Coerenza
dell'irrazionale
[1]
lo
credo che l'attuale crisi dell'istruzione imponga una revisione del concetto
stesso di scuola pubblica obbligatoria, piuttosto che dei metodi usati per
tradurlo in atto. La percentuale di coloro che abbandonano la scuola - specie
tra gli studenti delle medie inferiori e tra i maestri elementari - attesta che
esiste nella base l'esigenza di un'impostazione totalmente nuova. Il
“professionista della scuola” che si considera un insegnante avanzato viene
sempre più spesso attaccato da ogni parte: il movimento per la scuola libera,
confondendo la disciplina con l'addottrinamento, lo dipinge come un autoritario
deleterio; il tecnologo della pedagogia dimostra rigorosamente le sue
insufficienze nel valutare e modificare il comportamento; e l'amministrazione
scolastica per la quale lavoralo obbliga a inchinarsi sia a Summerhill sia a
Skinner, dimostrando così con evidenza che l'insegnamento obbligatorio non può
essere una professione libera. Non stupisce quindi che la percentuale degli
insegnanti che disertano sia superiore a quella degli studenti.
L’impegno
dell’America per l'istruzione obbligatoria dei suoi giovani si rivela oggi
altrettanto vano quanto il suo preteso impegno a una democratizzazione forzosa
dei vietnamiti. Le scuole convenzionali non possono evidentemente farcela. Il
movimento per la scuola libera attira sì gli educatori non conformisti, ma
finisce per appoggiare l’ideologia dominante della scolarizzazione. E le
promesse dei tecnologi della pedagogia, che dicono di poter offrire con le loro
ricerche - se adeguatamente finanziate - una sorta di soluzione finale alla
resistenza opposta dai giovani all'istruzione obbligatoria, suonano pretenziose
e si rivelano non meno fatue delle analoghe promesse dei tecnologi militari.
Le
critiche rivolte al sistema scolastico americano dai comportamentisti e dalla
nuova leva degli educatori radicali sembrano totalmente opposte. I primi
applicano le loro ricerche in questo campo alla “induzione di un'istruzione
autotelica attraverso programmi comprensivi di apprendimento
individualizzato”. Il loro atteggiamento si contrappone alla cooptazione
non-direttiva dei giovani in libere comuni costituite sotto la supervisione di
adulti. Tuttavia, in una prospettiva storica, le due posizioni non sono che
manifestazioni contemporanee degli obiettivi, apparentemente contraddittori ma
in realtà complementari, del sistema scolastico pubblico. Sin dall'inizi di
questo secolo, le scuole sono state infatti protagoniste sia del controllo
sociale sia della libera cooperazione, l'uno e l'altra al servizio della
“società migliore” concepita come una struttura corporativa altamente
organizzata e funzionante senza scosse. Sotto l'impatto di un'intensa
urbanizzazione, i bambini divennero una materia prima che solo le scuole
potevano plasmare affinché fosse immessa nella macchina industriale. La
politica progressista e il culto dell'efficienza confluirono nel dare sviluppo
alla scuola pubblica americana.[2]
L’istruzione professionale e la scuola media inferiore furono due risultati
importanti di questa ideologia.
Ne
consegue dunque che il tentativo di produrre specifiche modificazioni
comportamentali che siano misurabili e attribuibili all'operatore è solo una
faccia della medaglia, l'altra faccia della quale è la pacificazione della
nuova generazione in isole appositamente costruite, dove sia possibile
conquistarla al mondo sognato dagli anziani. Di questi pacificati all’interno
della società ha dato una bella descrizione Dewey, quando dice che dovremmo
fare di “ogni nostra scuola un embrione di vita comunitaria, resa attiva da
tipi di occupazione che riflettano la vita della più vasta società, e permearla
dello spirito dell'arte, della storia e della scienza”. In questa
prospettiva storica sarebbe un grosso errore considerare l'attuale contrasto a
tre voci tra sistema scolastico tecnologi della pedagogia e scuole libere come
il preludio di una rivoluzione pedagogica. Esso è piuttosto una fase del
tentativo di trasformare in realtà un vecchio sogno e di fare finalmente di
ogni forma d'apprendimento valido il risultato di un insegnamento professionale.
Quasi tutte le alternative proposte convergono verso obiettivi che sono
immanenti alla produzione dell’uomo cooperativo capace di soddisfare i suoi
bisogni individuali attraverso la propria specializzazione nell'ambito del
sistema americano. Si tratta cioè di alternative orientate verso un
miglioramento di quella che - in mancanza di un termine migliore - io chiamo la
società scolarizzata. Neanche i critici apparentemente più radicali del
sistema scolastico intendono rinunciare all'idea di avere un obbligo
nei
confronti dei giovani, specie di quelli poveri: l'obbligo di sottoporli al
processo che, per amore o per forza, li inserisca in una società la quale ha
bisogno della specializzazione disciplinata tanto dei suoi produttori quanto dei
suoi consumatori, e anche della loro adesione totale a un'ideologia che pone al
primo posto la crescita economica.
