un campionario
limitato. In ogni caso, comunque, si formano gruppi di eguali intorno agli
obiettivi fissati dagli insegnanti. Un sistema didattico auspicabile dovrebbe
invece lasciare che sia ciascun individuo a specificare l'attività per la quale
cerca un partner.
La
scuola indubbiamente offre ai bambini una possibilità di evadere da casa e di
farsi nuovi amici. Ma, contemporaneamente, questo processo inculca in loro
l'idea che debbano scegliersi gli amici tra coloro con i quali sono stati messi.
Se invece si fornissero ai giovani, sin dalla più tenera età, stimoli a
incontrare, valutare e cercare altra gente, si farebbe maturare in loro un
interesse, destinato a prolungarsi tutta la vita, alla ricerca di nuovi
collaboratori per iniziative nuove.
Un
buon giocatore di scacchi è sempre lieto quando trova un avversario alla sua
altezza, e un principiante quando può incontrarne un altro. È per questo che
ci sono i circoli. Anche quelli che vogliono discutere su un libro o su un
articolo particolare pagherebbero probabilmente qualcosa per avere degli
interlocutori. E così chi vuoI giocare, fare un'escursione, costruire una vasca
per pesci o applicare un motore a una bicicletta sarebbe pronto a darsi
parecchio da fare per reperire persone con gli stessi interessi. Trovare questi
eguali è il premio dei suoi sforzi. Le buone scuole cercano di far emergere gli
interessi comuni degli studenti iscritti a uno stesso corso. Il contrario della
scuola sarebbe un'istituzione che aumentasse le possibilità d'incontro tra le
persone che in un determinato momento hanno un interesse specifico in comune,
senza preoccuparsi che abbiano in comune anche dell'altro.
L'istruzione
professionale, a differenza dell'assortimento degli eguali, non assicura gli
stessi vantaggi a entrambe le parti. Ho già fatto notare che all'istruttore
professionale bisogna di solito offrire qualche incentivo oltre alle
soddisfazioni dell'insegnamento. Il suo lavoro consiste infatti nella continua
ripetizione di certi esercizi che sono tanto più aridi quanto più un allievo
ne ha bisogno. Perché possa aversi uno scambio di capacità occorrono dunque
denaro, crediti o altri incentivi tangibili, anche quando lo scambio in se
dovesse produrre una propria moneta. Un sistema di assortimento degli eguali non
richiede invece simili incentivi, ma soltanto una rete di comunicazione.
I
nastri, i sistemi di reperimento meccanico, l'istruzione programmata e la
riproduzione di forme e suoni tendono a ridurre per molte tecniche la necessità
di ricorrere a insegnanti in carne e ossa; questi sistemi aumentano l'efficienza
degli insegnanti e il numero delle capacità che una persona può acquisire
durante la sua vita. Parallelamente, si sviluppa il bisogno di incontrare
persone con cui godersi le soddisfazioni della nuova capacità appena acquisita.
Una studentessa che alla vigilia delle vacanze ha preso lingua greca, sarebbe
felice al ritorno di discutere in greco sulla politica di Creta. Un messicano
che vive a New York vorrebbe trovare altri lettori del giornale “Siempre”, o
di “Los Agachados” che è il fumetto più popolare. Un altro invece amerebbe
incontrare persone come lui desiderose di approfondire l'opera di James Baldwin
o di Bolìvar.
Il
funzionamento di una rete per l'assortimento degli eguali sarebbe semplice.
L’utente dovrebbe fornire nome e indirizzo e descrivere l'attività per la
quale cerca un partner. Un computer gli farebbe pervenire i nomi e gli indirizzi
di tutti coloro che hanno presentato la stessa richiesta. È stupefacente che un
servizio così elementare non sia mai stato usato su vasta scala per attività
d'interesse pubblico.
Nella
forma più rudimentale, le comunicazioni tra cliente e computer potrebbero
avvenire a giro di posta. Nelle grandi città, dei terminali di telescriventi
potrebbero fornire risposte immediate. L’unico modo per ottenere dal computer
un nome e indirizzo sarebbe quello di indicare l'attività per la quale si cerca
un partner. Le persone che si servissero del sistema sarebbero quindi note
soltanto ai loro partner potenziali.
Un
complemento del computer potrebbero essere una rete di albi murali e inserzioni
sui quotidiani, segnalanti le attività per le quali il computer non fosse in
grado di fornire un partner. Non ci sarebbe bisogno di dare il nome; i lettori
interessati introdurrebbero allora il proprio nel sistema. Una rete di questo
tipo, sovvenzionata con fondi pubblici, potrebbe essere il solo modo per dare
concretezza alla libertà di riunione e per educare la gente all'esercizio di
questa attività civica assolutamente fondamentale.
Il
diritto alla libertà di riunione è da tempo riconosciuto sul piano politico e
accettato sul piano culturale. Ma dobbiamo renderci conto che esso è limitato
dalle leggi che rendono obbligatorie certe forme di riunione. È il caso,
soprattutto, delle istituzioni che arruolano forzosamente in base all'età, alla
classe o al sesso, e che assorbono grandi quantità di tempo. Un esempio è
l'esercito. Un altro, ancor più scandaloso, la scuola. Descolarizzare significa
abolire il potere di una persona di costringere un'altra a partecipare a una
riunione. Significa anche riconoscere che ogni individuo, di qualunque età e
sesso, ha il diritto di indire una riunione. Questo diritto è stato
drasticamente limitato dalla istituzionalizzazione delle riunioni. In origine meeting
l'equivalente inglese di “riunione” - indicava la conseguenza dell'atto
individuale di incontrarsi con altri; oggi designa il prodotto istituzionale di
una qualche organizzazione.
La
capacità delle istituzioni-servizi di acquisire clienti ha superato di gran
lunga la possibilità per gli individui di farsi sentire indipendentemente dai media
istituzionali, i quali danno retta agli individui solo quando costituiscono
una notizia vendibile. La rete per l'assorti mento degli eguali dovrebbe essere
a disposizione di quanti vogliano radunare gente con la stessa facilità con cui
un tempo la campana del villaggio convocava in assemblea la popolazione. Gli
edifici scolastici - che sembra difficile convertire ad altri usi - potrebbero
spesso servire a questo.
Può
darsi infatti che tra non molto il sistema scolastico si trovi a dover
affrontare un problema che si è, già posto alle chiese: che fare dello spazio
superfluo rimasto vuoto per la defezione dei fedeli? Le scuole, come i templi,
sono difficili da vendere. Un modo per far si che continuino a essere utilizzate
sarebbe cedere lo spazio agli abitanti del quartiere. Ognuno potrebbe dichiarare
ciò che intende fare in un'aula e quando, e un albo murale porterebbe a
conoscenza degli interessati i programmi disponibili. L’accesso alle
“classi” sarebbe gratuito, o pagabile con buoni-studio. Si potrebbe anche
pagare l'“insegnante” in base al numero di allievi che sapesse attrarre per
ogni periodo di due ore intere. Immagino che le figure preminenti di questo
sistema sarebbero i giovani leader e i grandi educatori. Allo stesso metodo si
potrebbe ricorrere anche per l'istruzione superiore, assegnando agli studenti
dei buoni-studio, che dessero loro il diritto di consultare privatamente
l'insegnante di loro scelta per dieci ore all'anno, mentre per il resto dei loro
studi essi dipenderebbero dalla biblioteca, dalla rete per l'assortimento degli
eguali e dall'apprendimento pratico.