Il
dissenso vela le contraddizioni insite nell’idea stessa di scuola. I sindacati
degli insegnanti, gli stregoni della tecnologia e il movimento per la
liberazione dell’istruzione non fanno che consolidare l'adesione dell'intera
società agli assiomi fondamentali di un mondo scolarizzato, un po' come tanti
movimenti pacifisti e di protesta consolidano l’impegno dei loro seguaci -
siano essi neri, femmine, giovani o poveri - a cercare giustizia attraverso
l'aumento del prodotto nazionale lordo.
È
facile elencare alcuni dei dogmi oggi indiscussi. C'è anzitutto la convinzione
diffusa che il comportamento acquisito sotto gli occhi di un pedagogo abbia un
valore speciale per l'allievo e costituisca uno speciale vantaggio per la società.
Ciò si collega all'assunto che l'uomo sociale nasce soltanto nell'adolescenza,
e nasce nella maniera giusta solo maturando nel ventre della scuola, che alcuni
vogliono addolcire con la permissività, altri riempire di sussidi audiovisivi e
altri ancora riverniciare con una tradizione liberale. E c'è, infine, una
diffusa concezione della giovinezza che è insieme romantica sul piano
psicologico e conservatrice su quello politico: secondo questa concezione, i
mutamenti della società devono avvenire caricando sui giovani la responsabilità
di trasformarla, ma solo una volta che essi siano stati sfornati dalla scuola.
È facile che una società basata su questi dogmi arrivi a sentirsi responsabile
dell'educazione della nuova generazione, e questo comporta inevitabilmente che
alcuni uomini fissino, specifichino e valutino gli obiettivi personali di altri.
In un “estratto da un'immaginaria enciclopedia cinese” Jorge Luis Borges
cerca di evocare quel senso di stordimento che un tentativo del genere non può
non produrre. Ci dice che gli animali si suddividono nelle seguenti classi: “a)
quelli che appartengono all'imperatore; b) quelli che sono
imbalsamati; c) quelli che sono addomesticati; d) i porcellini da
latte; e) le sirene; f) quelli favolosi; g) i cani randagi;
h) quelli inclusi nella presente classificazione; i) quelli che
finiscono per impazzire; j) altri innumerevoli; k) quelli dipinti
con un sottile pennello.di peli di cammello; l) eccetera; m) quelli
che hanno appena rotto la brocca; n) quelli che da lontano assomigliano
alle mosche”. Ora, una tale tassonomia non sarebbe possibile se non ci fosse
qualcuno che la ritiene utile ai propri scopi; nel caso particolare suppongo che
questo qualcuno poteva essere un esattore fiscale. Almeno per lui questa
tassonomia delle bestie deve aver avuto un senso, nello stesso modo in
cui la tassonomia degli obiettivi dell'istruzione ha un senso per gli scienziati
che ne sono gli autori.
Nel
contadino, il vedere uomini padroni di una logica così imperscrutabile
autorizzati a valutare il suo bestiame deve aver provocato un senso
agghiacciante di impotenza. Per ragioni analoghe gli studenti che si
sottopongono seriamente a un programma di studi tendono a sentirsi paranoici. Ed
è inevitabile che siano ancor più spaventati del mio immaginario contadino
cinese, dal momento che quelli che si stanno marchiando con un segno
imperscrutabile sono non delle bestie ma gli scopi della sua vita.
Il
brano di Borges è affascinante perché chiama in causa quella logica della coerenza
nell'irrazionale che rende così sinistre, e insieme così vicine alla realtà
quotidiana, le burocrazie di Kafka e di Koestler. La coerenza nell’irrazionale
ipnotizza i complici impegnati in uno sfruttamento basato sulla convenienza e
sulla disciplina di tutti. È la logica prodotta dal comportamento burocratico.
E diventa la logica di una società la quale esige che i gestori delle sue
istituzioni didattiche siano ritenuti pubblicamente responsabili delle
modificazioni di comportamento che provocano nei loro clienti. Gli studenti che
riescono a trovare una motivazione per apprezzare i blocchi di programmi
didattici che i loro insegnanti li obbligano a consumare sono paragonabili ai
contadini cinesi che riescono a far entrare le loro greggi nel modulo fiscale
fornito da Borges.
A
un certo punto, nel corso delle ultime due generazioni, trionfò nella cultura
americana la fede nella terapia e si cominciò a vedere negli insegnanti i
terapeuti delle cui cure tutti gli uomini hanno bisogno se vogliono godere
dell'eguaglianza e della libertà nelle quali, secondo la Costituzione, sono
nati. Ora gli insegnanti-terapeuti propongono, come fase successiva, una cura
didattica destinata a prolungarsi per tutta la vita. Quello che è in
discussione è il tipo di cura. Deve assumere la forma di una frequenza
scolastica continuata anche nell'età adulta? Dell'estasi elettronica? O di
periodiche sedute di sensibilizzazione? Tutti gli educatori sono pronti a
congiurare per estendere le pareti della scuola, al fine di trasformare in una
scuola l'intera cultura.