Dobbiamo
ovviamente ammettere la possibilità che di questi mezzi pubblici per favorire
incontri si abusi a fini di sfruttamento o immorali, così come è accaduto col
telefono e le poste. Anch'essi dunque, come quelle reti, hanno bisogno di
qualche salvaguardia. Ho proposto altrove 1 un sistema d'incontri che consenta
solo l'uso di informazioni pertinenti scritte, più il nome e l'indirizzo del
richiedente. Un sistema del genere dovrebbe virtualmente garantire dagli abusi
anche il più ingenuo. Altri accorgimenti potrebbero permettere di aggiungere
indicazioni di libri, film, programmi televisivi o altri temi tratti da un
particolare catalogo. Ma le preoccupazioni sui rischi del sistema non dovrebbero
farci perdere di vista i suoi ben più grandi vantaggi. Alcuni che condividono
il mio interesse per la libertà di parola e di riunione obietteranno che
l'assortimento degli eguali è un mezzo artificiale per mettere assieme delle
persone e non verrebbe mai usato dai poveri, cioè da quelli che ne hanno più
bisogno. C'è chi si turba sinceramente dinanzi alla proposta di facilitare
incontri ad hoc che non affondino le loro radici nella vita di una
comunità locale. E c'è chi si ribella alla proposta di usare un computer per
classificare e assortire gli interessi indicati dagli utenti. Non è possibile,
dicono, mettere assieme della gente in un modo così impersonale. Un'indagine
comune deve essere radicata in una storia di esperienze condivise a molti
livelli e deve sgorgare da queste esperienze: per esempio, dallo sviluppo delle
istituzioni di quartiere.
Capisco
queste obiezioni, ma credo che non colgano il punto fondamentale del mio
discorso, oltre che del loro. In primo luogo, il ritorno alla vita di quartiere
come centro primario dell'espressione creativa potrebbe di fatto ostacolare la
restaurazione dei quartieri come unità politiche. Concentrando le richieste sul
quartiere si potrebbe infatti trascurare un importante aspetto liberatorio della
vita urbana: la possibilità per una persona di partecipare simultaneamente a
diversi gruppi di eguali. Inoltre, ed è molto importante, individui che non
hanno mai vissuto assieme in una comunità fisica possono in certi casi aver
molte più esperienze da mettere in comune che non gente che si frequenta sin
dall'infanzia. Le grandi religioni hanno sempre riconosciuto l'importanza di
questi incontri in terre lontane, e per mezzo di essi i fedeli hanno sempre
trovato la libertà: i pellegrinaggi, il monachesimo, lo scambio di aiuti fra i
templi e i santuari riflettono appunto questa consapevolezza. L’assortimento
degli eguali potrebbe contribuire in misura significante a rendere esplicite le
molte comunità potenziali ma represse della città.
Certo
le comunità locali sono preziose, ma sono anche una realtà che va scomparendo
man mano che gli uomini lasciano alle istituzioni-servizi il compito di definire
i loro giri di rapporti sociali. Milton Kotler in un libro recente[3]
ha dimostrato che l'imperialismo del “centro città” svuota il quartiere
della sua importanza politica. Il tentativo protezionistico di far risorgere il
quartiere come unità culturale non fa che rafforzare questo imperialismo
burocratico. Lungi dal sottrarre artificialmente gli uomini ai loro contesti
locali per inserirli in raggruppamenti astratti, l'assortimento degli eguali
dovrebbe favorire la restaurazione di una vita locale nelle città dove ora essa
sta scomparendo. Un uomo che ritrova l'iniziativa per invitare i suoi simili a
conversazioni significanti può benissimo smettere di accettare d'essere
separato da loro a causa del protocollo d'ufficio o dell'etichetta dei quartieri
residenziali. Una volta constatato che per far qualcosa assieme basta decidere
di volerlo fare, può anche accadere che la gente chieda una maggiore apertura
delle proprie comunità locali a uno scambio politico creativo.
Dobbiamo
riconoscere che la vita urbana tende a diventare immensamente costosa, nella
misura in cui gli abitanti delle città devono imparare a contare per la
soddisfazione di ogni loro bisogno su complessi servizi istituzionali. Mantenere
tutto questo a un livello sia pur minimo di sopportabilità è estremamente
dispendioso. L' assortimento degli eguali potrebbe essere un primo passo per
porre fine alla dipendenza dei cittadini dai servizi civici burocratici.
Sarebbe
anche un passo importante verso la scoperta di nuovi criteri sui quali basare la
pubblica fiducia. In una società scolarizzata, nel decidere di chi possiamo o
non possiamo fidarci, siamo arrivati a dare sempre più credito al giudizio
professionale degli educa tori sui risultati della propria opera: andiamo cioè
dal medico, dall'avvocato o dallo psicologo perché crediamo che chiunque abbia
ricevuto la dose richiesta di trattamento didattico specializzato da altri
colleghi meriti la nostra fiducia.
In
una società descolarizzata, i professionisti non potrebbero più pretendere la
fiducia dei loro clienti in base alloro pedigree scolastico, o proteggere il
loro prestigio facendo semplicemente il nome di altri professionisti che hanno
approvato i loro studi. Anziché riporre fiducia nei professionisti, un cliente
potenziale dovrebbe in qualunque momento poter consultare altre persone che si
sono già servite di un determinato professionista e chiedere loro se ne sono
rimaste soddisfatte, mediante un'altra rete per incontri tra eguali facilmente
realizzabile con un computer o con vari altri mezzi. Queste reti potrebbero
essere concepite come dei servizi pubblici, destinati a permettere agli studenti
di scegliersi i loro insegnanti e ai pazienti di scegliersi i propri guaritori.
Educatori
professionisti
Man
mano che i cittadini avranno nuove possibilità di scelta e nuove occasioni per
imparare, dovrebbe aumentare il loro desiderio di cercarsi qualcuno che li
guidi. C'è da ritenere che sentiranno sempre più profondamente sia la gioia
della propria indipendenza sia la necessità di una guida. Liberati dalle altrui
manipolazioni, dovrebbero imparare a trarre profitto dal sapere che gli altri
hanno acquisito in tutta una vita. Un'istruzione descolarizzata dovrebbe non
soffocare, ma intensificare la ricerca di uomini provvisti di sapienza pratica e
disposti ad aiutare il novizio nella sua avventura educativa. Quando i docenti
delle varie discipline non pretenderanno più di essere degli informatori o
modelli di rango superiore, la loro pretesa di possedere una sapienza superiore
comincerà ad apparire autentica. Aumentando la richiesta di maestri, dovrebbe
aumentare anche l'offerta. Con la scomparsa del professore di scuola si avrà
una situazione che dovrebbe favorire la,
vocazione
dell'educatore indipendente. Questa può sembrare una contraddizione in termini
tanto i concetti di scuola e di insegnante sono divenuti complementari; eppure
è esattamente a questo risultato che tenderebbe lo sviluppo dei primi tre tipi
di scambi didattici - e ciò che la loro piena utilizzazione richiederebbe -
perché i genitori e gli altri “educatori naturali” hanno bisogno di una
guida, i discenti hanno bisogno di assistenza e le reti hanno bisogno di gente
che le faccia funzionare. Ai genitori occorre una guida per poter indirizzare i
propri figli sul cammino che conduce a un apprendimento indipendente e
responsabile; ai discenti occorre una direzione esperta quando incontrano un
terreno accidentato. Sono due bisogni ben distinti: il primo è un bisogno di
pedagogia, il secondo di una direzione intellettuale in tutti gli altri campi
del sapere. Il primo esige una conoscenza dell'apprendimento umano e delle
risorse didattiche, il secondo una sapienza basata sull'esperienza d'ogni tipo
di ricerca. Entrambe queste esperienze sono indispensabili per uno sforzo
educativo efficace. La scuola mescola le due funzioni in un unico ruolo, col
risultato di rendere sospetto, se non addirittura indecoroso, l'esercizio
indipendente di una sola di esse.