Il
dibattito in corso negli Stati Uniti sull'avvenire dell'istruzione, nonostante
la sua retorica e il suo baccano, è più conservatore delle discussioni in atto
in altri settori della vita pubblica. In politica estera, se non altro, una
minoranza organizzata ci ricorda costantemente che l'America deve rinunciare al
suo ruolo di poliziotto del mondo. Gli economisti radicali, e ora anche i loro
insegnanti un po' meno radicali, revocano in dubbio che la crescita globale sia
un fine auspicabile. E così esistono in medicina gruppi che antepongono la
prevenzione delle malattie alla cura e nel campo dei trasporti gruppi che
scelgono la scorrevolezza a scapito della velocità. Solo nel campo
dell'istruzione le voci che chiedono una descolarizzazione radicale della società
sono ancora isolate. Mancano un'argomentazione stringente e una guida matura che
puntino all'abrogazione di ogni e qualsiasi istituzione volta al fine dell’apprendimento
obbligatorio. Per il momento la descolarizzazione radicale della società
resta una causa senza un partito. E questo è particolarmente sorprendente in
un'epoca in cui i ragazzi tra i dodici e i diciassette anni palesano una
crescente, sebbene caotica, resistenza a tutte le forme d'istruzione
istituzionalmente programmate.
Gli
innova tori dell'istruzione sono sempre convinti che le istituzioni didattiche
debbano funzionare come imbuti per i programmi da loro preparati. Per il mio
discorso è irrilevante che questi imbuti assumano la forma di un'aula
scolastica, di una trasmittente televisiva o di una “zona libera”. Ed è
altrettanto irrilevante che i programmi forniti siano ricchi o poveri, gelidi o
appassionanti, solidi e misurabili (come la matematica del terz'anno) o
impossibili da valutare (come la sensibilità). Ciò che conta è il presupposto
che l'istruzione sia il prodotto di un processo istituzionale gestito da un
educatore. Fin quando i rapporti saranno quelli tra fornitore e consumatore, la
ricerca pedagogica rimarrà in un circolo chiuso. Continuerà cioè ad
accumulare prove scientifiche a favore della necessità di nuovi programmi
didattici e di una loro distribuzione più mortalmente precisa tra i singoli
clienti, nello stesso modo in cui un certo tipo di sociologia può dimostrare la
necessità di distribuire dosi ulteriori di interventi militari.
La
rivoluzione dell'istruzione presuppone un duplice rovesciamento di tendenza: un
diverso orientamento nella ricerca e una diversa comprensione dell'aspetto
pedagogico di una certa controcultura che viene emergendo.
La
ricerca operazionale tende oggi a ottimizzare l'efficienza di un sistema
ereditato, senza che il sistema in quanto tale sia mai oggetto di contestazione.
Ora questo "sistema ha la struttura sintattica di un imbuto per programmi
d'insegnamento. La sua alternativa sintattica è una rete o trama educativa che
consenta il montaggio autonomo dei mezzi disponibili sotto il controllo diretto
di ogni discente. Questa struttura alternativa dell'istituzione didattica si
trova ora all'interno del punto concettualmente cieco della nostra ricerca
operazionale. Se la ricerca si concentrasse su di esso, avremmo realmente
un'autentica rivoluzione scientifica.
Questo
punto cieco della ricerca sull’istruzione riflette la deformazione culturale
di una società che ha confuso lo sviluppo tecnologico con il controllo
tecnocratico. Per il tecnocrate il valore di un ambiente aumenta quanto più
aumentano i contatti programmabili tra ogni individuo e ciò che gli sta
attorno. In un tale contesto le scelte regolabili dall'osservatore o
programmatore coincidono con quelle possibili per il cosiddetto beneficiario che
è oggetto di osservazione. La libertà si riduce allo scegliere tra varie merci
preconfezionate.
La
controcultura che viene emergendo riafferma, al di sopra dell'efficienza di una
sintassi rafforzata e ancor più irrigidita, i valori che sono propri del
contenuto semantico. Apprezza la ricchezza della connotazione più del potere
della sintassi di produrre ricchezza. Alla qualità garantita dell'istruzione
professionistica antepone l'esito imprevedibile dell'incontro personale
autonomo. Questo riorientamento verso la sorpresa personale anziché verso i
valori elaborati istituzionalmente, sarà rovinoso per l'ordine costituito
finche non dissoceremo la crescente disponibilità di strumenti tecnologici che
facilitano l'incontro dal crescente controllo dei tecnocrati su ciò che avviene
quando la gente si riunisce.
Le
attuali istituzioni didattiche servono agli scopi dell'insegnante. Le strutture
relazionali di cui abbiamo bisogno sono quelle che permettano a ognuno di
definire se stesso apprendendo e contribuendo all’apprendimento degli altri.
[1] Questo saggio è stato presentato originariamente a una riunione dell’American Educational Research Association svoltasi a New York il 6 febbraio 1971.
[2] Si veda Joel Spring, Education and the Rise of the Corporate State, quaderno n. 50 del Centro Intercultural de Documentaciòn. Cuernavaca, Messico, 1971.