In
pratica, bisognerebbe distinguere tre tipi di competenze didattiche: quella di
creare e far funzionare le centrali o reti educative presentate in queste
pagine; quella di guidare studenti e genitori all'uso delle reti; e quella di
agire come primus inter pares nell'affrontare ardui viaggi di
esplorazione intellettuale. Soltanto le prime due possono essere concepite come
rami di una professione indipendente: i funzionari didattici e i consulenti
pedagogici. Per progettare e far funzionare le reti che ho descritto non
occorrerebbe molta gente, ma ci vorrebbero persone capaci di capire a fondo i
problemi didattici e amministrativi, in una prospettiva molto diversa e anzi
addirittura opposta a quella delle scuole.
Una
categoria professionale di educatori indipendenti di questo tipo, mentre
accoglierebbe molte persone che le scuole escludono, ne escluderebbe molte che
le scuole invece abilitano. La costituzione e il funzionamento delle reti
didattiche richiederebbero sì progettisti e gestori, ma non nella quantità e
del tipo di cui ha bisogno oggi l'amministrazione scolastica. Nelle reti da me
descritte, infatti, il mantenimento della disciplina studentesca, le relazioni
pubbliche, l'assunzione, il controllo e il licenziamento degli insegnanti non
troverebbero posto ne avrebbero un equivalente. Così pure la preparazione dei
programmi dei corsi, la scelta dei libri di testo, la manutenzione dei terreni e
delle attrezzature o la supervisione delle gare sportive tra le varie scuole. E
nemmeno la custodia dei ragazzi, la preparazione delle lezioni e la compilazione
dei registri, attività che oggi occupano tanta parte del tempo degli
insegnanti, figurerebbero tra i compiti degli addetti alle reti didattiche.
Invece la gestione delle trame dell'apprendimento richiederebbe alcune capacità
e doti che oggi si richiedono al personale di un museo, di una biblioteca, di
un'agenzia di collocamento, o al maitre d'hotel.
Oggi
ai funzionari scolastici tocca sorvegliare insegnanti e studenti per dare
soddisfazione ad altra gente: consiglieri d'amministrazione, parlamentari,
dirigenti di grandi aziende. I creatori
e i gestori delle reti dovrebbero invece dar prova del proprio ingegno
sottraendo se stessi, e gli altri, al controllo di terzi e facilitando gli
incontri tra studenti, dimostratori, consulenti e oggetti didattici. Molte
persone che oggi si sentono attratte dall'insegnamento sono profondamente
autoritarie e non potrebbero mai assumersi questo compito: creare delle centrali
d'istruzione significa infatti facilitare alla gente, e soprattutto ai giovani,
il perseguimento di obiettivi che potrebbero anche contraddire gli ideali del
“direttore del traffico” che rende possibile tale perseguimento.
Costituendosi
le reti da me descritte, toccherebbe a ogni studente la scelta del proprio
itinerario didattico che solo retrospettivamente assumerebbe le caratteristiche
di un programma riconoscibile come tale. Lo studente intelligente cercherebbe
però ogni tanto un consiglio professionale: un aiuto per fissarsi un nuovo
obiettivo, lumi per capire le difficoltà incontrate, indicazioni per scegliere
tra vari metodi possibili. Già adesso i più ammetterebbero che i servizi più
importanti resi loro dagli insegnanti sono stati appunto i consigli o
suggerimenti di questo tipo, forniti in incontri casuali o in qualcuno dei
periodici colloqui di routine. In un mondo non scolarizzato anche i pedagoghi
riacquisterebbero la loro autentica funzione, e riuscirebbero a fare ciò che
oggi presumono di proporsi gli insegnanti frustrati. Mentre gli amministratori
delle reti si dedicherebbero soprattutto alla costruzione e manutenzione delle
vie d'accesso alle risorse, il pedagogo aiuterebbe lo studente a trovare il
cammino atto a portarlo il più rapidamente possibile alla sua meta. Se uno
studente volesse imparare il cantone se parlato da un suo vicino cinese, il
pedagogo sarebbe li per giudicare i loro progressi e per aiutarli a scegliere il
manuale e il metodo più adatti alle loro capacità, alloro carattere e al tempo
che possono dedicare a questo studio. All'aspirante meccanico aeronautico
potrebbe consigliare i luoghi migliori in cui fare il suo apprendistato. A chi
si stesse preparando per una discussione sulla storia dell’Africa potrebbe
dare indicazioni bibliografiche. Come l'amministratore della rete, anche il
consulente pedagogico andrebbe considerato un educatore di professione; per
servirsi dell'uno e dell'altro si potrebbero utilizzare buoni-studio.
La
funzione dell'iniziatore didattico o maestro o “vera” guida è un po' più
difficile da definire di quella dell'amministratore o del pedagogo. Questo perché
è difficile definire il concetto stesso di guida. In pratica, un individuo è
una guida se gli altri seguono le sue iniziative e ne diventano discepoli nel
corso delle sue progressive scoperte. Spesso ciò implica una visione profetica
di criteri di giudizio completamente nuovi - molto comprensibile al giorno
d'oggi - per cui ciò che adesso è “sbagliato” risulterà essere
“giusto”. In una società che, grazie all'assortimento degli eguali,
onorasse il diritto di indire assemblee, le possibilità di prendere iniziative
didattiche su un determinato argomento sarebbero vaste quanto quelle di accedere
all'apprendimento; ma naturalmente c'è una grande differenza tra chi è in
grado di indire una riunione per discutere fruttuosamente di questo libro e chi
sa guidare gli altri a un'esplorazione sistematica delle sue implicazioni.
Per
essere una guida, inoltre, non serve aver ragione. Come fa osservare Thomas
Kuhn, in un periodo nel quale i paradigmi mutano continuamente, quasi tutte le
guide più rispettate rischiano, alla luce del senno di poi, di apparire in
torto. La funzione di guida intellettuale dipende piuttosto da una disciplina e
da un'immaginazione intellettuale superiori e dalla disponibilità ad associarsi
con altri nell'esercitarle. Un discente, per esempio, può pensare che esista
un'analogia tra il movimento antischiavistico degli Stati Uniti o la rivoluzione
cubana e ciò che sta ora accadendo a Harlem. L’educatore, se è anche uno
storico, può mostrargli come cogliere i punti deboli di una simile analogia. Può
ripercorrere a suo beneficio il proprio cammino di storico. Può invitare il
discente a partecipare alla sua ricerca. In tutti questi casi inizierà il suo
allievo a una consapevolezza critica che è rarissima nella scuola e che non è
acquistabile con il denaro o con altri favori.
Questo
rapporto tra maestro e discepolo non esiste soltanto nelle discipline
intellettuali, ma ha i suoi equivalenti nelle arti, nella fisica, nella
religione, nella psicoanalisi e nella pedagogia. Funziona inoltre per
l'alpinismo, per la lavorazione dell'argento e la politica, per l'ebanisteria e
la direzione del personale. Ciò che caratterizza tutti i rapporti autentici tra
maestro e allievo è la consapevolezza comune a entrambi che si tratta d'una
relazione letteralmente senza prezzo e che, in maniere molto diverse,
costituisce un privilegio per tutti e due.
I
ciarlatani, i demagoghi, i propagandisti zelanti, i maestri corrotti, i preti
simoniaci, gli imbroglioni, gli operatori di miracoli e i messia si sono
rivelati capaci di assumere funzioni di guida e ci mostrano in tal modo i rischi
insiti nella dipendenza del discepolo dal suo maestro. Per difendersi da questi
falsi insegnanti le diverse società hanno preso provvedimenti diversi: gli
indiani si affidavano alla divisione in caste, gli ebrei d'oriente al
discepolato spirituale dei rabbini, il cristianesimo dei grandi periodi a una
vita esemplare di virtù monastica, quello di altre epoche all'ordinamento
gerarchico. La nostra società si rimette ai diplomi rilasciati dalle scuole. È
dubbio che questo metodo assicuri un vaglio migliore, ma, se anche lo si
sostenesse, si potrebbe sempre controbattere che lo fa a spese del rapporto
personale maestro-discepolo, che quasi scompare.
Nella
pratica sarà sempre difficile distinguere tra l'istruttore professionale e la
guida didattica sopra descritta, e nulla in realtà esclude che l'incontro con
certe guide possa avvenire scoprendo un “maestro” nell'istruttore
professionale che inizia gli studenti alla sua disciplina. D'altro canto ciò
che distingue il rapporto autentico tra maestro e discepolo è il suo carattere
gratuito. Aristotele ne parla come di “una specie di amicizia morale, che non
si fonda su patti stabiliti: si fa un dono, o qualunque altra cosa, come lo si
farebbe a un amico”. Tommaso d'Aquino dice, di questo tipo d'insegnamentO, che
non può non essere un atto d'amore e di carità. È sempre un lusso per
l'insegnante e una forma di svago (schole in greco) per lui e per il suo
allievo: un'attività piena di significato per tutti e due, ma che non si
propone ulteriori obiettivi.
È
ovvio, persino nella nostra società, che per un'autentica guida intellettuale
si deve contare sulle persone dotate desiderose di prestarla; ma oggi non si può
farne una linea politica. Dobbiamo prima costruire una società dove gli atti
personali riacquistino un valore superiore a quello della fabbricazione delle
cose o della manipolazione della gente. In una società del genere un
insegnamento esplorativo, inventivo, creativo verrebbe logicamente considerato
una delle forme più desiderabili di una serena “disoccupazione”. Non
dobbiamo però attendete l'avvento dell'utopia. Già oggi una delle conseguenze
più importanti della descolarizzazione e della creazione di attrezzature per
l'assortimento degli eguali sarebbe la possibilità offerta ai “maestri” di
prendere l'iniziativa per riunire discepoli congeniali. Inoltre, come già
abbiamo visto, i potenziali discepoli avrebbero ampie possibilità di scambiarsi
informazioni o di scegliersi un maestro.
Le
scuole non sono le sole istituzioni che snaturino le professioni incasellandole
in determinati ruoli. Gli ospedali rendono sempre più impossibile il curarsi in
casa, e poi giustificano l'ospedalizzazione come un vantaggio per il malato.
Nello stesso tempo, per il medico, la legittimità e la possibilità di lavorare
vengono a dipendere in misura sempre maggiore dal suo ingresso nei ruoli di un
ospedale, anche se la sua dipendenza è tuttora meno totale di quella degli
insegnanti rispetto alla scuola. Lo stesso può dirsi dei tribunali, che
sovraffollano i loro calendari man mano che nuove forme di transazione assurgono
a solennità giuridica, e ritardano in tal modo l'applicazione della giustizia.
O ancora delle chiese, che riescono a fare di una vocazione libera una
professione forzata. Il risultato, in ognuno di questi casi, è sempre lo
stesso: un servizio carente a costi più elevati e maggiori entrate per i membri
della professione fieno preparati.
Sarà
difficile riformare le professioni più antiche fin quando monopolizzeranno i
livelli più alti di reddito e di prestigio. Riformare quella dell'insegnante
dovrebbe essere invece più facile, e non soltanto perché ha origini più
recenti. La professione didattica rivendica oggi un monopolio globale: pretende
la competenza esclusiva a formare non soltanto i propri apprendisti ma anche
quelli delle altre professioni. Questa sovraespansione la rende vulnerabile da
qualunque professione che reclami il diritto di preparare i propri apprendisti.
Inoltre gli insegnanti sono pagati malissimo e risentono tutta la frustrazione
derivante dal rigido controllo del sistema scolastico. I più intraprendenti e
dotati fra loro, se si specializzassero come dimostratori, amministratori di
reti o consulenti pedagogici, troverebbero probabilmente un lavoro più
congeniale, una maggiore indipendenza e anche guadagni più alti.
Infine,
l'attuale dipendenza dello studente dal professore può essere infranta più
facilmente di quella, per esempio, del degente in ospedale dal suo medico. Se la
scuola cessasse di essere obbligatoria, agli insegnanti che ripongono la propria
soddisfazione nell’esercizio dell’autorità pedagogica in aula rimarrebbero
soltanto gli allievi che si sentissero attratti dai loro metodi. Lo
smantellamento della nostra attuale struttura professionale potrebbe cominciare
con l'emarginazione del professore. Lo smantellamento dell'istituzione
scolastica è ormai inevitabile, e si verificherà molto prima di quanto si
pensi. Non si può più infatti rimandarlo di molto, e non è neanche necessario
dare una forte spinta a provocarlo perché questo viene già fatto. Piuttosto
sarebbe opportuno cercare di orientarlo in una direzione promettente, dal
momento che potrebbe ancora attuarsi in due maniere diametralmente opposte.
Da
un lato potremmo assistere a un allargamento del mandato del pedagogo e a un
conseguente accrescimento del suo controllo sulla società, anche fuori della
scuola. Con le migliori intenzioni e con la semplice estensione della retorica
oggi in uso nella scuola, l’attuale crisi scolastica potrebbe fornire agli
educatori un pretesto per servirsi di tutte le reti della società contemporanea
al fine di incanalare verso di noi i loro messaggi, s'intende per il nostro
bene. La descolarizzazione, che è comunque inarrestabile, significherebbe in
tal caso l'avvento di un “mondo nuovo” huxleyano, dominato dai ben
intenzionati gestori dell'istruzione programmata.
Da
un altro lato, la crescente consapevolezza dei governi, oltre che degli
imprenditori, dei contribuenti, dei pedagoghi illuminati e degli amministratori
scolastici, che l'organizzazione degli studi finalizzata al conseguimento di un
diploma è divenuta dannosa, potrebbe offrire a grandi masse di gente una
straordinaria possibilità: quella di preservare il diritto di accedere su un
piede di eguaglianza agli strumenti che permettono sia di apprendere sia di
rendere partecipi gli altri di ciò che
si conosce o si crede. Ma per questo bisognerebbe che la rivoluzione
dell'istruzione fosse guidata da certi obiettivi:
1.
Liberare l'accesso alle cose, sopprimendo il controllo che oggi persone e
istituzioni esercitano sui loro valori didattici.
2.
Liberare la trasmissione delle capacità, riconoscendo a chi ne faccia richiesta
la libertà di insegnarle o esercitarle.
3.
Liberare le risorse critiche e creative della gente, restituendo ai singoli la
possibilità di indire e tenere riunioni, possibilità che oggi è sempre più
monopolizzata da istituzioni che pretendono di parlare in nome di tutti.
4.
Liberare l'individuo dall'obbligo di adattare le proprie aspettative ai servizi
offerti da una professione costituita, fornendogli la possibilità di attingere
dall'esperienza dei suoi eguali e di affidarsi all'insegnante, alla guida, al
consulente o al guaritore da lui stesso scelto. La descolarizzazione della
società farà inevitabilmente sbiadire le distinzioni tra economia, istruzione
e politica sulle quali si fondano oggi la stabilità dell'ordine mondiale e
quella delle singole nazioni.
La
revisione delle istituzioni didattiche ci porta a rivedere anche la nostra
concezione dell'uomo. La creatura che serve alla scuola come cliente non ha ne
l'autonomia ne la spinta per maturare per conto proprio. Possiamo riconoscere
nella scolarizzazione universale il punto culminante di un'impresa prometeica, e
parlare della soluzione alternativa come di un mondo nel quale possa vivere
l'uomo epimeteico. Ma se possiamo specificare che l'alternativa agli imbuti
scolastici è un mondo reso trasparente da trame di autentica comunicazione, e se
si può precisare con estrema concretezza come esse potrebbero funzionare, per
quanto concerne la natura epimeteica dell'uomo possiamo soltanto aspettare che
riemerga, non programmarla o produrla.